Versamento indebito IVA e diritto alla ripetizione

versamento indebito ivaNon va fatta confusione tra la posizione del soggetto che esercita il diritto alla detrazione dell’imposta versata nell’operazione di acquisto a monte, o che, in caso di eccedenza a credito, ne chiede il rimborso con la dichiarazione fiscale, con la posizione del soggetto che ha assolto l’Iva in rivalsa nei confronti del soggetto passivo, emittente la fattura, e che, sul presupposto del parziale o totale versamento indebito di detta somma, ne chiede la restituzione, anziché al soggetto passivo, direttamente al fisco.

Le due fattispecie sono ancorate a presupposti differenti, che non ne consentono la fungibilità. Dal compimento dell’operazione imponibile scaturiscono tre rapporti, i quali, peraltro, pur essendo collegati, non interferiscono.

La Corte di Cassazione, con l’Ordinanza n. 23288 del 27/09/2018, ha chiarito come si conforma, anche ai fini processuali, il rapporto trilatero Iva.

Nel caso di specie, l’Università di Genova aveva acquistato da una Srl un compendio immobiliare, e, ritenendo applicabile l’art. 127-quinquies della Tabella A, parte III, allegata al d.P.R 26 ottobre 1972, n. 633, e dunque l’aliquota Iva del 10%, in luogo di quella applicata del 20%, lo stesso Ente aveva presentato istanza all’erario, per la restituzione della maggiore imposta versata alla venditrice.

Maturato il silenzio rifiuto, l’Università lo impugnava davanti alla Commissione Tributaria Provinciale di Genova, la quale però respingeva il ricorso, reputandone mancante il presupposto di legittimazione, in quanto l’imposta era stata versata all’erario dalla società cedente e non dalla cessionaria.

La Commissione Tributaria Regionale respingeva a sua volta l’appello dell’Università, sostenendo anch’essa che il cessionario non era legittimato a proporre domanda di rimborso dell’Iva pagata al cedente e ritenuta non dovuta o dovuta in misura inferiore.

Contro questa sentenza l’Università proponeva infine ricorso, lamentando la violazione e falsa applicazione degli artt. 21, 2° comma, del d.lgs. n. 546/92 e 81 c.p.c., laddove il giudice d’appello aveva trascurato che era stata l’Università a proporre istanza di rimborso, sicché il silenzio rifiuto formatosi in relazione a essa la legittimava a impugnarlo e la violazione e falsa applicazione degli artt. 17 e 21 della sesta direttiva e dei principi di effettività, neutralità fiscale e non discriminazione, nonché degli artt. 17, 18, 19 e 30 del d.P.R„ n. 633/72, facendo leva sul pacifico carattere indebito del versamento della maggiore imposta oggetto della richiesta di rimborso.

La complessiva censura, secondo la Suprema Corte, era infondata.

Evidenziano infatti i giudici di legittimità che ciò che era controverso in giudizio non era la legittimazione processuale, sulla quale puntava il primo motivo di ricorso, bensì quella sostanziale, determinata dalla sussistenza del diritto di richiedere il rimborso e, per derivazione, di quello di contestare il rifiuto opposto alla richiesta.

Secondo la ricorrente, poi, i principi comunitari dell’Iva, di neutralità, effettività e non discriminazione, dovevano consentire, o addirittura imporre, che il cessionario-committente, soggetto passivo dell’Iva, possa richiedere direttamente all’erario il rimborso dell’imposta pagata e non dovuta.

Questa tesi, però, secondo la Cassazione, tradisce la confusione tra differenti fattispecie giuridiche, ossia tra la posizione del soggetto che esercita il diritto alla detrazione dell’imposta versata nell’operazione di acquisto a monte (ossia, in caso di eccedenza a credito, ne chiede il rimborso con la dichiarazione fiscale), con la ben diversa posizione del soggetto che ha assolto l’Iva in rivalsa nei confronti del soggetto passivo (emittente la fattura) e che, sul presupposto del parziale o totale pagamento indebito di detta somma (in quanto l’imposta liquidata in fattura non era dovuta, del tutto, in caso di operazione esente o non imponibile, oppure in parte, in caso, come nella…

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