La cessione di token digitali ai fini IVA, IRES e IRAP: i chiarimenti dell’Agenzia delle Entrate

cessione di token digitali ai fini IVA, IRES e IRAPCon l’interpello n. 14/2018 del 28 settembre u.s. l’Agenzia delle Entrate ha fornito importanti chiarimenti in proposito al regime fiscale applicabile con riferimento all’offerta di token digitali, nello specifico di “utility token”, emessi da una società con l’obiettivo di raccogliere fondi per la realizzazione di un progetto specifico (come vedremo gli “utility token” consentono al possessore di ottenere beni ovvero servizi dalla società emittente).

Prima di analizzare nel merito il contenuto dell’interpello in parola chi scrive ritiene però opportuno sviluppare almeno due questioni, radicalmente diverse l’una dall’altra, ma entrambe fondamentali per inquadrare correttamente la risposta all’interpello dell’Agenzia.

La prima questione è essenzialmente di metodo ed è finalizzata a chiarire quale sia il valore da attribuire all’efficacia delle risposte agli interpelli pubblicate sul sito istituzionale dell’Agenzia anche in considerazione dell’obiettiva “novità della questione trattata.

La seconda è più direttamente riferita al merito dell’interpello in commento ed è finalizzata a definire, schematicamente, che cosa deve essere inteso da un punto di vista strettamente tecnico come “token”.

Alcune brevi considerazioni sull’efficacia delle risposte agli interpelli

Come noto, a partire dallo scorso 1° settembre l’Agenzia delle Entrate ha iniziato a pubblicare sistematicamente sul proprio sito internet istituzionale le risposte alle istanze di interpello avanzate dai parte dei contribuenti (o in nome dei contribuenti da parte dei loro consulenti).

Che cosa rappresentano queste risposte e come ed in quale misura possono essere recepite dal contribuente ai fini del chiarimento di questioni tributarie di dubbia interpretazione?

Detto diversamente, nel caso in cui si presentasse un caso del tutto simile a quello oggetto dell’istanza di interpello che è stata pubblicata, il contribuente sarebbe al riparo da eventuali contestazioni da parte dell’Amministrazione fiscale se si conformasse alla risposta che è stata fornita dall’interpello pubblicato sul sito istituzionale dell’Agenzia delle Entrate?

In riferimento alla questione posta è senz’altro di interesse la recente Ordinanza della Suprema Corte di Cassazione n. 9719 del 19 aprile 2018, emessa in merito al caso di un contribuente che aveva deciso di applicare il regime IVA del margine in base a quanto affermato dalla nota del 24 maggio 1999, prot. n. 34443/99 della Divisione 1, Sezione 1, del Dipartimento delle Entrate del Ministero delle Finanze, Direzione Regionale delle Entrate per la Lombardia, ed emessa a seguito dell’istanza di interpello proposta da parte di un altro contribuente.

Nonostante il precedente di prassi preso ad esempio, l’Agenzia delle Entrate procedeva all’emissione di un avviso di accertamento in cui veniva contestata l’indebita utilizzazione del regime IVA del margine ex articoli da 36 a 40 (e relativa tabella) del Decreto Legge 23 febbraio 1995, n. 41. A seguito dell’impugnazione dell’atto di accertamento il contribuente risultava vittorioso sia in primo che in secondo grado (vedi nota n. 1).

Da parte sua, l’Agenzia delle Entrate, ritenendo non essere vigente, nell’attuale ordinamento fiscale, un principio di affidamento del contribuente che abbia dato credito ad affermazioni contenute nella risposta ad un interpello proposto da un parte di un terzo (benché vertesse su questioni simili a quella che lo riguardavano), proponeva ricorso per Cassazione.

Gli Ermellini, nell’Ordinanza più sopra citata, hanno ritenuto che il riferimento del contribuente ad un generico principio di affidamento non possa trovare “supporto in nessuna norma di diritto” e non sia “suffragato nemmeno dalle disposizioni .……… che tutelano l’affidamento fondato su risposte ad un interpello proposto dal singolo contribuente e su questioni specifiche che lo riguardano e, di…

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