IRAP e avvocati: i casi in cui non si paga

Con l’ordinanza n. 28636 del novembre 2017, i giudici di Cassazione affrontano, ancora una volta, la problematica dell’Irap per gli avvocati. (vedi la sezione di CommercialistaTelematico dedicata integralmente all’IRAP==>)

Il contribuente censura davanti ai massimi giudici la sentenza d’appello laddove stima l’attività svolta fornita del requisito dell’autonoma organizzazione, sostanzialmente per essere espletata col conseguimento di rilevanti introiti e mediante “più che validi ausili”, testimoniati dai notevoli esborsi per compensi a terzi e beni mobili strumentali e dall’utilizzo di locali ad uso studio, dapprima in parte collocati in casa e in parte fuori e poi collocati in un compendio di cento metri quadri.

Per la Corte, “l’impugnazione è centrata correttamente su principi regolativi ora definitivamente certificati dalle sezioni unite (Cass., sez. U, n. 9451 del 2016), laddove si afferma che, in tema di imposta regionale sulle attività produttive, il presupposto dell’autonoma organizzazione richiesto dall’art. 2 del d.lgs. n. 446 del 1997 non ricorre quando il contribuente responsabile dell’organizzazione impieghi beni strumentali non eccedenti il minimo indispensabile all’esercizio dell’attività e si avvalga di lavoro altrui non eccedente l’impiego di un dipendente con mansioni esecutive. Tale parametro orientativo, invece, non risulta rispettato dal giudice d’appello che, con motivazione apparentemente diffusa, ma sostanzialmente anapodittica, svicola dal reale tessuto difensivo oggetto di contraddittorio processuale”.

Osserva la Corte che “manca del tutto il collegamento logico-giuridico tra l’assoluta modestia dei compensi a terzi, contenuti prima in poche centinaia (2004/2005) e poi in poche migliaia (2006) di euro, e l’affermazione dell’esistenza di ‘più che validi ausili’. Analoghi rilievi si ravvisano circa l’incomprensibile osservazione sull’esistenza sino al 2005 di uno studiolo casalingo di 12 mq., oltre a quello vero e proprio (58 mq), e l’utilizzo dal 2006 un solo studio più grande (100 mq), il tutto senza alcuna indagine concreta circa peculiari situazioni e specifici bisogni (es. Cass. sez. 6-5, n. 25238 del 2016)”.

Inoltre, riguardo all’altro punto centrale dell’apparato argomentativo, “il valore assoluto dei compensi percepiti (Cass., sez. 6-5, n. 22705 del 2016) e dei costi inerenti, ed il loro reciproco rapporto percentuale, non costituiscono elementi utili per desumere il presupposto impositivo dell’autonoma organizzazione di un professionista, atteso che, da un lato, i compensi elevati possono essere sintomo del mero valore ponderale specifico dell’attività esercitata, e, dall’altro, le spese consistenti possono derivare da costi strettamente afferenti all’aspetto personale (ess. studio professionale, veicolo strumentale, etc.), rappresentando, così, un mero elemento passivo dell’attività professionale, non funzionale allo sviluppo della produttività e non correlato all’implementazione dell’aspetto organizzativo (Cass., sez. 6-5, n. 23557 del 2016 e n. 23552 del 2016)”.

IRAP e avvocati – Brevi note

Di recente, con la sentenza n. 16941 del 19 agosto 2015 (ud. 27 marzo 2015) la Corte Cassazione ha ritenuto non applicabile l’Irap per l’avvocato che esercita in casa. La Corte, partendo dall’assunto secondo cui, presupposto per l’applicazione dell’Irap, è l’esercizio abituale di un’attività autonomamente organizzata, diretta alla produzione o allo scambio di beni ovvero alla prestazione di servizi, che ricorre qualora il contribuente sia il responsabile dell’organizzazione ed impieghi beni strumentali, eccedenti per quantità o valore il minimo generalmente ritenuto indispensabile per l’esercizio della professione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui, rileva che nel caso di specie “il contribuente non ha neanche uno studio proprio ma esercita presso la propria abitazione; lo stesso, inoltre, è solo collaboratore di altro studio (la cui…

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