Mancata emissione dello scontrino: le dichiarazioni dei clienti

Con la sentenza n. 13161 dell’11 giugno 2014 (ud. 5 maggio 2014) la Corte di Cassazione ha confermato che le dichiarazioni dei terzi hanno il valore indiziario d’informazioni acquisite nell’ambito d’indagini amministrative e sono, pertanto, utilizzabili dal giudice quale elemento di convincimento.

Il caso
Il caso in questione trae origine da un avviso di irrogazione sanzioni per mancata emissione di ricevute fiscali da parte di un ristoratore, in occasione del cenone di Capodanno, fondato sulle dichiarazioni di clienti che hanno dichiarato di non aver ottenuto la ricevuta fiscale (n. 74) e di quelli che hanno riferito di averla avuta (n. 10) e di aver pagato per un unico tavolo (n. 33), mentre tutti ricordavano la somma effettivamente pagata.
Dette dichiarazioni venivano smentite dalle risultanze della contabilità e dalle ricevute di gruppo, mentre le discrasie sarebbero giustificabili con errori di calcolo o sconti praticati a bambini.

La sentenza
La Corte, non nega, in apertura, “che il ragionamento compiuto dal giudice d’appello sia sostanzialmente anapodittico”.
Nel processo tributario, “le dichiarazioni dei terzi, raccolte da verificatori o finanzieri e inserite, anche per riassunto, nel processo verbale di constatazione, a sua volta recepito nell’avviso di accertamento, hanno il valore indiziario d’informazioni acquisite nell’ambito d’indagini amministrative e sono, pertanto, utilizzabili dal giudice quale elemento di convincimento (Sez. 5, Sentenza n. 21812 del 05/12/2012, Rv. 624483)”.
Per la Corte, “di esse, nella specie, il giudice d’appello non ha fatto buon governo non avendo dato alcuna logica spiegazione sia del fatto che ben settantaquattro clienti hanno dichiarato (a breve distanza di tempo dai fatti) di non aver ottenuto la ricevuta fiscale, sia del perchè tali propalazioni sarebbero smentite da ignote risultanze della contabilità e/o da imprecisate ricevute di gruppo che solo altri tre clienti hanno riferito di aver ottenuto. Ed ancora, la sentenza d’appello parla di ‘errori di calcolo commessi nelle ricostruzione del ricavato’ senza indicare quali essi siano, come essi siano riscontrabili e quale debba essere l’esatto computo. Ed, infine, accenna ‘a sconti praticati per la presenza di bambini’, rilievo questo rimasto a livello di mera enunciazione verbalistica priva di qualsivoglia riscontro logico e/o circostanziale”.
Da qui, derivano, per la Suprema Corte, “da un lato l’errore giuridico commesso dalla Commissione regionale nella aprioristica obliterazione del ruolo probatorio delle numerosissime e concordi dichiarazioni indizianti rese dai clienti in sede amministrativa, dall’altro l’errore logico commesso nella valorizzazione di dati generici e indimostrati (errori di calcolo, sconti, ricevute di gruppo) o giuridicamente irrilevanti (regolarità contabile)”.

Brevi note
Le risultanze emergenti da dichiarazioni rese da terzi in sede extraprocessuale non hanno valore probatorio pieno, ma possono essere utilizzate solo quando trovino ulteriore riscontro nelle risultanze del processo.
La prova testimoniale richiamata dall’art.7 del D.Lgs. n. 546/1992, ed esclusa, è esclusivamente quella che si forma in sede processuale, restando possibile la formalizzazione di dichiarazioni verbali rese agli organi operanti, le quali pur non essendo prove immediatamente fruibili hanno valenza indiziaria.
Tali dichiarazioni non possono avere natura di prova certa ed inequivoca, ma semmai di mero indizio bisognevole di ulteriori supporti, non potendosi ad esse attribuire il significato e la portata della prova testimoniale, atteso che, a differenza di quest’ultima, non sono assunte con le garanzie e le modalità rigidamente previste nel codice di procedura civile.
In quest’ultimo periodo, si segnalano una serie di sentenze della Corte di Cassazione sulle dichiarazioni di terzi in genere.

Sentenza n. 14290…

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