La chiusura della procedura fallimentare e i giudizi pendenti

Abstract
Con le disposizioni apportate dal decreto sulla giustizia per la crescita (D.L. n. 83/2015) recanti misure urgenti in materia fallimentare è stato previsto, tra l’altro, che la pendenza di giudizi non è più ostativa alla chiusura della procedura, pertanto se il curatore ritiene più opportuno per la procedura costituirsi in giudizio nelle controversie relative a rapporti di diritto patrimoniale del fallito compresi nel fallimento al posto del fallito, non deve preoccuparsi che tale cosa possa impedire o rallentare il riparto dell’attivo e la chiusura del fallimento.
Rif. Normativi
D.L. 27 giugno 2015, n. 83, art. 7 convertito dalla Legge 6 agosto 2015, n. 132;
R.D. 16 marzo 19452, n. 267, artt. 26, 102, 118 e 119
Premessa
In base all’art. 7 D.L. n. 83 del 2015 la chiusura della procedura di fallimento per ripartizione dell’attivo non è impedita dalla pendenza di giudizi, rispetto ai quali il curatore mantiene la legittimazione processuale ai sensi dell’art. 43n legge fall., anche nei successivi stati e gradi del giudizio, con un’evidente deroga a quanto previsto dall’art. 120 legge fall., che fa discendere dalla chiusura del fallimento l’improcedibilità delle azioni esperite dal curatore e che continua ad essere applicato a tutte le ipotesi di chiusura del fallimento diverse da quelle di cui all’art. 118 n. 3 legge fall.
Con le disposizioni apportate dal decreto sulla giustizia per la crescita – D.L. n. 83/2015 – recanti misure urgenti in materia fallimentare è stato previsto, tra l’altro, che la pendenza di giudizi non è più ostativa alla chiusura della procedura, pertanto se il curatore ritiene più opportuno per la procedura costituirsi in giudizio nelle controversie relative a rapporti di diritto patrimoniale del fallito compresi nel fallimento al posto del fallito, non deve preoccuparsi che tale cosa possa impedire o rallentare il riparto dell’attivo e la chiusura del fallimento.

La chiusura del fallimento e i giudizi pendenti: “ante D.L. n. 83/2015”
La chiusura del fallimento viene disposta con decreto motivato emesso dal Tribunale su istanza del curatore o del fallito.
Prima della modifica normativa era possibile giungere alla conclusione dell’iter concorsuale nei seguenti casi:

In caso di proposta di concordato;

Per mancanza di attivo

Per mancanza di domanda di ammissione al passivo presentate entro il termine fissato;

Per il raggiungimento dell’intero ammontare dei crediti ammessi

Quando si fosse accertato che la prosecuzione della procedura non consente di soddisfare i creditori concorsuali

Quando fosse stata compiuta la ripartizione finale dell’attivo.

In tali casi il curatore avrebbe potuto procedere alla richiesta di chiusura della procedura fallimentare e nel caso in cui il soggetto fallito fosse una società, presentare richiesta di cancellazione della società dal registro delle imprese.

Con il decreto di chiusura vengono meno gli effetti del fallimento sul patrimonio del fallito e le conseguenti incapacità personali; decadono anche gli organi preposti al fallimento.
Costituiscono titoli idonei per la cancellazione del fallimento anche il decreto di avvenuta esecuzione del concordato fallimentare emanato dal giudice ai sensi dell’art. 136 L.F. e la sentenza di revoca del fallimento emessa dal Tribunale. Non è, invece, titolo idoneo alla cancellazione del fallimento il programma di liquidazione ex art. 104 ter L.F. autorizzato dal giudice con decreto a margine.
Con l’accettazione del programma di liquidazione, anche se approvato dal giudice, non si può ritenere chiusa la procedura fallimentare. Infatti questo provvedimento non esime dall’emissione del decreto di chiusura del fallimento che deve essere sempre pronunciato ai sensi dell’art. 119 della L.F. Quindi, in questa fase, non sono ancora cessati gli effetti del fallimento, evento che si verifica, così come previsto dall’art. 120 L.F., …

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