Conoscibilità dello stato d'insolvenza e rimesse sul conto corrente: la banca rischia!

La Corte di Cassazione con la sentenza n. 17268 del 12 luglio 2013, applica dure sanzioni alle banche che compiono azioni finalizzate alla propria tutela nei confronti di suoi clienti che sono prossimi al fallimento: sono sottoposte all’istituto della revocatoria fallimentare, secondo i giudici di legittimità, tutte quelle operazioni che la banca ha compiuto nel periodo sospetto indirizzate a ridurre la propria esposizione verso l’impresa che versa in una situazione pre-fallimentare.
 
La vicenda che vede contrapporsi la curatela fallimentare e una nota banca romana ha una durata piuttosto lunga. La curatela fallimentare aveva citato una banca chiedendo che fossero revocate le rimesse per oltre dodici miliardi delle vecchie lire affluite sul conto corrente della società fallita, nell’anno anteriore al fallimento dichiarato nell’ottobre 1999, sul conto corrente aperto presso la banca, che era già a conoscenza dello stato d’insolvenza. La banca avverso la richiesta di revocatoria fallimentare ha fatto opposizione.
 
Il Tribunale ha accolto con sentenza del gennaio 2006 la richiesta della curatela fallimentare; la Corte di Appello alla quale la banca si era rivolta , con sentenza del marzo 2011, ha respinto il ricorso.
 
La banca, in ultima istanza, si è appellata in Cassazione.
 
La revocatoria fallimentare
Occorre preliminarmente ricordare che la norma sui fallimenti di cui al R.D. 267/1942 impone al curatore di verificare, nell’esercizio delle sue funzioni, se vi siano operazioni poste in essere dalla società o dall’imprenditore fallito che ricadano nell’ambito di operatività della revocatoria. La curatela, in particolare, può domandare che siano dichiarati inefficaci e revocati gli atti compiuti dal debitore in pregiudizio dei creditori: l’azione si propone dinanzi al Tribunale fallimentare, sia in confronto del contraente immediato, sia in confronto dei suoi aventi causa nei casi in cui sia proponibile contro costoro. Le norme della legge fallimentare che disciplinano le possibili azioni legali a difesa della massa dei creditori concorsuali contro eventuali atti pregiudizievoli alle loro ragioni, compiute dal debitore fallito, sono contenute nella Sezione III, del Capo III, del Titolo II della legge fallimentare (articoli da 64 a 70 L.F.).
In sostanza l’azione revocatoria è uno strumento utilizzabile dal curatore fallimentare allo scopo di ricostituire il patrimonio del fallito destinato alla soddisfazione dei suoi creditori, facendovi rientrare quanto ne era uscito nel periodo antecedente al fallimento (il cosiddetto periodo sospetto, recentemente dimezzato dalla riforma delle procedure concorsuali): in pratica l’istituto dell’azione revocatoria consente, di colpire gli atti del debitore insolvente che hanno inciso sul suo patrimonio in violazione del principio della par condicio creditorum.
 
Il curatore può rendere inefficaci gli atti di disposizione, i pagamenti e le garanzie poste in essere dal fallito nell’anno o nei sei mesi antecedenti al fallimento, conseguentemente imponendo ai terzi che hanno ottenuto beni o denaro di restituire quanto ricevuto, o, se hanno ottenuto garanzie, retrocedendoli dal rango privilegiato a quello chirografario. Affinché, tuttavia, la revocatoria possa essere accolta, è necessario che il terzo al momento dell’atto fosse a conoscenza dell’insolvenza della sua controparte. La revocatoria deve essere esercitata a pena di decadenza entro tre anni dalla dichiarazione di fallimento e comunque non oltre cinque anni dalla data dell’atto.
 
Attenzione però che non tutti gli atti compiuti da soggetti insolventi possono venire colpiti dalla revocatoria, perché la legge prevede un ampio numero di esenzioni: tra di esse, per esempio, vale la pena citare :

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