IRAP: il caso del promotore finanziario

di Roberta De Marchi

Pubblicato il 20 giugno 2014

in periodo di Unico, analizziamo il caso dell'assoggettabilità ad IRAP del contribuente che esercita l'attività di "promotore finanziario"

Con l’ordinanza n. 9238 del 24 aprile 2014 (ud. 3 aprile 2014) la Corte di Cassazione ha confermato, richiamando la sentenza a SS.UU. n. 12110 del 26 maggio 2009, che “in tema di IRAP, a norma del combinato disposto del D.Lgs. 15 dicembre 1997, n. 44, art. 2, comma 1, primo periodo e art. 3, comma 1, lett. c), l'esercizio delle attività di agente di commercio, di cui alla L. n. 204 del 1985, art. 1, e di promotore finanziario di cui al D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 31, comma 2, è escluso dall'applicazione dell'imposta qualora si tratti di attività non autonomamente organizzata. Ed invece il giudice di merito ha ritenuto che il contribuente fosse automaticamente e necessariamente soggetto a imposta”.



Brevi note

Come visto, con la sentenza n. 12110 del 26 maggio 2009 (ud. del 12 maggio 2009) la Corte di Cassazione a SS.UU. era già intervenuta sull’Irap degli agenti di commercio e dei promotori finanziari.

Il punto su cui era stata chiamata la Corte a pronunciarsi è se, per l’applicabilità dell’IRAP in relazione agli agenti di commercio eventualmente non organizzati in forma di impresa, “sia comunque necessario l’accertamento in fatto del presupposto della autonoma organizzazione”, ove la posizione espressa dalla Quinta Sezione civile della Corte non è stata univoca.

Le Sezioni Unite prendono le mosse dalla natura e della ratio dell’imposta che ha dato la Corte costituzionale con la sentenza n. 156 del 21 maggio 2001.

Il giudice delle leggi, con la sentenza n. 156 del 2001, ha sancito la legittimità costituzionale dell’imposta osservando che “l’IRAP non è un’imposta sul reddito, bensì un’imposta di carattere reale che colpisce ... il valore aggiunto prodotto dalle attività autonomamente organizzate”, sicchè “non riguardando la normativa denunciata la tassazione dei redditi personali, le censure (di illegittimità costituzionale) riferite all’asserita equiparazione del trattamento fiscale dei redditi di lavoro autonomo a quello dei redditi di impresa risultano fondate su un presupposto palesemente erroneo”.

Le Sezioni unite, quindi, “anche con riferimento all’agente di commercio e al promotore finanziario (quest’ultimo