Il contenzioso contro l'interpello negativo

1. Premessa

Il diniego da parte del Direttore dell’Agenzia delle Entrate, emesso a seguito di un’istanza di interpello predisposta e presentata dal contribuente, costituisce un atto che conserva un’”atipicità” di fondo, rispetto a quelli comunemente conosciuti come impositivi, cui gli operatori sono avvezzi. Tale caratteristica, lo rende “scivoloso”, e per questo, affrontato con una certa, comprensibile, ritrosia di fondo.

L’impugnazione del parere negativo opposto dalla Direzione Regionale dell’Agenzia delle Entrate, ad un’istanza di interpello, se da un lato parrebbe, ormai pacificamente1, atto impugnabile dinanzi ai Giudici tributari, non ha ancora trovato univocità nella disciplina, né risultano dissipati i numerosi dubbi, tuttora esistenti nella prassi operativa. Il presente contributo intende offrire una riflessione sul tema, alla luce dell’evolversi delle interpretazioni giurisprudenziali, e della prassi ministeriale.

2. L’istanza di interpello disapplicativo: un obbligo, non una facoltà

Come è noto agli operatori, le istanze di interpello, disciplinate dall’articolo 11 della Legge 27 luglio 2000 n. 212, sono essenzialmente riconducibili a due “macro classi”, con riferimento ai rispettivi ambiti applicativi:

  • l’interpello antielusivo, presentato ai sensi dell’articolo 37-bis, comma 8, del d.p.r. n. 600/73;

  • l’interpello in materia di società di comodo, ai sensi dell’articolo 30, comma 4-bis, Legge n. 724/94.

Va premesso che la finalità comune per tutte le istanze di interpello2, come esplicitamente affermato dalla prassi ministeriale3, “… è quella di far conoscere il parere dell’Amministrazione finanziaria in ordine all’interpretazione/applicazione di una norma tributaria ad una fattispecie concreta, riferibile alla posizione del contribuente istante”.

Con particolare riferimento, poi, all’interpello antielusivo, va evidenziato come esso si ponga come onere vincolante per il contribuente interessato: quanto precede è peraltro espressamente ribadito dalla circolare n. 32/E poc’anzi richiamata, laddove afferma che “… l’obbligo di presentazione dell’istanza, previsto dalla normativa di riferimento, risponde all’esigenza di consentire all’Amministrazione finanziaria un monitoraggio preventivo in merito a particolari situazioni considerate dal legislatore potenzialmente elusive”. Con riguardo, invece, all’interpello in materia di società di comodo4, va rilevato come, a seguito dell’introduzione del comma 4-bis, ad opera del decreto n. 223 del 2006, la procedura da avviare per richiedere la disapplicazione delle nome relative alle società non operative è stata oggetto di rilevanti modifiche. Il tenore letterale della norma citata è il seguente: “In presenza di oggettive situazioni che hanno reso impossibile il conseguimento dei ricavi, degli incrementi di rimanenze e dei proventi, nonché del reddito…, la società interessata può richiedere la disapplicazione delle relative disposizioni antielusive, ai sensi dell’articolo 37-bis, comma 8, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973 n. 600”. A seguito della norma illustrata, è venuta meno, in capo al contribuente, l’opportunità di fornire prova contraria nel corso della fase di accertamento : come diretta conseguenza di ciò, viene lasciato, quale unico rimedio utile ad evidenziare le “oggettive situazioni” di cui sopra, la presentazione dell’interpello disapplicativo. Occorre quindi fare attenzione alla locuzione, contenuta nel comma 4-bis poc’anzi richiamato, secondo la quale “… la società interessata può richiedere la disapplicazione…”. Il termine “può”, infatti, non è da intendersi come espressione di un’opportunità, quanto, piuttosto, di un vero e proprio “onere” gravante sul contribuente interessato dallanormativa sulle società di comodo, di cui alla legge n. 724/94. Nell’ipotesi, infatti, in cui lo stesso soggetto chiamato in causa non si attivasse alla presentazione dell’interpello, con le modalità e nel rispetto dei tempi…

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