I files relativi a presunte cessioni in nero non vanno allegati

I files relativi a presunte cessioni in nero non vanno allegatiI files relativi a presunte cessioni in nero non vanno allegati, essendo sufficiente che l’avviso di accertamento ne riproduca il contenuto essenziale.

Sono queste le conclusioni raggiunte dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 20416 del 1° agosto 2018.

Il pensiero della Corte

Il Collegio ritiene che la tesi sostenuta dai giudici di appello – secondo la quale, ai fini della motivazione di un avviso di accertamento, sarebbe necessaria l’allegazione della documentazione (nella specie, i files informatici rinvenuti ed acquisiti dalla G.d.F.) su cui si basa «l’impianto accertativo», non bastando la riproduzione del suo contenuto essenziale nel corpo dell’avviso – contrasta con lart. 42, del D.P.R. n. 600 del 1973, e non può quindi essere accolta, dovendosi affermare l’opposto principio che la motivazione per relationem di un avviso di accertamento è legittima non solo quando l’atto richiamato sia allegato all’avviso, ma anche quando di tale atto sia riprodotto nell’avviso il contenuto essenziale (Cass. n. 10085 del 2012).

Inoltre contrasterebbe con il regime introdotto dalla legge 27 luglio 2000, n. 212, art. 7, in base al quale «l’obbligo di motivazione degli atti tributati può essere adempiuto anche “per relationem”, ovverosia mediante il riferimento ad elementi di fatto risultanti da altri atti o documenti, a condizione che questi ultimi siano allegati all’atto notificato ovvero che lo stesso ne riproduca il contenuto essenziale, per tale dovendosi intendere l’insieme di quelle parti (oggetto, contenuto e destinatari) dell’atto o del documento che risultino necessarie e sufficienti per sostenere il contenuto del provvedimento adottato, e la cui indicazione consente al contribuente – ed al giudice in sede di eventuale sindacato giurisdizionale – di individuare i luoghi specifici dell’atto richiamato nei quali risiedono quelle parti del discorso che formano gli elementi della motivazione del provvedimento» (Cass. n. 1907 del 2008; conf., ex multis, Cass. 6914 del 2011).

Gli Ermellini ricordano, altresì, che sul tema del contenuto dell’atto impositivo la Corte si è spinta ad affermare che “è sufficiente ad escludere la nullità della motivazione dell’avviso di accertamento che gli atti e i documenti su cui il medesimo si fonda «siano solo menzionati nel processo verbale di constatazione, regolarmente notificato al contribuente, atteso che, da un lato, l’Amministrazione finanziaria deve porre il contribuente in grado di conoscere la pretesa tributaria nei suoi elementi essenziali, ma non è tenuta ad includere nell’avviso la notizia delle prove, e, dall’altro lato, per il diritto comunitario è sufficiente che le indicate informazioni siano in qualsiasi modo accessibili al contribuente, anche in forma riassuntiva, e possano essere contestate attraverso l’impugnazione dell’atto che le reca» (Cass. n. 26472 del 2014, in relazione a verbali di atti di indagine di altri Stati rilevanti in materia di accertamento ai fini IVA).

Nel caso di specie, dal contenuto dell’avviso di accertamento emerge che nel medesimo, “non solo vengono esattamente individuati i files rinvenuti ed acquisiti dalla G.d.F. («file excel denominati “dafatt2006”, “dafatt2007”, “dafatt2008” e “dafatt2009”, che «contenevano 10 schede/fogli di lavoro di cui una recante la denominazione “non fatturato”»), ma viene anche esplicitato in maniera analitica il contenuto di tali documenti (riportanti nel loro interno «un prospetto suddiviso in diverse colonne indicanti, tra l’altro, i n nominativi dei destinatari delle merci [tra cui il contribuente], la data di consegna, la distinzione delle tipologie di mangime, il numero di sacchi, il loro prezzo ed il totale imponibile») e dato atto dei risultati della verifica (ovvero che «Il contenuto fra i suddetti file e quanto riportato in contabilità fa ritenere, senza ombra di dubbio, di trovarsi di fronte ad una…

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