Atto di appello valido se firmato dal funzionario preposto al reparto

 
Con la sentenza n. 15293 del 21 luglio 2015 (ud. 12 febbraio 2015) la Corte di Cassazione ha ribadito che “in tema di contenzioso tributario, la sottoscrizione dell’atto di appello, pur non competendo ad un qualsiasi funzionario sprovvisto di specifica delega da parte del titolare dell’Ufficio, deve ritenersi validamente apposta quando proviene dal funzionario preposto al reparto competente, poichè la delega da parte del titolare dell’Ufficio può essere legittimamente conferita in via generale mediante la preposizione del funzionario da un settore dell’Ufficio con competenze specifiche, nella specie il settore del contenzioso” (Cass. n. 628/2006; conf. Cass. nn. 6691/2014; 20911/2014; 21546/2011; 874/2009 e 2432/2001).
Pertanto, “la sottoscrizione dell’atto di appello pertanto, deve ritenersi validamente apposta quando proviene dal funzionario preposto al reparto competente, ove non sia contestata – come in questo caso – la provenienza dell’appello dall’Ufficio competente e fino a quando non sia eccepita e provata la non appartenenza del sottoscrittore all’ufficio appellante o comunque l’usurpazione del potere di impugnare la sentenza di primo grado, dovendosi altrimenti presumere che l’atto provenga dall’Ufficio e ne esprima la volontà (Cass. n. 6691/2014)”.
Brevi note giurisprudenziali
La sentenza che si annota (confermativa di un indirizzo consolidato della Suprema Corte) richiama, fra le altre, la pronuncia n. 6691 del 21 marzo 2014 (ud. 22 gennaio 2014), dove i massimi giudici avevano riaffermato che “la sottoscrizione dell’atto di appello dell’ufficio finanziario è validamente apposta quando proviene dal preposto al reparto competente (v. da ultimo Cass. n. 21546-11; cui adde Cass. n. 13908/08). Questo perchè la delega da parte del direttore può essere legittimamente conferita in anche via generale mediante la preposizione del funzionario a un settore dell’ufficio con competenze specifiche”. Invero, osserva la Corte richiamando gli artt. 10 e 11, c. 2, del D.Lgs. n. 546 del 1992, dette norme “riconoscono la qualità di parte processuale e conferiscono la capacità di stare in giudizio all’ufficio locale dell’agenzia delle entrate nei cui confronti è proposto il ricorso, organicamente rappresentato dal direttore o da altra persona preposta al reparto competente, da intendersi con ciò stesso delegata in via generale a sostituire il direttore nelle specifiche competenze. Ne consegue che, ove non sia contestata la provenienza dell’atto d’appello dall’ufficio competente, questo deve ritenersi ammissibile fintanto che non sia eccepita – e provata – la non appartenenza del sottoscrittore all’ufficio appellante, o, comunque, l’usurpazione del potere d’impugnare la sentenza di primo grado, dovendosi altrimenti presumere che l’atto provenga dall’ufficio e ne esprima la volontà”. Pertanto, “ha dunque errato la commissione tributaria nel risolvere la questione sulla base della mera considerazione della non avvenuta esibizione in giudizio di una delega specifica ad appellare la sentenza. Ha errato in quanto l’inammissibilità avrebbe potuto essere dichiarata solo se il contribuente avesse eccepito l’eventuale abusiva posizione del firmatario dell’impugnazione e avesse soprattutto adempiuto all’onere di dimostrare la veridicità di tale assunto”.
 
Il tema, quindi, che oggi ancora una volta affronta la Corte Suprema non è certamente nuovo ma sicuramente continua ad essere interessante (segnaliamo che con la sentenza n. 15048 del 05.08.2005 la Corte aveva avuto modo di affermare che “la leggibilità della firma di un atto non è requisito essenziale ai fini dell’imputabilità della volontà dichiarativa al funzionario investito dei relativi poteri, a meno che non sussistano altri elementi tali da ingenerare dubbi circa la riferibilità …

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