Se il locale d'impresa è adiacente all'abitazione, serve l'autorizzazione del PM

Con la sentenza n.4140 del 20 febbraio 2013 la Corte di Cassazione ha ritenuto necessaria l’autorizzazione dell’autorità giudiziaria, nel caso di locali d’impresa adiacenti all’abitazione.

 

Il fatto

La rettifica trova fondamento in un p.v.c. della polizia tributaria, dove l’accesso nei locali dell’impresa non era stato autorizzato dal procuratore della Repubblica.

 

I motivi della decisione

La Corte, innanzitutto, constata che nel caso di specie “i locali adibiti ad abitazione e quelli adibiti a opificio erano distinti ma adiacenti, e che tra gli uni e gli altri vi erano porte di comunicazione. Tanto legittima l’inferenza circa l’uso promiscuo dei locali complessivamente considerati, posto che questa corte ha affermato che si ha, appunto, destinazione a uso promiscuo, agli effetti dell’art. 52 del d.p.r. n.633/1972, non soltanto nell’ipotesi in cui i medesimi ambienti siano contestualmente utilizzati per la vita familiare e per l’attività professionale, ma ogni qual volta l’agevole possibilità di comunicazione interna consenta il trasferimento dei documenti propri dell’attività commerciale nei locali abitativi (v. da ultimo Cass. n. 16570/2011)”.

La Corte conferma che “in simile eventualità è comunque necessaria l’autorizzazione all’accesso da parte del procuratore della Repubblica, ai sensi dell’art. 52, 1° co. 1 del d.p.r. n. 633/1972 (sebbene non essendo richiesta anche la presenza di gravi indizi di violazioni di norme del medesimo d.p.r. secondo quanto invece stabilito dal 2° co. della disposizione de qua allo specifico fine di reperire, in locali diversi da quelli destinati all’attività d’impresa, libri, registri, documenti e scritture). L’autorizzazione all’accesso da parte dell’ a.g., in quanto diretta a tutelare l’inviolabilità del domicilio privato, e quindi, indirettamente, lo spazio di libertà del contribuente, rileva alla stregua di condicio sine quo non per la legittimità dell’atto e delle relative conseguenti acquisizioni (per riferimenti, Cass. n. 6903/2011)”.

E di conseguenza ritiene applicabile anche in materia tributaria il principio di inutilizzabilità della prova illegittimamente acquisita, “in considerazione della garanzia difensiva accordata, in generale, dall’art. 24 Cost. (v. Cass. n. 8131/2007; n. 19689/2004)”.

 

Brevi riflessioni

Già con l’ordinanza n. 24178 del 29 novembre 2010 (ud. del 23 settembre 2010) la Corte di Cassazione aveva avuto modo di affermare che per l’accesso nei locali destinati all’esercizio di attività commerciali, agricole, artistiche o professionali, ed anche ad abitazione del contribuente, è necessaria l’autorizzazione del Procuratore della Repubblica (l’uso promiscuo sussiste non solo quando gli ambienti siano contestualmente utilizzati per la vita familiare e per l’attività professionale, ma anche quando vi è la possibilità di comunicazione interna la quale consente il trasferimento dei documenti propri dell’attività commerciale nei locali abitativi). Nel caso di specie, il locale bar dove era stata effettuata la verifica era “tutt’uno” con locale adibito ad abitazione (cucina), e l’accesso era stato effettuato senza l’autorizzazione del Procuratore della Repubblica. La Corte prende atto che “i giudici d’appello hanno confermato l’accertamento in fatto dei giudici di primo grado, secondo i quali l’accesso dei verificatori era avvenuto nei locali in cui si svolgeva l’attività della contribuente, locali che comprendevano un vano della sovrastante abitazione della contribuente adibito a cucina, e che pertanto l’accesso era avvenuto anche in un locale adibito ad uso abitativo, essendo irrilevante, ai fini della norma in esame, che si trattasse solo della cucina, mentre il resto dell’abitazione era posta al piano superiore”. La Corte rileva “che deve ritenersi l’uso promiscuo non solo nella ipotesi in cui i medesimi ambienti siano contestualmente utilizzati per la vita familiare e per l’attività professionale, ma ogni qual volta la agevole possibilità di…

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