Niente contributi INPS per i soci di SRL senza apporto di attività lavorativa

I soci di SRL che non apportano attività lavorativa non versano i contributi INPS artigiani-commercianti

Commercialista Telematico - Software,ebook,videoconferenzeLa tutela previdenziale spetta ai lavoratori e non, invece, ai soci di società di capitali che si limitano ad investire i propri capitali a scopo di utile senza apportare attività lavorativa.

Viceversa, per i soci di società di persone opera il principio della trasparenza, in forza del quale i redditi dei soci sono considerati redditi di impresa e sono determinati unitariamente secondo le norme relative a tali redditi (art. 6, comma 3, del testo post riforma del 2004 del D.P.R. n. 917 del 2016).
Così si esprime la Corte di cassazione nella sentenza n. 21540 del 20 agosto 2019.

Come si era espressa la Corte Costituzionale

La Corte Costituzionale, nella sentenza n. 354 del 7 novembre 2001, aveva distinto tra la posizione dei soci (non lavoratori) delle società dì capitali e quelli delle società di persone (art. 3 bis D.l. 19 settembre 1992 n. 384, conv., con modif., in L. 14 novembre 1992 n. 438 che sottopone a contribuzione INPS i redditi denunciati ai fini IRPEF), rilevando, inoltre, che nell’ambito delle società in accomandita semplice (e in quelle in nome collettivo) assume preminente rilievo, a differenza delle società di capitali, l’elemento personale, in virtù di un collegamento inteso non come semplice apporto di ciascuno al capitale sociale, bensì quale legame tra più persone, in vista dello svolgimento di un’attività produttiva riferibile nei risultati a tutti coloro che hanno posto in essere il vincolo sociale; né la scelta del legislatore può ritenersi affetta da irragionevolezza, in quanto all’onere contributivo si correla un vantaggio in termini di prestazioni previdenziali, in base al quale la misura dei trattamenti è rapportata al reddito annuo di impresa.

La Suprema Corte non ha, pertanto, accolto le richieste (e la tesi) dell’INPS, “disattendendo proprio il voluto parallelismo tra disciplina fiscale e disciplina Previdenziale”.

La Corte d’Appello di Trieste, con sentenza n. 32/2017, aveva già confermato la sentenza di primo grado che a sua volta aveva accolto il ricorso contro l’avviso di addebito con il quale veniva ingiunto ad un artigiano il pagamento dell’importo di Euro 20.557,74 preteso dall’INPS (gestione artigiani) a titolo di contributi per gli anni 2009, 2010 e 2011, a percentuale e sul reddito eccedente il minimale, e relativa al reddito da partecipazione nella società a responsabilità limitata di installazione di impianti idraulici.

“A fondamento della decisione la Corte ha rilevato che l’art. 3-bis del D.L. n. 384 del 1992, convertito con modificazioni nella L. 14 novembre 1992, n. 438, prevede che a decorrere dall’anno 1993 l’ammontare del contributo annuo dovuto per i soggetti di cui alla L. 2 agosto 1990, n. 233, è “rapportato alla totalità dei redditi di impresa denunciati ai fini Irpef per l’anno al quale i contributi stessi si riferiscono” e che tra i redditi di impresa non vanno inclusi ai sensi del D.P.R. n. 917 del 1986 i redditi del socio di società a responsabilità limitata, stante l’assenza dell’apporto personale presente nella diversa ipotesi del reddito prodotto dal capitale investito in una società in accomandita semplice considerata dalla sentenza 354/2001 della Corte Costituzionale”.

Vincenzo d’Andò

tratto dal diario quotidiano del 29 agosto 2019

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