Risparmio energetico: a volte il Fisco esagera nelle contestazioni

La Cassazione si è recentemente espressa in merito ad una contestazione effettuata dall’Amministrazione finanziaria nei confronti di una società che, dopo aver sostenuto spese per interventi di riqualificazione energetica, aveva usufruito della relativa detrazione fiscale. Le contestazioni del Fisco sono sembrate eccessive, perchè tale beneficio fiscale è disponibile anche per i contribuenti costituiti in forma societaria

Una recentissima sentenza della Corte di Cassazione, Sezione 5, numero 19816 del 23 luglio 2019, offre lo spunto per una serie di considerazioni, ahimè piuttosto amare, sulle consuetudini della magistratura tributaria italiana.

 

Il caso: interventi per il risparmio energetico e detrazioni ai fini IRES

 

La fattispecie esaminata dai Supremi Giudici riguarda una società di capitali che, in forza di quanto veniva previsto dall’articolo 1, commi 344 e seguenti della Legge n. 296/2006 (Legge finanziaria 2007), aveva posto in essere lavori finalizzati al risparmio energetico su edifici esistenti in suo possesso intendendo usufruire, quindi, delle relative detrazioni ai fini IRES.

In riferimento a tali detrazioni la società ricevette cartella di pagamento, che recuperava a tassazione maggiore IRES per l’annualità 2007, cartella che veniva impugnata di fronte alla CTP di Roma che, con sentenza n. 10625/2016, dichiarò l’azione inammissibile.

Tale decisione fu però riformata dalla CTR del Lazio, sezione 16 che, con sentenza n. 5564/16/17 ha accolto l’appello della società.

 

Detrazioni per lavori di riqualificazione energetica: la Legge finanziaria 2007

 

risparmio energetico contestazioni FiscoA questo punto, per approfondire l’analisi della vicenda, è opportuno chiarire in modo esaustivo il quadro normativo di riferimento dato che, nella sentenza in esame, la Cassazione ha completamente sconfessato la tesi dell’Agenzia.

Come noto il beneficio fiscale introdotto dalla Legge finanziaria del 2007, consistente, in allora, nella detraibilità in dieci anni dall’IRPEF/IRES dovuta dal contribuente, del 55% di quanto da lui effettivamente speso, calcolato su di un monte massimo differenziato a seconda della tipologia degli interventi posti in essere, è stato disciplinato dall’articolo 2, comma 1, lettera b) del D.M. 19 luglio 2007, secondo cui la detrazione in parola spetta sia ai soggetti titolari di redditi personali sia ai soggetti titolari di reddito d’impresa che abbiano sostenuto spese per l’esecuzione degli interventi di cui all’articolo 1, commi da 2 a 5, sugli edifici esistenti, su parti di edifici esistenti o su unità immobiliari esistenti di qualsiasi categoria catastale, anche rurali posseduti o detenuti.

Secondo il legislatore al contribuente spetta la detrazione in quanto esso abbia dimostrato di avere osservato le disposizioni normative sostanziali e formali indispensabili per il riconoscimento del bonus fiscale.

 

L’esame della Corte di Cassazione

 

Nel caso di specie, contro le argomentazioni dell’Agenzia, la Suprema Corte premette che la propria decisione si conforma ad altre sentenze già adottate in passato sulla medesima materia (cause n. 18614/2017, 14121/2017, 9209/2018 e 23507/2018) e che l’articolo 1, commi 344 e seguenti della Legge 296/2006 ha previsto che, per le spese documentate, sostenute entro il 31 dicembre 2007 (la norma è stata successivamente prorogata ed estesa), relative ad interventi di riqualificazione energetica di edifici esistenti, spetta una detrazione di imposta lorda per una quota pari al 55% degli importi rimasti effettivamente a carico del contribuente.

Il decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze del 19 febbraio 2007, attuativo del citato articolo, facendo specifico riferimento esplicativo dei “soggetti ammessi alla detrazione”, prevede che il bonus del 55% per interventi finalizzati al risparmio energetico spetti alle persone fisiche, non titolari di reddito di impresa (si veda in proposito quanto indicato all’articolo 2, primo comma, lettera a) ed anche ai soggetti titolari di reddito di impresa che si trovano a sostenere le spese per l’esecuzione degli interventi di risparmio energetico sugli edifici esistenti, su parti di edifici esistenti o si unità immobiliari esistenti a prescindere dalla categoria catastale, anche rurali, posseduti o detenuti (articolo 2, primo comma, lettera b).

Il secondo comma dell’articolo 2 dispone che, nel caso in cui gli interventi sopra cennati siano eseguiti nel contesto di contratti di locazione finanziaria, la detrazione compete all’utilizzatore ed è determinata sulla base del costo sostenuto dalla società concedente.

Dato tale quadro normativo risulta ovvio che la detrazione di imposta, ovvero il bonus fiscale del 55%, è finalizzato alla riqualificazione energetica degli edifici esistenti e si rivolge ad una ampia platea di beneficiari (“soggetti ammessi alla detrazione”), siano essi persone fisiche non titolari di reddito di impresa, o soggetti titolari di reddito di impresa, incluse le società, con la precisazione che, se gli immobili sui quali viene effettuato l’intervento sono concessi a terzi a titolo di leasing, la detrazione è comunque accessibile, ma compete all’utilizzatore anziché alla società concedente.

 

Le conclusioni della Cassazione sulla contestazione del Fisco

 

La sentenza della Suprema Corte in parola si chiude con l’enunciazione di un principio di diritto secondo cui:

“il beneficio fiscale, consistente in una detrazione dall’imposta lorda per una quota pari al 55% degli importi rimasti a carico del contribuente, di cui all’articolo 1, commi 344 e seguenti, della Legge n. 296/2006 ed al decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze del 19 febbraio 2007, per le spese documentate relative ad interventi di riqualificazione energetica di edifici esistenti, spetta anche ai soggetti titolari di redditi di impresa (incluse le società), i quali abbiano sostenuto le spese per l’esecuzione degli interventi di risparmio energetico su edifici concessi in locazione a terzi”.

 

La pronuncia della Suprema Corte pare a chi scrive di lapidaria ed inequivocabile censura dell’attività dell’Agenzia che, nonostante la precedente espressione contraria indicata nel merito da parte della Commissione Tributaria Regionale ha insistito nel perseguire il comportamento, peraltro perfettamente legittimo del contribuente che, come esplicitamente indicato nella sentenza riportata, non ha fatto altro che uniformarsi al dettato del legislatore.

Viene difficile reperire un fine razionale in quanto posto in essere dall’Amministrazione (a parte un fine che sembra difficile non indicare come persecutorio) che, probabilmente, se fosse stato realizzato non da un organo dello Stato ma da un privato cittadino sarebbe stato qualificato come lite temeraria.

 

 

A cura di Massimo Pipino

Venerdì 23 Agosto 2019

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