Utilizzabilità delle dichiarazioni di terzi nel processo tributario

La Cass. civ. Sez. V – con ordinanza (ud. 05-10-2017) del 25-10-2017, n. 25291 – è tornata a pronunciarsi sulla questione della valenza delle dichiarazioni di terzi nel processo tributario, disciplinato – come noto – dal D.Lgs. n. 546/1992.
Nello specifico la Suprema Corte – nel riprendere l’oramai consolidato orientamento giurisprudenziale – ribadisce che le dichiarazioni rese da terzi e riportate in seno al processo verbale di constatazione dagli organi ispettivi per poi essere poste a fondamento, unitamente ad altri elementi, del successivo avviso di accertamento per il recupero di maggiore imposta, sono pienamente utilizzabili nel contenzioso tributario, pur caratterizzato dal divieto di prova testimoniale (art. 7 del D.Lgs. n. 546/1992), quali indizi a supporto della pretesa dell’ufficio (cfr C. cost. sent. n. 18/2000; Cass. nn. 9402/2007, 14774/2000; Cass. nn. 16993/2007, 13546/2006, 12802/2006; Cass. nn. 3390/2005, 16831/2003, 15399/2002), e la presunzione ha valore autonomo di prova della pretesa fiscale, senza necessità di riscontri documentali, se fondata, con criterio probabilistico e non di assoluta necessità, su indizi che, valutati singolarmente e nel complesso delle acquisizioni processuali, siano ritenuti dal giudice di merito gravi, precisi e concordanti.
In altre parole, la Corte di Cassazione, in linea – tra le altre – con l’ordinanza n. 19965 del 22 settembre 2014, afferma che, in tema di contenzioso tributario, la disposizione contenuta nel citato art.7, comma 4 del D.Lgs. n. 546/1992 – secondo cui nel processo tributario “non sono ammessi il giuramento e la prova testimoniale” – in quanto limitativa dei poteri delle commissioni tributarie e non pure dei poteri degli organi amministrativi di verifica, disciplinati da altre disposizioni, vale soltanto per la diretta assunzione, da parte del giudice tributario, nel contraddittorio delle parti, della narrazione dei fatti della controversia compiuta da un terzo, ovverosia per quella narrazione che, in quanto richiedente la formulazione di specifici capitoli e la prestazione di un giuramento da parte del terzo assunto quale teste, acquista un particolare valore probatorio.
Le dichiarazioni dei terzi raccolte, invece, dai verificatori, quand’anche nell’ambito di un procedimento penale, e inserite nel processo verbale di constatazione, hanno natura di mere informazioni acquisite nell’ambito di indagini amministrative e sono, pertanto, pienamente utilizzabili quali elementi di prova nel processo tributario. Tali dichiarazioni hanno valore di elementi indiziari, che devono essere obbligatoriamente valutati dal giudice, seppur in concorso con altri elementi: ne consegue che è illegittima la sentenza che, nell’escludere una tale valenza, ne ometta una qualsiasi valutazione.
In altre parole, nel processo tributario, le dichiarazioni del terzo – acquisite, come nel caso concreto, dalla Polizia Tributaria nel corso di un’ispezione, e trasfuse nel processo verbale di constatazione, a sua volta recepito nell’avviso di accertamento – hanno per lo più valore meramente indiziario, per cui concorrono a formare il convincimento del giudice, se confortate da altri elementi di prova. Tuttavia, tali dichiarazioni – nel concorso di particolari circostanze – possono rivestire i caratteri delle presunzioni gravi, precise e concordanti, ai sensi dell’art. 2729 c.c., dando luogo, di conseguenza, non ad un mero indizio, bensì ad una prova presuntiva, idonea da sola ad essere posta a fondamento e motivazione dell’avviso di accertamento in rettifica, da parte dell’Amministrazione finanziaria.
Come noto, la legittimità tanto dell’acquisizione, quanto della successiva utilizzazione ai fini della ricostruzione della base imponibile del contribuente o di singole componenti, è stata per lungo tempo messa in dubbio, da più parti, sostanzialmente per la previsione, contenuta nel menzionato art. 7 del D.Lgs. n. 546/92, che esclude l’ammissibilità della …

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