Ipotetica abolizione della TASI: qualche riflessione in merito

In vista della manovra 2020 si parla molto di revisione della tassazione immobiliare e di ipotetico accorpamento di IMU e TASI: ma è una strada percorribile? Quali sono le prospettive per la tassazione degli immobili?

 

Manovra 2020: l’accorpamento di IMU e TASI avrebbe senso?

Accorpamento IMU e TASI manovra 2020In questi giorni di alquanto convulse discussioni in merito al Decreto fiscale ed al disegno di Legge di bilancio, appena licenziato “salvo intese” (come al solito – cosa che può volere dire tutto e niente), con i provvedimenti che compongono la manovra finanziaria e trovano la loro traduzione, sul piano contabile, nel Documento programmatico di bilancio per il 2020, che è stato trasmesso alla Commissione europea, si è tornati a parlare di revisione della tassazione immobiliare e di accorpamento di IMU e TASI.

Nelle prossime righe vedremo di dimostrare come un proposito del genere sostanzi un puro esercizio di fantasia o, al massimo, un intervento, magari anche pericoloso, di maquillage che, a parte obbligare il commentatore a rilevare la scorrettezza formale nel proposito di accorpamento in unico tributo di una imposta, quale è l’IMU, con una tassa, quale è la TASI, non può che lasciare alquanto interdetti viste le esigenze che avevano portato il legislatore ad istituire i due tributi, esigenze che non si sono certamente dissolte, anzi…

 

 

Prima di IMU e TASI: l’istituzione dell’ICI

Ma facciamo un passo indietro e vediamo in breve l’origine storica dei due tributi e le motivazioni che hanno condotto ad esse.

A suo tempo, il D.Lgs. n. 504/1992 aveva istituto l’I.C.I. (Imposta Comunale sugli Immobili), imposta il cui presupposto era il possesso o la proprietà di unità immobiliari, quali che esse fossero.

I soggetti che beneficiavano del gettito dell’imposizione erano le Amministrazioni comunali, che con tale tributo avevano il principale canale di soddisfacimento delle proprie necessità finanziarie, potendo così bypassare i ritardi e le resistenze dell’Amministrazione centrale, a sua volta assillata da stringenti necessità di pagamento, a mettere a disposizione le risorse finanziarie indispensabili per il corretto funzionamento delle amministrazioni periferiche.

Per diversi anni il funzionamento dell’imposta non ha avuto particolari problemi, a parte le, purtroppo, frequenti diatribe in merito all’assoggettabilità delle aree edificabili, in base a quanto stabilito, anche se provvisoriamente, dai PRG locali, tanto da richiedere un’interpretazione autentica che aveva ribadito l’assoggettamento ad ICI delle aree definite edificabili a prescindere da eventuali ragioni ostative alla loro effettiva utilizzabilità.

Per ragioni del tutto riconducibili ad interessi puramente elettorali, l’imposizione ICI sull’immobile “prima casa” è stata abolita con l’emanazione del Decreto-Legge n. 93/2008, entrato in vigore il 29 maggio 2008, poi convertito in Legge n. 126/2008, pubblicata in Gazzetta Ufficiale n. 174 del 26 luglio 2008.

Diretta conseguenza di questa discutibile decisione è stata la successiva dismissione del patrimonio edilizio disponibile da parte delle Amministrazioni locali ed il loro massiccio indebitamento allo scopo di fare fronte agli impegni finanziari derivanti dall’erogazione di servizi alla cittadinanza, frequentemente esitato in diffuse procedure di dissesto.

 

L’introduzione dell’IMU

Successivamente, in sostituzione dell’ICI, è stata introdotta l’IMU (Imposta Municipale Unica), nell’ambito della legislazione attuativa del federalismo fiscale, con il Decreto Legislativo n. 23 del 14 marzo 2011 (artt. 7, 8 e 9), pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 67 del 23 marzo 2011, che ne stabiliva la vigenza a partire dal 2014 per gli immobili diversi dall’abitazione principale.

Il governo Monti, con il Decreto Legge n. 201 del 6 dicembre 2011 (pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 284 del 6 dicembre 2011, supplemento ordinario n. 251), recante disposizioni urgenti per la crescita, l’equità ed il consolidamento dei conti pubblici (noto come “manovra Salva Italia”), poi convertito, con modificazioni, dalla Legge n. 214 del 22 dicembre 2011 (G.U. n. 300 del 27 dicembre 2011, S.O. n. 276), ne modificò la natura, rendendola, di fatto, un’ICI gravante anche sulle abitazioni principali ed anticipandone l’introduzione, in via sperimentale, al 2012, prevedendone l’applicazione a regime a partire dal 2015, incrementando sensibilmente la base imponibile, mediante specifici moltiplicatori delle rendite catastali.

Le traversie delle finanze locali non erano però concluse, in quanto anche nel caso di IMU, vennero successivamente escluse da imposizione le “residenze principali” (ovvero tutti quegli immobili in cui il contribuente aveva residenza anagrafica e domicilio abituale).

 

L’imposta Unica Comunale (IUC)

Come noto, successivamente, la Legge di Stabilità per l’anno 2014, Legge n. 147/2013, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 302 del 27 dicembre 2013, in vigore a partire dal 1° gennaio 2014, ha apportato alcune rilevanti modifiche al quadro normativo della fiscalità immobiliare a livello locale.

In linea di principio l’intervento si è sostanziato nella nuova “Imposta Unica Comunale” – cd. “IUC”.

La nuova imposta, cosi come veniva definita dalla Legge di Stabilità, si doveva basare su due distinti presupposti impositivi: uno costituito dal possesso da parte del contribuente di immobili (residenziali e non) e collegato, ai fini della quantificazione dell’imposta, alla loro natura e valore, l’altro collegato all’erogazione e alla conseguente fruizione di servizi comunali.

Malgrado la sua denominazione, la nuova imposta non consisteva in un unico tributo, in quanto al suo interno ne accorpava due diverse tipologie, costituite da una parte dall’IMU (che continuava a costituire il principale tributo gravante sul patrimonio immobiliare diverso dall’abitazione principale) e dall’altra dalla TASI (che invece avrebbe dovuto essere applicata a tutti gli immobili e, quindi, anche alle unità immobiliari esenti dall’IMU).

Tralasciamo per semplicità espositiva TARI, la tassa per la rimozione e lo smaltimento dei rifiuti.

 

Lo scopo della TASI

La finalità istitutiva della TASI avrebbe dovuto essere quella di assicurare la copertura dei costi dei servizi indivisibili erogati da parte delle Amministrazioni comunali (ad esempio, l’illuminazione pubblica, la pulizia delle strade, i servizi anagrafici, ecc.).

Anche nel caso della TASI il presupposto impositivo avrebbe dovuto essere il possesso o la detenzione, a qualsiasi titolo di fabbricati, di aree scoperte, nonché di quelle edificabili, a qualsiasi uso adibiti.

Inoltre venivano assoggettati all’obbligo di pagamento della TASI sia il possessore dell’unita immobiliare che il detentore, a qualsiasi titolo, dell’immobile.

In quanto “possessore”, ad esempio, rientrano nel perimetro di applicazione dell’imposta il proprietario, l’usufruttuario, il titolare del diritto di abitazione, come “detentore”, il conduttore, in virtù del contratto di locazione.

Il quadro applicativo di TASI avrebbe poi dovuto essere completato dalla necessaria regolamentazione comunale.

Ed i veri grattacapi sono arrivati a questo punto, in considerazione del fatto che i Comuni avrebbero dovuto non solo fissare le aliquote di prelievo ma anche definire le specifiche voci di bilancio da finanziare con il gettito del nuovo tributo, dando così la stura ad una vera e propria girandola di tariffe e di fattispecie le più disparate: dalla manutenzione delle strade urbane, alla cura dei giardini pubblici, alla realizzazione di impianti fognari (manutenzione che avrebbero dovuto pagare anche contribuenti non serviti), all’attività degli asili pubblici (gravante anche su chi gli asili pubblici non li utilizza), all’alimentazione elettrica dei lumini dei loculi cimiteriali (sic!).

A rendere ancora più pericolanti le finanze degli enti locali è arrivata in ultimo, con la Legge finanziaria per il 2016, l’abolizione anche di TASI sulla residenza principale, esentando di fatto, la grande maggioranza degli immobili residenziali da imposizioni fiscali, salvo i cosiddetti “immobili di lusso”, che però rappresentano una quota del tutto marginale del patrimonio edilizio italiano e riportando alla ribalta il problema costituito dal finanziamento degli enti locali in perenne difficoltà con i trasferimenti dell’Amministrazione centrale.

 

Sulla base dei ragionamenti sin qui sviluppati risulta assai semplice dedurre che un eventuale accorpamento di IMU e TASI potrebbe, al massimo, portare ad una certa semplificazione delle aliquote e dei meccanismi applicativi, ma non certo ad un alleggerimento della pressione fiscale anzi, considerando le condizioni spesso drammatiche delle finanze locali, un’operazione del genere potrebbe tranquillamente rappresentare l’occasione per un ulteriore inasprimento del prelievo.

Ovviamente chi scrive spera caldamente di sbagliarsi ma resta convinto del fatto che, sino a quando non si avrà il coraggio di porre mano ad una reale riforma del catasto, ogni tipo di ragionamento circa la necessità di razionalizzare l’imposizione fiscale sugli immobili, sia poco più utile che pestare l’acqua nel mortaio.

 

Su questo argomento leggi anche: IMU e TASI 2020: nuova IMU e TASI abrogata 

 

A cura di Massimo Pipino

Sabato 26 Ottobre 2019

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