Il procedimento di correzione degli errori materiali della sentenza

Premessa
Esiste nel nostro ordinamento un procedimento (previsto nel capo V, titolo I, libro II del codice di procedura civile) finalizzato al rimedio di particolari tipologie di vizi dei provvedimenti del giudice. Infatti, nulla può escludere che la sentenza possa essere affetta da errori che investono non il giudizio come pensiero espresso nell’atto, ma l’espressione stessa del pensiero, ossia la formazione dell’atto o il documento.
Considerato il potenziale intervento di tali contesti, l’art. 287 c.p.c., rubricato “casi di correzione”, prevede che “le sentenze contro le quali non sia stato proposto appello e le ordinanze non revocabili possono essere corrette, su ricorso di parte, dallo stesso giudice che le ha pronunciate, qualora egli sia incorso in omissioni o in errori materiali o di calcolo”.
Il procedimento de quo, incentrato sostanzialmente sulla “materialità” quale elemento caratterizzante unerrore correggibile delle sentenze, trova applicazione anche nel processo tributario, in forza del rinvio ex art. 1, c. 2, del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, (Cass. civ. n. 16488 del 19 luglio 2006), consentendo l’eliminazione di quei vizi, omissioni, errori, che riguardano il provvedimento considerato non come atto giurisdizionale bensì come documento (Cass. civ. nn. 11333/2009 e 5977/1998).
Evidenti ragioni di economia processuale, certamente non antitetiche alla opportunità della valutazione dell’errore da parte del soggetto cui deve ascriversene la paternità, hanno indotto il legislatore del codice di rito a rimettere la correzione di errori od omissioni della sentenza o dell’ordinanza allo stesso giudice al quale è attribuibile la presenza dell’errore.
 
Le casistiche individuate dalla giurisprudenza
Varie sono state le fattispecie che, secondo le affermazioni della giurisprudenza, costituiscono ipotesi di errori correggibili.
Tra queste:
• l’indicazione di una persona con un nome diverso o parzialmente diverso dal suo, ovvero l’attribuzione ad una parte della posizione processuale dell’altra quando questo errore non incide sul contenuto concettuale e sostanziale della motivazione;
• l’inesatta indicazione dei dati anagrafici, nella sentenza, di alcuna delle parti;
• la mancata indicazione di un componente del Collegio giudicante;
• il contrasto tra formulazione letterale del dispositivo e pronuncia adottata in motivazione;
• l’omessa trascrizione delle conclusioni di una delle parti, purché tali conclusioni siano state esaminate e non sia mancata la decisione su di esse, posto che, in difetto, si verificherebbe una nullità;
• l’erronea indicazione della data di deliberazione ovvero la diversità fra la data di deliberazione della sentenza indicata in calce alla medesima e la data dell’udienza collegiale fissata per tale deliberazione;
• la mancata intestazione della sentenza alla Repubblica italiana;
• la sottoscrizione della decisione da parte di un giudice diverso da quello che ha partecipato alla deliberazione della causa;
• la riproduzione, nell’intestazione della sentenza, del nome di un magistrato diverso da quello riportato nel verbale dell’udienza collegiale;
• l’errore di calcolo nella liquidazione di una somma in base ai criteri stabiliti dal giudice.
 
E’ bene però sottolineare che il carattere materiale dell’errore sussiste unicamente quando l’errore stesso risulti manifesto, vale a dire chiaramente e sicuramente dal contesto stesso del provvedimento, concretizzandosi in un “difetto di corrispondenza tra il contenuto ideale della sentenza e la sua materiale rappresentazione mediante simboli grafici, emergente ictu oculi dalla lettura del provvedimento” (Cass. civ. n. 7712/2000). Non a caso…

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