Il licenziamento illegittimo dopo la Riforma Fornero

Storicamente il licenziamento illegittimo trova la propria disciplina:

  • Nella Legge n. 604 del 15.07.1966 “Norma sui licenziamenti individuali”, aggiornato con le modifiche introdotte dalla Legge 04.11.2010 n. 184 “Collegato al Lavoro” che introduce:

  • All’art. 1 il concetto di giusta causa e giustificato motivo;

  • All’art. 2 i termini per la comunicazione delle motivazioni che hanno indotto all’adozione del provvedimento di licenziamento;

  • All’art. 6 i termini per l’impugnazione.

  • Nella Legge n. 300 del 20.05.1970 “Statuto dei Lavoratori” in materia di reintegrazione nel posto di lavoro quale tutela prevista in caso di licenziamento invalido.

La Legge 28.06.2012 n. 92 entrata in vigore il 18.07.2012, di seguito più semplicemente indicata come Riforma Fornero, è intervenuta modificando il contenuto dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori in maniera così sostanziale da variarne pure l’intestazione passata appunto da “Reintegrazione nel posto di lavoro” a “tutela del lavoratore in caso di licenziamento illegittimo”.

La Riforma Fornero ha introdotto importanti novità in materia di “flessibilità in uscita” e di tutela del lavoratore.

Prima di analizzare le modifiche introdotte dalla Riforma rispolveriamo alcuni concetti fondamentali.

Con il termine licenziamento intendiamo identificare quell’atto posto in essere dal datore di lavoro per porre fine al rapporto di lavoro con il proprio dipendente (licenziamento individuale) o i propri dipendenti (licenziamento collettivo) nel rispetto dei termini di preavviso previsti nel singolo contratto o dai Contratti Collettivi di Lavoro o nel caso in cui il datore decida per la dispensa dalla prestazione dell’attività lavorativa previo riconoscimento al lavoratore della relativa indennità sostitutiva.

L’atto di licenziamento deve comunque contenere alcuni elementi formali imprescindibili.

Quindi, con il termine licenziamento illegittimo identifichiamo la risoluzione del rapporto di lavoro per volontà del datore di lavoro viziata però nei suoi aspetti e contenuti fondamentali.

Il licenziamento è illegittimo quando:

  • E’ inefficacie: privo cioè dei requisiti previsti dall’art. 2 della Legge 604 del 1966, ovvero non siano stati comunicati nei termini i motivi che hanno indotto tale provvedimento. Il termine e la modalità di comunicazione dei motivi sono stati oggetto di modifica nell’ambito della Riforma Fornero.

  • È nullo: posto in essere quindi da un motivo non lecito; esempio di licenziamenti nulli sono quelli discriminatori ovvero attuati per ragioni di credo politico o fede religiosa, appartenenza ad un sindacato o ad attività sindacali, nonché ragioni razziali, di lingua, di sesso, di handicap, di età o basate sull’orientamento sessuale o sulle convinzioni personali del dipendente.

  • È inesistente: attuato con comunicazione solo verbale e non con una comunicazione formale; il licenziamento infatti per essere valido deve essere attuato in forma scritta.

  • E’ annullabile: viziato cioè nei requisiti ritenuti fondamentali (vedi art. 1 della Legge n. 604 del 1966) ovvero quando si accertata l’assenza della giusta causa o del giustificato motivo). Per giusta causa intendiamo per esempio il rifiuto del dipendente a svolgere la prestazione lavorativa o il mancato rientro al lavoro dopo il periodo di comporto nel caso di assenza per malattia. Il concetto di giusta causa è rintracciabile anche nell’art. 2119 del Codice Civile. Per giustificato motivo intendiamo invece quel grave inadempimento che pregiudica in maniera definitiva la fiducia che deve sussistere alla base del rapporto tra datore di lavoro e dipendente (giustificato motivo soggettivo) oppure l’impossibilità a proseguire nel rapporto di lavoro per motivi economici collegati all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento dello stesso (giustificato motivo oggettivo).

La giusta causa trova la sua definizione nell’art. 2119 del Codice Civile, il…

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