Il finanziamento bancario superiore al prezzo di acquisto del bene può far presumere evasione fiscale

Con la sentenza n. 19432 del 30 settembre 2015, la Corte di Cassazione ha ritenuto legittimo l’accertamento fondato sulla riscontrata differenza tra il minore importo del prezzo di vendita fatturato ed il maggiore importo del finanziamento richiesto dai clienti per l’acquisto del medesimo veicolo.

Il fatto

La Commissione della regione Lombardia, in parziale accoglimento del ricorso in appello proposto dal contribuente, ha confermato la decisione di prime cure quanto alla riconosciuta legittimità dell’avviso di accertamento con il quale era stato rideterminato il maggior reddito d’impresa ai fini IVA, IRPEG ed IRAP per l’anno 2002.

La CTR rilevava che la società contribuente non aveva supportato con idonee prove le allegazioni difensive secondo cui era ordinaria prassi per i clienti richiedere un finanziamento maggiore del prezzo di acquisto dei veicoli, e che costituiva evasione d’imposta la anomala intestazione dei veicoli dalla casa madre al concessionario. Al contrario le pretese fiscali risultavano supportate dalla prova del maggiore prezzo di vendita rispetto a quello fatturato ai clienti, come emergeva dalle risposte fomite da quest’ultimi ai questionari inviati dall’Ufficio finanziario.

La sentenza

La società ricorrente censura la statuizione della sentenza di appello laddove ha ritenuto che la riscontrata differenza tra il minore importo del prezzo di vendita fatturato ed il maggiore importo del finanziamento richiesto dai clienti per l’acquisto del medesimo veicolo, fornisse elementi idonei al raggiungimento della prova presuntiva dell’occultamento di maggiori ricavi.

Per la Corte tale motivo è inammissibile, in quanto la ricorrente si limita a trascrivere le difese già svolte nell’atto di appello, “venendo a contrapporre all’accertamento in fatto della CTR una propria diversa ricostruzione soggettiva dei fatti, peraltro basata su di una mera astratta ipotesi che appare priva di fondamento logico (sostiene la ricorrente che la differenza tra gli importi dei prezzi e dei finanziamenti, non sarebbe conducente, in quanto un cliente che avesse sufficiente disponibilità di liquidità potrebbe chiedere un finanziamento per un importo inferiore e non corrispondente al prezzo di vendita: è appena il caso di osservare come tale argomento del tutto ipotetico non fornisca alcuna giustificazione alla riscontrata anomalia, non apparendo logiche, secondo l’”id quod plerumque accidit”, richieste di finanziamento per l’acquisto di veicoli per importi maggiori del prezzo di vendita da parte di clienti che verrebbero ad soggettarsi ad un aggravio di oneri per interessi), in tal modo richiedendo quindi alla Corte una nuova valutazione del materiale probatorio che non è consentita dal carattere chiuso del giudizio di legittimità confinato ai soli vizi della sentenza impugnata tassativamente indicati nell’art. 360 co l c.p.c.”.

La critica per vizio motivazionale per la Corte non può risolversi nella mera contrapposizione alla valutazione compiuta dal Giudice di merito di una diversa prospettazione soggettiva della rilevanza probatoria delle risultanze istruttorie, trattandosi di scelte che sono espressione del principio del libero convincimento del giudice.

Inoltre, osserva la Corte, i generici riferimenti al PVC ed alle tabelle ivi richiamate, da cui emergeva che solo in un numero minore di casi il prezzo fatturato fosse inferiore all’importo finanziato, non appaiono dirimenti ad escludere le difformità, tra i prezzi di vendita e gli importi finanziati, riscontrate dalla CTR in relazione alle operazioni commerciali contestate “e dunque sono inidonei ad inficiare l’argomento presuntivo per cui il prezzo di vendita di un veicolo fatturato per un importo inferiore a quello richiesto dal cliente per ottenere un finanziamento finalizzato al predetto acquisto, costituisce indizio dotato dei requisiti idonei ad integrare, la prova presuntiva di una sottofatturazione (corrispettivo…

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