La motivazione delle sentenze

di Francesco Buetto

Pubblicato il 18 aprile 2014

i giudici tributari possono motivare le sentenze per relationem, purchè la motivazione così costruita sia autosufficiente

Con la sentenza n. 663 del 15 gennaio 2014 (ud. 2 dicembre 2013) la Corte di Cassazione torna ad occuparsi della problematica legata alle sentenze motivate per relationem.



La sentenza

La Corte prende le mosse dalla constatazione che “l'ipotesi di nullità della sentenza ricorre oltre che in ipotesi di difetto assoluto, da un punto di vista materiale, della stessa anche quando si sia in presenza di una motivazione apparente, ravvisabile quando le ragioni poste a base della decisione siano radicalmente inidonee ad esprimere la ratio decidendi - cfr. Cass. n. 4927/2013; Cass. n. 3794/13; Cass. n. 871/2009; Cass. n. 7672/2003; Cass. n. 2067/1998”.

Pertanto, “si ha motivazione omessa o apparente quando il giudice di merito omette di indicare, nel contenuto della sentenza, gli elementi da cui ha desunto il proprio convincimento ovvero, pur individuando questi elementi, non procede ad una loro disamina logico-giuridica, tale da lasciar trasparire il percorso argomentativo seguito (v. tra le altre Cass. n. 6762 /2006). In sostanza, questa Corte è ferma nel ritenere che si sottrae all'obbligo della motivazione, o vi fa fronte in modo del tutto apparente, il giudice di merito che apoditticamente neghi che sia stata data la prova di un fatto (o, evidentemente affermi, al contrario, che tale prova sia stata fornita), omettendo un qualsiasi riferimento sia ai mezzi di prova che ha avuto a specifico oggetto la circostanza in questione, sia al relativo risultato - v., tra le altre, Cass. n. 987/1980, Cass. n. 871/2009. Questa Corte - sent. n. 20112/2009 - ha poi aggiunto che in materia di contenuto della sentenza, affinchè sia integrato il vizio di 'mancanza della motivazione' agli effetti, di cui all'art. 132 cod. proc. civ., n. 4, occorre che la motivazione manchi del tutto - nel senso che alla premessa dell'oggetto del decidere risultante dallo svolgimento del processo segue l'enunciazione della decisione senza alcuna argomentazione - ovvero che essa formalmente esista come parte del documento, ma le sue argomentazioni siano svolte in modo talmente contraddittorio da non permettere di individuarla, cioè di riconoscerla come giustificazione del 'decisum'”.

Nel caso di specie, osserva la Corte, “non è rispondente al vero che la CTR abbia omesso di motivare sulla deducibilità dei costi relativi ai libri, agganciando la decisione ai controlli amministrativi svolti dalle autorità regionali chiamate a verificare il finanziamento concesso. Ciò esclude di potere qualificare come assente la motivazione, semmai potendosi spostare il tema di indagine sulla congruenza dell'impianto motivazionale alla stregua dell'art. 360 c.p.c., comma n. 5. che nel caso di specie non è stato evocato nella censura”.



Brevi considerazioni

Come è noto, in ordine alla legittimità o meno delle sentenze motivate per relationem, con sentenza n. 14814 del 19 febbraio 2008 (dep. il 4 giugno 2008) la Corte di Cassazione a Sezioni Unite ha risolto la questione, che aveva già visto precedenti e difformi pronunciamenti, affermando che la motivazione di una sentenza può essere redatta per relationem ad altra sentenza, purché la motivazione stessa non silimiti alla mera indicazione della fonte di riferimento, occorrendo la riproduzione dei contenuti mutuati, e che questi diventino oggetto di autonomavalutazione critica nel contesto della diversa (anche se connessa) causa sub iudice, in maniera da consentire anche la verifica della compatibilitàlogico-giuridica dell’innesto, fermo restando, preliminarmente, che quando siano pendenti più processi aventi ad oggetto questioni connesse, il giudice deve utilizzare gli istituti processuali tenendo conto della esigenza di evitare giudicati contraddittori, ma anche di garantire il rispetto dei principi del giusto processo, con riferimento al diritto al contraddittorio e alla ragionevole durata del processo, del diritto di difesa e del diritto alla motivazione dei provvedimenti giurisdizionali, presupposto indefettibile, quest’ultimo, “per il controllo etero ed endoprocessuale dei provvedimenti stessi e corollario del principio di legalità dello Stato di diritto”.

Per le Sezioni Unite, la mancanza di una autonoma ed esauriente motivazione, non consente il controllo di legittimità sull’operato del giudice (criteri di valutazione degli elementi probatori adottati, regole ermeneutiche applicate, logica della decisione) che è l’unico possibile controllo sul corretto esercizio della giurisdizione in uno Stato di diritto. D’altra parte, non si può richiedere il rispetto del principio dell’autosufficienza delle impugnazioni se la sentenza impugnata non è, a sua volta, autosufficiente.

La Corte, quindi, conferma l’indirizzo giurisprudenziale maggioritario, secondo il quale quando la motivazione di una sentenza si limiti a rinviare ad altra motivazione, in maniera che non sia possibile individuare le ragioni che stanno a fondamento del dispositivo la sentenza è nulla.

La motivazione deve essere "autosufficiente", nel senso che dalla lettura della stessa deve essere possibile rendersi conto delle ragioni di fatto e di diritto che stanno a base della decisione.

La motivazione di una sentenza può essere redatta per relationem rispetto ad altra sentenza, purché la motivazione stessa non si limiti alla mera indicazione della fonte di riferimento: occorre che vengano riprodotti i contenuti mutuati, e che questi diventino oggetto di autonoma valutazione critica nel contesto della diversa (anche se connessa) causa sub iudice, in maniera da consentire poi anche la verifica della compatibilità logico-giuridica dell’innesto.

Infine, sul piano sistematico, la tesi che la ratio decidendi si debba sempre poter ricavare, in maniera espressa ed autosufficiente, dalla motivazione della sentenza trova un preciso riscontro legislativo nell’art. 12, comma 7, della L. n.212/2000. E “ sarebbe assurdo ipotizzare che la chiarezza ed esaustività che si pretendono in sede amministrativa, vengano meno nella sede giudiziaria, nella quale le garanzie del contraddittorio e della difesa (che la norma citata intende garantire fin dalla fase delle procedure am