L’evoluzione del pensiero della Cassazione sulla motivazione ad abundantiam

Capita talvolta che il giudice che statuisce l’inammissibilità di un ricorso (o declina la giurisdizione) non si spogli della potestas iudicandi in relazione al merito della controversia e quindi accompagni, impropriamente, la pronuncia con argomentazioni sul merito.

In tale ipotesi, può quindi sorgere, in capo al soccombente, il dubbio sulla necessità di impugnare (o meno) anche queste ultime. A tal proposito, in via preliminare, deve essere sinteticamente rammentato che la Corte di Cassazione ha affermato, anche in relazione a liti tributarie, che la parte soccombente, nel caso descritto, non ha l’onere né l’interesse ad impugnare.

Ne deriva che è ammissibile l’impugnazione che si rivolga alla sola statuizione pregiudiziale, essendo, viceversa, inammissibile, per difetto di interesse, l’impugnazione nella parte in cui pretenda un sindacato in ordine alla motivazione sul merito, svolta ad abundantiam nella sentenza gravata[1].

E’ un valido esempio, di questo quadro, la decisione n. 10801/2016, con la quale la Corte accoglieva le eccezioni dell’Agenzia avverso la sentenza della commissione tributaria regionale che  aveva dichiarato improcedibile l’appello  proposto dalla stessa.

In tale occasione, il collegio di ultima istanza, accolti i motivi concernenti le rationes decidendi principali fondanti la declaratoria di inammissibilità dell’appello, cassava la sentenza e dichiarava assorbiti tutti gli altri poiché attinenti una motivazione ad abundantiam, introdotta, nella sentenza impugnata, dall’espressione  “Va inoltre rilevato che la contribuente ha contestato l’assenza sul detto appello della firma del funzionario responsabile, esibendo una copia dell’appello stesso priva dell’ultima pagina, perciò difforme (…). In merito, pur esistendo la dichiarazione di conformità sulla copia dell’appello, essendo lo stesso inviato irregolarmente in plico chiuso in busta, non vi è possibilità di verificare il contenuto completo dell’appello con la firma del funzionario e la conformità stessa dichiarata dall’Ufficio“.

Si tratta di un indirizzo oramai consolidato e che trova ampio riscontro anche per le liti che nascono innanzi al giudice ordinario; la cristallizzazione del principio è avvenuta a partire dalla decisione delle Sezioni Unite n. 2078 del 14 marzo 1990 ed ha avuto il suo più rilevante “accreditamento” con la pronuncia delle Sezioni Unite n. 3840 del 20 febbraio 2007 secondo cui la statuizione sull’inammissibilità dell’impugnazione esaurisce il potere decisionale del giudice di secondo grado e, precludendo l’esame delle ulteriori censure fondate sul merito, rende inidoneo al giudicato ogni argomento svolto ad abundantiam a sostegno della correttezza della decisione assunta dal primo giudice[2].

L’intervento delle Sezioni Unite del 2007 era, in vero, servito al riallineamento con quello più risalente del 1990, dopo che la terza Sezione della Corte di Cassazione se ne era discostata in occasione della decisione del 26 maggio 2004, n. 10134 ove si rilevava sostanzialmente che il contenuto di una sentenza non emerge dal solo suo dispositivo e che l’affermazione di infondatezza della domanda contenuta nella sentenza che ne abbia pregiudizialmente dichiarato l’inammissibilità, ove formulata nei limiti delle domande ed eccezioni hic et inde  proposte, può non integrare una motivazione ad abundantiam  improduttiva di effetti giuridici, e, qualora sia inserita dal giudice perché idonea a sorreggere la decisione nell’ipotesi di erroneità di quella contenuta nel dispositivo, può costituire un’ulteriore autonoma statuizione.

Basandosi su da tali considerazioni, tale pensiero riteneva che, a fronte di tale contesto, per la parte soccombente sorge l’interesse e l’onere all’impugnazione al fine di evitare la formazione del giudicato sull’anzidetta statuizione, al pari di quanto avviene nel caso di pronunzia di accoglimento fondata su distinte rationes decidendi.

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