Obbligo di fedeltà del dipendente e il patto di non concorrenza

Tra datore di lavoro e dipendente intercorre un rapporto complesso, contraddistinto da reciproci diritti e doveri. Tra i diversi obblighi che il dipendente deve rispettare vi è quello di fedeltà, che è connaturato al contratto di lavoro per effetto della legge: scatta automaticamente all’instaurazione del rapporto di lavoro, senza che si renda necessaria alcuna pattuizione individuale in merito.

Dubbi in materia di lavoro?Tra datore di lavoro e dipendente intercorre un rapporto complesso, contraddistinto da reciproci diritti e doveri.

Tra i diversi obblighi che il dipendente deve rispettare, in costanza di rapporto di lavoro, vi è quello di fedeltà che è connaturato al contratto di lavoro per effetto della legge (cfr. art. 2105 c.c.).

Difatti, esso scatta automaticamente all’instaurazione del rapporto di lavoro, senza che si renda necessaria alcuna pattuizione individuale in merito.

Obbligo di fedeltà

L’obbligo di fedeltà è costituito da alcuni divieti e cioè:

  • di non trattare affari che siano in concorrenza con quelli del datore di lavoro, sia per proprio conto che per conto di terzi;
  • di non divulgare notizie o segreti attinenti all’attività di impresa e a specifiche tecniche di produzione;
  • di non fare uso di tali notizie in modo da nuocere all’impresa.

Tutti i divieti connaturati all’obbligo di fedeltà rientrano tra le norme che il dipendente deve certamente rispettare per tutta la durata del rapporto lavorativo al punto che, in caso di violazione, il datore di lavoro può ricorrere all’esercizio del suo potere disciplinare (cfr. art. 2106 c.c.).

Se il datore di lavoro volesse tutelarsi da un’eventuale attività di tipo concorrenziale che potrebbe aver luogo successivamente alla cessazione del rapporto di lavoro, potrebbe proporre al dipendente la stipula di un patto di non concorrenza, ovvero un accordo grazie al quale possa essere legittimato il prolungamento dell’obbligo di fedeltà, per un certo periodo di tempo, anche alla conclusione del rapporto di lavoro.

È agevole comprendere l’importanza, per l’imprenditore, dell’obbligo di fedeltà, considerato il ruolo cruciale del dipendente in azienda, il quale acquisisce una conoscenza specifica del settore in cui opera, gestisce i clienti e fornitori, i sistemi, i software gestionali, le fasi di produzione e così via.

L’obbligo di fedeltà non va comunque interpretato in senso restrittivo, ma si allarga al divieto di tenere comportamenti contrari alla correttezza e alla buona fede, anche al di fuori del luogo e dell’orario di lavoro, durante le ferie, la malattia, e così via.

Il lavoratore per esempio viola l’obbligo di fedeltà se lavora, durante la malattia, a favore di terzi in concorrenza con il datore di lavoro.

Il divieto di concorrenza

Consiste nel divieto per il lavoratore di trattare affari, per conto proprio (in forma individuale, societaria o associata) o di terzi, nel medesimo settore produttivo o commerciale del datore di lavoro, in concorrenza con quest’ultimo. Il divieto di concorrenza, valido solo durante il rapporto di lavoro, è da intendersi in senso assoluto, in quanto non è ridotto alla sola ipotesi della concorrenza sleale ma il lavoratore deve esimersi dall’esercitare qualunque forma di concorrenza, ivi compresa quella leale.

Con tale divieto si è inteso proteggere l’imprenditore il quale, dopo aver inserito nel proprio organico il lavoratore e averlo reso parte integrante di tutti i processi produttivi aziendali, potrebbe risultare notevolmente danneggiato da un’eventuale attività concorrenziale del dipendente: l’onore della prova in merito a quest’ultima resta in capo al datore di lavoro, il quale dovrà dimostrare il comportamento infedele, anche solo potenziale, del lavoratore al fine di comminargli una eventuale sanzione disciplinare.

Nel caso in cui il lavoratore dovesse riuscire anche a trarre un profitto da tale attività a danno del datore di lavoro, oltre che alla sanzione disciplinare, il datore di lavoro potrebbe richiedere il risarcimento del danno.

L’onere della prova, anche in questo caso, ricade sul datore di lavoro: egli dovrà dimostrare non solo che ci sia stato un danno economico (ad esempio la diminuzione del fatturato), ma anche che esso sia imputabile direttamente al comportamento illecito del lavoratore e non ad altri motivi, come ad esempio una generale crisi del…

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