Lo scarso valore delle circolari del fisco contro la legge

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 6185 del 10.3.2017, ha chiarito una questione molto interessante, mettendo in evidenzia il possibile “corto circuito” che si verifica in caso di contrasto delle Circolari dell’Agenzia con la disposizione di legge.
Nel caso di specie l’Agenzia delle Entrate aveva emesso nei confronti di una società un avviso di accertamento relativo a Ires, Irap e Iva per l’anno 2004, con cui contestava, tra le altre, la deduzione di costi non inerenti, in particolare di spese legali sostenute in un procedimento penale da dipendenti della contribuente, che erano stati querelati da altri dipendenti della società per vertenze sorte nell’ambito del rapporto di lavoro, e il riscontro di differenze inventariali positive e negative.
La società impugnava l’avviso davanti alla CTP di Torino, ottenendone il parziale annullamento con sentenza poi confermata dalla CTR del Piemonte, la quale aveva affermato che i costi erano deducibili, in quanto inerenti e conseguenti, seppure in senso generico, allo svolgimento dell’attività di impresa; e che le differenze inventariali positive, oggetto dei rilievi, in quanto risultanti dalla contabilità obbligatoria di magazzino, dovevano essere valutate secondo i criteri di prudenza indicati nella Circolare del 2 ottobre 2006, n. 31/E, dell’Agenzia delle Entrate, la cui applicabilità al caso di specie rendeva quindi infondata la ripresa fiscale operata dall’ufficio.
Contro la sentenza l’Agenzia delle Entrate proponeva ricorso per cassazione, deducendo la falsa applicazione dell’art. 109, c. 5, dpr 917/1986, per avere la CTR riconosciuto la legittimità della deduzione delle spese legali sostenute dalla società per la difesa dei dipendenti.
Tale censura, secondo la Corte, era fondata.
Il presupposto che aveva indotto la CTR ad ammettere la deducibilità dei costi era stato infatti quello della loro inerenza all’attività di impresa, inerenza il cui positivo riscontro costituiva dunque l’autentica e unica ratio decidendi, leggendosi infatti nella sentenza che i costi in questione, ossia quelli della difesa penale dei propri dipendenti sottoposti a indagine penale, erano da ritenersi «inerenti e conseguenti, seppur in senso generico, allo svolgimento dell’attività, in quanto è ovvio che l’azienda ha inteso tutelare i propri interessi e la propria posizione tanto sul piano patrimoniale che sul piano morale e sociale».
Ciò che quindi aveva indotto il giudice d’appello a riconoscere la deducibilità del costo era stato il rilievo che i fatti oggetto della querela riguardavano lato sensu vicende aziendali e che l’esito del procedimento penale si poteva riverberare negativamente sulla stessa società.
I giudici di legittimità, tuttavia, pur ammettendo che, rimborsando le spese di difesa sostenute da propri dipendenti per difendersi nel procedimento penale dalla querela proposta da altri dipendenti, la contribuente avesse agito per un proprio interesse, ritenevano che ciò non bastasse a giustificarne la deduzione, in assenza di qualsiasi correlazione fra la spesa con «un’attività potenzialmente idonea» a produrre utili, secondo la nozione di inerenza così come precisata dalla giurisprudenza della Suprema corte (Cass. 27 febbraio 2015, n. 4041; Cass. 21 gennaio 2009, n. 1465; Cass. 27 febbraio 2005, n. 4941).
Ciò che però più interessa, ai fini del presente commento, è il secondo motivo di censura, con cui l’Agenzia ricorrente deduceva la violazione degli art. 1 e 3 del dpr 41/1997.
Anche questo motivo, secondo la Corte, era fondato.
La particolarità della vicenda, tuttavia, attiene al fatto che, in sostanza, l’Ufficio ricorrente censurava la CTR laddove quest’ultima aveva applicato una Circolare della medesima Agenzia delle Entrate, poi effettivamente ritenuta dalla Corte contraria al disposto normativo e comunque per essi non vincolante.
La sentenza della Commissione Tributaria Regionale aveva infatti motivato, in senso favorevole per …

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