La proroga biennale degli accertamenti da condono

La Suprema Corte, con la recente sentenza n. 2194 del 06.02.2015, ha affermato che, in caso di accertamenti che riqualificano un’operazione come cessione di ramo aziendale, soggetta ad imposta proporzionale di registro, si applica la proroga di due anni, ex articolo 11 della L. 289/2002.

La Commissione Tributaria Regionale aveva invece attribuito alla sentenza 17 luglio 2008 della Corte di Giustizia l’effetto di rendere inapplicabile al caso di specie la proroga biennale per l’attività accertativa.

La Commissione Tributaria Regionale dell’Emilia Romagna aveva infatti ritenuto tardivo l’avviso di liquidazione, in rapporto all’art. 76 del d.p.r. n. 11 del 1986, sostenendo che la proroga dei termini dell’azione di rettifica, prevista dall’art. 11, comma 1, della Legge citata, non poteva trovare applicazione nel caso di specie, poiché la Corte di Giustizia, censurando, per contrasto col Trattato, le norme di cui agli artt. 8 e 9 della L. n. 289/02, aveva inciso (giusta sentenza 17-7-2008 in causa C-132/6) anche sulla detta possibilità di proroga.

Coi primi tre motivi di ricorso l’amministrazione Finanziaria denunciava allora la suddetta ratio decidendi, per violazione e falsa applicazione dell’art. 11 della L. n. 289 del 2002, in sé e in relazione agli artt. 8, 9 e 10 della stessa legge, nonché per violazione e falsa applicazione degli artt. 226 e 228 del Trattato CE.

La critica svolta nel primo e nel secondo motivo era in particolare nel senso che nessun effetto caducante sulle norme di diritto interno poteva essere affermato in conseguenza della sentenza della Corte di Giustizia, vuoi in relazione alle norme ritenute in contrasto con la normativa comunitaria, vuoi, e soprattutto, in relazione alla norma di cui all’art. 11 della 1. n. 289/02.

La critica svolta nel terzo motivo, infine, era relativa al fatto che l’atto tributario era stato notificato per il recupero dell’imposta di registro (e di quelle connesse, ipotecaria e catastale), in relazione a un negozio indebitamente assoggettato a Iva.

 

Essendo quindi stata rettificata l’imposta in considerazione della riqualificazione del negozio in base all’art. 20 del d.p.r. n. 131 del 1986, ben si sarebbe potuto utilizzare il condono ex L. n. 289/02, giustappunto per evitare sia la riqualificazione, sia la rettifica di valore, con conseguente applicabilità anche della proroga biennale di cui all’art. 11 citato.

I tre motivi, connessi e suscettibili di unitario esame, sono stati dunque ritenuti fondati dai giudici di legittimità nel senso che segue.

Secondo la Suprema Corte non è possibile nel caso di specie invocare la disapplicazione delle norme interne sul condono.

E questo, non solo perché la sentenza della Corte di Giustizia riguardava soltanto le pretese impositive Iva e non gli avvisi di liquidazione aventi ad oggetto imposta di registro e imposte ipotecaria e catastale, ma anche perché la ratiodell’intervento in sede comunitaria trovava considerazione solo nel fatto che l’accesso alla definizione agevolata non consentiva la reale emersione dell’evasione, risolvendosi in una definitiva rinuncia all’accertamento e alla riscossione dell’imposta armonizzata.

Erroneamente pertanto la Commissione Tributaria Regionale aveva attribuito alla sentenza 17 luglio 2008 della Corte di Giustizia l’effetto di rendere inapplicabile al caso di specie la proroga biennale di cui all’art. 11 della L. n. 289/02.

Tale conclusione, da un lato, era giuridicamente errata e, dall’altro, neppure si rivelava attinente alla fattispecie.

 

Al fine di evidenziare l’erroneità giuridica dell’affermazione della Commissione Tributaria, la Suprema Corte sottolinea del resto che la Corte di Giustizia, con la sentenza sopra citata, ha dichiarato che la Repubblica italiana, avendo previsto agli artt. 8 e 9 della legge 27 dicembre 2002, n. 289, una rinuncia generale e indiscriminata all’accertamento delle operazioni imponibili effettuate nel corso di una serie di periodi di imposta, “è venuta…

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