Studi professionali: come procedere per rimanere competitivi?

di Mario Alberto Catarozzo

Pubblicato il 19 aprile 2016

stiamo vivendo in una fase di evoluzione del mondo delle professioni... può essere difficile mantenersi sempre in contatto con ciò che ci richiede il mercato; proviamo a dare alcuni utili suggerimenti
Nella videoconferenza di domani pomeriggio (20 aprile) parleremo proprio di come rimanere al passo nelel novità che investono la nostra porfessione....   Il libero professionista, si sa, non è un manager. Il proprio bagaglio culturale è ricco di nozioni di diritto, economia, fiscalità e, per alcuni, finanza. I corsi universitari che hanno formato il background di ciascuno hanno puntato sul consolidamento di quelle che vengono chiamate hard skills, cioè le materie e competenze centrali della professione di ciascuno. Per chi ha qualche anno in più, poi, anche le lingue straniere erano escluse dal percorso di studi, così come quelle informatiche. Il commercialista ha intrapreso la propria esperienza professionale concentrandosi sui contenuti tecnici che da lì in poi avrebbero maneggiato tra scrivanie, pratiche, riunioni. Il praticante abbracciava la croce della propria gavetta e cominciava la salita che avrebbe portato all’esame di abilitazione con cui avrebbe quasi sempre aperto il proprio studio. Cominciava così l’esperienza in prima linea del professionista tuttofare, colui che armato di santa pazienza avrebbe da quel momento in poi gestito le attività, curato i clienti, portata nuova clientela. Le strutture di studio erano quasi sempre organizzate su base individuale: il titolare dava il nome allo studio e  praticanti e collaboratori fornivano supporto alle attività. La giornata-tipo cominciava senza sapere esattamente come si sarebbe svolta, con appuntamenti fissati in agenda e un’idea di massima degli impegni della giornata. A sera la sensazione il più delle volte era di non aver concluso quello che ci si era posti di fare, di non aver mai abbastanza tempo a disposizione, di essere parte di un ingranaggio più grande di noi e di accumulare stress a piene mani. Molti si chiederanno perché parliamo al passato, in quanto si rivedranno perfettamente tutt’oggi in questa descrizione. La ragione è che non ce lo si può più permettere e quindi va al più presto elaborata una soluzione organizzativa più efficace ed efficiente. Abbiamo iniziato dicendo che per propria cultura il professionista non è un manager, il che non deve essere una buona giustificazione per non diventarlo. Ma cosa vuol dire in concreto acquisire una mentalità manageriale per un professionista? E come può una tale mentalità essere di ausilio alle attività di studio? Avere una forma mentis manageriale vuol dire imparare a prevedere, stimare, progettare e verificare le attività; vuol dire procedere per obiettivi e non più per problemi; significa impostare le attività con un lavoro di team e non più prevalentemente in prima persona. Lo studio professionale, per molteplici ragioni – economiche, di mercato, di cultura, tecnologiche – si sta spostando sempre di più verso un modello organizzativo di tipo aziendale. Immaginate allora se in un’azienda tutti fossero alla produzione e nessuno al marketing, nessuno in cabina di pilotaggio, nessuno al customer care. Cosa accadrebbe? Si produrrebbero servizi e prodotti, ma non ci sarebbe nessuno a promuoverli, oppure a verificarne la qualità o l’efficienza produttiva della struttura, nessuno a prendere decisioni ponderate, nessuno a innovare.  

Nella videoconferenza di domani pomeriggio (20 aprile) parleremo proprio di come rimanere al passo nelel novità che investono la nostra porfessione....

  19 aprile 2016 Mario alberto Catarozzo