La determinazione del costo del lavoro negli appalti pubblici dopo il Decreto del fare

La quantificazione del costo del lavoro negli appalti pubblici costituisce, evidentemente, la questione tecnicamente (e giuridicamente) più delicata nella valutazione dell’affidamento.

Il comma 3-bis, all’articolo 81, del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, meglio noto come Codice degli Appalti, introdotto dall’articolo 4, comma 2, lettera i-bis) del decreto-legge 13 maggio 2011, n. 701 prevedeva che l’offerta economicamente più vantaggiosa fosse “determinata al netto delle spese relative al costo del personale, valutato sulla base dei minimi salariali definiti dalla contrattazione collettiva nazionale di settore tra le organizzazioni sindacali dei lavoratori e le organizzazioni dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, e delle misure di adempimento alle disposizioni in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro”.

Stante i rilevanti problemi applicativi che recava con sé, la norma è stata abrogata dall’art. 44 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 2012.

In tal senso sia consentito il rinvio alla procedura di cui all’articolo 38, comma 1-ter, del Codice degli Appalti, introdotto dall’articolo 4, comma 3, del decreto-legge n. 70 del 2011, laddove si prevede che:

In caso di presentazione di falsa dichiarazione o falsa documentazione, nelle procedure di gara e negli affidamenti di subappalto, la stazione appaltante ne dà segnalazione all’Autorità che, se ritiene che siano state rese con dolo o colpa grave in considerazione della rilevanza o della gravità dei fatti oggetto della falsa dichiarazione o della presentazione di falsa documentazione, dispone l’iscrizione nel casellario informatico ai fini dell’esclusione dalle procedure di gara e dagli affidamenti di subappalto ai sensi del comma 1, lettera h), per un periodo di un anno, decorso il quale l’iscrizione è cancellata e perde comunque efficacia.”.

Successivamente, il decreto-legge 21 giugno 2013, n. 693, il c.d. “decreto del fare”, ha introdotto all’articolo 82 del Codice degli Appalti il comma 3-bis prevedendo che “il prezzo più basso è determinato al netto delle spese relative al costo del personale, valutato sulla base dei minimi salariali definiti dalla contrattazione collettiva nazionale di settore tra le organizzazioni sindacali dei lavoratori e le organizzazioni dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, delle voci retributive previste dalla contrattazione integrativa di secondo livello e delle misure di adempimento alle disposizioni in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro”.

La norma ha l’evidente scopo di garantire il pieno rispetto, anche per gli affidamenti dei contratti pubblici, degli obblighi previsti per la tutela dei diritti, retributivi e contributivi, di tutti i lavoratori impiegati nell’esecuzione delle relative commesse pubbliche, non presentando le criticità applicative della precedente normazione.

 

  1. La normativa vigente.

La norma attuale, prevista dal citato art. 82, comma 3-bis, del Codice degli Appalti, concernente come detto il criterio del prezzo più basso, presenta due differenze sostanziali rispetto alla precedente versione:

  • la prima relativa al “Criterio del prezzo più basso”, che pone un limite: la norma è applicabile alle sole gare realizzate al prezzo più basso con conseguente esclusione di quelle effettuate con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa. Tra l’altro dalla lettura della disposizione non emergono dubbi applicativi: “Il prezzo più basso è determinato al netto delle spese…”.

  • la seconda invece attiene ai complessivi elementi da considerare ai fini della determinazione del costo del personale, per il quale si deve tener conto non solo dei minimi salariali definiti dalla contrattazione collettiva nazionale di settore tra le organizzazioni sindacali dei lavoratori e le organizzazioni dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, ma anche “delle voci…

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