L’amministratore che subentra risponde dell’evasione fiscale precedente al suo mandato

di Federico Gavioli

Pubblicato il 20 dicembre 2014

l'assunzione della carica di amministratore comporta, per comune esperienza, una minima verifica della contabilità, dei bilanci e delle ultime dichiarazioni dei redditi; nell’ipotesi che questo non avvenga, è evidente che colui che subentra nelle quote e assume la carica si espone volontariamente a tutte le conseguenze che possono derivare da pregresse inadempienze

Anche il nuovo amministratore risponde dell’evasione di imposte avvenuta nella precedente gestione; la Corte di Cassazione con la sentenza n. 39437, del 25 settembre 2014, ha stabilito che l’assunzione della carica di amministratore in un società comporta, come minimo, una verifica iniziale della contabilità, dei bilanci e delle ultime dichiarazioni dei redditi.

Nell’ipotesi che il neo amministratore non esegua tali compiti “preliminari” si espone a tutte le conseguenze che possono derivare da pregresse inadempienze.


La condanna

La Corte di Appello, con sentenza dell’ottobre 2010, ha confermato la colpevolezza di un contribuente, per avere, quale legale rappresentante di una SRL omesso il versamento di ritenute certificate per un importo di oltre € 162mila euro in relazione all'anno di imposta 2004 rilevando, che la prova dell'avvenuta certificazione poteva ritenersi raggiunta sulla base dei modelli 770 e che la tesi della insussistenza di consapevolezza e della non ascrivibilità del reato all'amministratore, già formulata davanti al Tribunale, non poteva trovare accoglimento per le “ragioni esplicitate dal primo giudice, ancorate a precisi riferimenti fattuali e temporali e corroborate da ineccepibili rilievi sul piano della logica e della verosimiglianza”.

Avverso la sentenza di condanna l’amministratore è ricorso in Cassazione.

Tra i principali motivi del ricorso l’amministratore evidenzia che in relazione all'attribuzione di responsabilità, la sentenza dei giudici del merito non ha tenuto conto del fatto che egli aveva assunto la carica di amministratore della società solo nel maggio del 2005 , mentre il termine per il pagamento scadeva il successivo 28 settembre: ad avviso dell’amministratore ricorrente dunque, non poteva essergli attribuito il fatto sia dal punto di vista della condotta, sia sotto il profilo della consapevolezza intenzione.



La disposizione contestata

I giudici di legittimità osservano che la disposizione di legge contestata è quella di cui all'art. 10-bis, del D.Lgs. n.74/2000; secondo un precedente orientamento giurisprudenziale della Cassazione è stato evidenziato che l'assunzione della carica di amministratore comporta, per comune esperienza, una minima verifica della contabilità, dei bilanci e delle ultime dichiarazioni dei redditi. Ove ciò non avvenga, è evidente che colui che subentra nelle quote e assume la carica si espone volontariamente a tutte le conseguenze che possono derivare da pregresse inadempienze. Nel caso in esame, non si trattava di un debito verso l'erario particolarmente remoto o nascosto, poiché si trattava di versamenti dovuti sulla base dell'ultima dichiarazione (presentata nello stesso anno 2005) e quindi bastava, prima di assumere la carica di amministratore, chiedere di visionare la documentazione fiscale più recente.

Le verifiche dunque erano assai semplici e coincidevano con i minimi riscontri d'obbligo che devono essere eseguiti prima del subentro nella carica: si trattava di un debito (con conseguente obbligo di versamento) risultante dall'ultima dichiarazione fiscale e, quindi, facilmente constatabile.

Per i giudici di legittimità ammesso che il neo amministratore non avesse eseguito neppure tale elementare riscontro, si tratterebbe comunque