La firma dell'atto di appello del Fisco

Con la sentenza n. 6691 del 21 marzo 2014 (ud. 22 gennaio 2014) la Corte Suprema di Cassazione ha confermato che “la sottoscrizione dell’atto di appello dell’ufficio finanziario è validamente apposta quando proviene dal preposto al reparto competente (v. da ultimo Cass. n. 21546-11; cui adde Cass. n.13908/08). Questo perchè la delega da parte del direttore può essere legittimamente conferita in anche via generale mediante la preposizione del funzionario a un settore dell’ufficio con competenze specifiche”.
Invero, osserva la Corte richiamando gli artt. 10 e 11, c. 2, del D.Lgs. n. 546 del 1992, dette norme “riconoscono la qualità di parte processuale e conferiscono la capacità di stare in giudizio all’ufficio locale dell’agenzia delle entrate nei cui confronti è proposto il ricorso, organicamente rappresentato dal direttore o da altra persona preposta al reparto competente, da intendersi con ciò stesso delegata in via generale a sostituire il direttore nelle specifiche competenze. Ne consegue che, ove non sia contestata la provenienza dell’atto d’appello dall’ufficio competente, questo deve ritenersi ammissibile fintanto che non sia eccepita – e provata – la non appartenenza del sottoscrittore all’ufficio appellante, o, comunque, l’usurpazione del potere d’impugnare la sentenza di primo grado, dovendosi altrimenti presumere che l’atto provenga dall’ufficio e ne esprima la volontà”.
Pertanto, “ha dunque errato la commissione tributaria nel risolvere la questione sulla base della mera considerazione della non avvenuta esibizione in giudizio di una delega specifica ad appellare la sentenza. Ha errato in quanto l’inammissibilità avrebbe potuto essere dichiarata solo se il contribuente avesse eccepito l’eventuale abusiva posizione del firmatario dell’impugnazione e avesse soprattutto adempiuto all’onere di dimostrare la veridicità di tale assunto”.

Brevi note giurisprudenziali
Proprio di recente, con la sentenza n. 16861 del 24 luglio 2014 (ud. 30 maggio 2014) la Corte di Cassazione aveva già affermato che “in tema di contenzioso tributario, la sottoscrizione dell’atto di appello, pur non competendo ad un qualsiasi funzionario sprovvisto di specifica delega da parte del titolare dell’Ufficio, deve ritenersi validamente apposta quando proviene dal funzionario preposto al reparto competente, poichè la delega da parte del titolare dell’Ufficio può essere legittimamente conferita in via generale mediante la preposizione del funzionario ad un settore dell’Ufficio con competenze specifiche (nella specie il settore del contenzioso)” (Cass. n. 13908/2008). E in ordine alla necessità per l’Agenzia delle Entrate di documentare altresì l’esistenza di un effettivo atto di delega al funzionario, la Corte ribadisce “che la provenienza di un atto dall’Agenzia delle Entrate e la sua idoneità a rappresentarne la volontà si presumono finchè non venga provata la non appartenenza del sottoscrittore all’Ufficio o, comunque, l’usurpazione dei relativi poteri (Cass. 220/2014)”.
Il tema, quindi, che oggi ancora una volta affronta la Corte Suprema non è certamente nuovo.
Già con la sentenza n. 15048 del 05.08.2005 la Corte aveva avuto modo di affermare che “la leggibilità della firma di un atto non è requisito essenziale ai fini dell’imputabilità della volontà dichiarativa al funzionario investito dei relativi poteri, a meno che non sussistano altri elementi tali da ingenerare dubbi circa la riferibilità del provvedimento”.
Sul punto, si riscontrano ulteriori precedenti.

Con la sentenza n. 24972 del 6 ottobre 2005, depositata il 25 novembre 2005, è stato ritenuto che deve presumersi legittima la sottoscrizione di un atto da parte di un delegato del funzionario responsabile, sebbene la firma del …

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