Le maggiori imposte estere delle imprese internazionali: ipotesi di deducibilità

di Giuseppe Bennici

Pubblicato il 17 agosto 2015

la nuova riforma fiscale concernente la crescita e l’internazionalizzazione delle imprese intende agevolare le imprese che lavorano all'estero rendendo deducibili (in parte) le imposte estere già versate

 

La nuova riforma fiscale concernente la crescita e l’internazionalizzazione delle imprese, come in ultimo licenziata dal Governo dopo i pareri di modifica delle commissioni parlamentari competenti, mette mano, tra l’altro, alla disciplina sul credito di imposta sulle imposte estere confermando da un lato, la neutralizzazione degli effetti del principio cd. “per country limitation” mentre dall’altro lato, con riferimento ai dividenti provenienti da soggetti residenti in Stati o territori a regime fiscale privilegiato, si inserisce la possibilità di usufruire del credito di imposta per le imposte estere pagate dalla società controllata a partire dal quinto periodo d’imposta precedente a quello di entrata in vigore delle nuove disposizioni (per es. entrata in vigore 2015, credito per imposte estere pagate a ritroso fino all’anno 2010).

Non sempre l’inerenza fiscale annovera sotto il proprio ombrello i costi sostenuti da un’attività imprenditoriale grazie a quali si sono prodotti maggiori ricavi con un aggravio impositivo. È il caso delle maggiori imposte sostenute all’estero non assorbite dal carico impositivo domestico.

Il momento, tuttavia - con maggiore sforzo a beneficio di una proficua armonizzazione tra tre componenti fondamentali in capo alle imprese ossia capacità contributiva, determinazione reddituale contabile e fiscale - , sembrerebbe propizio per riconsiderare la disposizione dell’art. 99 del Dpr. 197/1986, nella misura in cui se da un lato è ineccepibile il divieto di scomputo delle imposte nazionali dal reddito, in caso contrario finendo per falsare la capacità contributiva, dall’altro lato, non è altrettanto scontato che la stessa finalità possa ravvisarsi in un elemento reddituale che di fatto non ha nessuna attinenza con la capacità contributiva del paese di residenza.

La particolarità del componente di costo “aggiuntivo” rappresentato dalla quota parte di imposta non assorbita dall’imposta nazionale rispetto a qualsiasi altro costo ritenuto o ritenibile inerente, deriva dalla sua incertezza quantitativa; di fatto non si saprà il suo ammontare fino a quando non si ha certezza dell’imposta domestica, e dalla mobilità temporale del suo utilizzo potendo cristallizzare ed utilizzare la maggiore imposta estera per un periodo, all’indietro ed in avanti, per otto esercizi.

 

Il problema dunque sorge, determinata la quota annuale dell’imposta estera non più utilizzabile, dal combinato disposto degli artt. 99 e 109 del Tuir, dove da un lato si preclude la deduzione delle maggiori imposte non assorbite e dall’altro lato, si ha la rilevazione di un maggior reddito fiscale ancorché se ne acconsentirebbe l’attrazione del costo in relazione al ma