Il rifiuto di esibire la documentazione

La mancata presentazione degli atti richiesti in sede di verifica fiscale, con riserva di produrli successivamente in giudizio, equivale al rifiuto di esibizione.
E’ questo, in estrema sintesi, il pensiero espresso dalla Corte di Cassazione, nella sentenza n. 8109 del 23 maggio 2012 (ud. 31 gennaio 2012).
 
Il principio espresso
La “non utilizzabilità” (“a norma del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 33, comma 1, e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 52”) dei “documenti prodotti in giudizio” dalla contribuente – affermata dalla CTR -, non si rivela validamente ed efficacemente contrastata dal mero richiamo all’insegnamento che si assume derivi dalle decisioni della Corte invocate dalla ricorrente atteso che nella sentenza 24 giugno 1995 n. 7161 si è espressamente statuito che il “il divieto … contenuto” nel D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 52, c. 5, per il quale “i libri, registri, scritture e documenti di cui è rifiutata l’esibizione non possono essere presi in considerazione a favore del contribuente ai fini dell’accertamento in sede amministrativa o contenziosa” e “per rifiuto di esibizione si intendono anche la dichiarazione di non possedere i libri, registri, documenti e scritture e la sottrazione di essi alla ispezione”, applicabile anche “per la esecuzione di accessi, ispezioni e verifiche” ai fini dell’accertamento delle imposte sui redditi ai sensi del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 33, c. 1, “deve ritenersi operante non solo nell’ipotesi di rifiuto (per definizione doloso) dell’esibizione, ma anche nei casi in cui il contribuente dichiari, contrariamente al vero, di non possedere o sottragga all’ispezione i documenti in suo possesso, ancorchè non al deliberato scopo di impedirne la verifica, ma per errore non sanabile, di diritto (cfr. D.P.R. n. 636 del 1972, art. 39 bis) o di fatto (dimenticanza, disattenzione, carenze amministrative, ecc.) e, quindi, per colpa…”, e nella decisione 28 gennaio 2002 n. 1030 si è specificato che “per superare la preclusione probatoria, il contribuente può anche addurre la non volontarietà della sottrazione originaria della documentazione poi tardivamente prodotta (v. Cass. SS. UU. 45-2000), ma deve provare il proprio assunto”.
Siffatti principi, però, rileva la Corte, nel caso, risultano del tutto irrilevanti avendo la stessa contribuente precisato che essa “non si era affatto rifiutata di esibire documenti in sede di verifica fiscale … ma, al contrario, si era espressamente riservata, di produrli in giudizio”.
Pertanto, la (confessata) volontaria mancata esibizione (peraltro, non altrimenti giustificata) alla Guardia di Finanza, “in sede di verifica”, dei “documenti” – a spiegazione della quale non si è nemmeno adombrato un qualsivoglia “errore”, quand’anche “non sanabile” -, giuridicamente integra il “rifiuto” di esibizione sanzionato dalla norma in quanto questa attesa la finalità perseguita di “contemperare il diritto di difesa del cittadino col principio di buona amministrazione, parimenti costituzionalizzato (art. 97 Cost.) e, quindi, non disinvoltamente sacrificabili in presenza di comportamenti che ne ostacolino ingiustificatamente la realizzazione”, come precisato nella richiamata decisione del 1995 della Corte “non attribuisce al contribuente nessuna facoltà di scelta tra esibizione immediata agli inquirenti o differita (in giudizio): la riserva espressa dalla contribuente, quindi, si rivela evidentemente illegittima perchè, nella sostanza, suppone una interpretazione della norma che ne rimette l’effettiva osservanza al mero arbitrio del contribuente”.
 
Brevi note
La disposizione dettata dal D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 52, c. 5 (richiamato dal D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 33, c.1), prevede che “i libri, registri, scritture e documenti di cui è rifiutata l’esibizione” (“per rifiuto di esibizione si intendono anche la…

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