Il termine per impugnare ex art. 327 C.p.c. e la rimessione in termine

Il termine di sei mesi ex art. 327 C.p.c. per impugnare l’atto decorre dalla data del suo deposito e non da quella dell’avviso di cancelleria.
Il principio è contenuto nell’Ordinanza n. 20144/2017 della Cassazione da cui emerge che non può essere chiesta la rimessione in termine per impugnare la decisione, ma è dovere del difensore, ove non avesse ricevuto comunicazioni dalla cancelleria, attivarsi per verificare l’attualità della fase processuale.
La giurisprudenza di legittimità ha affermato che l’istituto della rimessione in termine di cui all’art. 153 Cpc è senz’altro applicabile al processo tributario; il giudice, fermo restando le condizioni, può rimettere in termine  il contribuente che è stato truffato dal consulente di fiducia riguardo alla risoluzione della pendenza col fisco (Cass. n. 1486/2017).
L’istituto della rimessione in termine è applicabile anche in presenza di un impedimento derivante da causa di forza maggiore, quale un periodo di riposo forzato a letto, la parte può essere rimessa nei termini per compiere l’atto, anche se questo era previsto a pena di decadenza, qualora sia in grado di dimostrare che l’inadempimento deriva da una causa a lui non imputabile. L’impedimento derivante da causa di forza maggiore, che il giudice tributario deve vagliare caso per caso, può essere costituito anche da una inattività processuale radicata nell’imperizia del difensore che “pone in essere atti o gesti di una mente turbata e sconvolta, sicchè assolutamente irresponsabile” (CTP Lecce n. 377/2011).
Nella fattispecie in esame il socio accomandante ha impugnato la cartella di pagamento per Ires ed altri tributi, in qualità di coobbligato in solido con la società; in primo e secondo grado il ricorso è stato accolto, avendo giudicato inammissibile il gravame di Equitalia per decorso del termine di sei mesi di cui all’art. 327 Cpc. L’agente della riscossione ha proposto ricorso per cassazione sostenendo la …

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