Contributi non dovuti all’INPS dal socio accomandatario che non partecipa all'attività - Diario Quotidiano del 4 settembre 2018

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3) Contributi non dovuti all’INPS dal socio accomandatario che non partecipa all’attività neppure se ha compilato male la dichiarazione dei redditi

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-) Contributi non dovuti all’INPS dal socio accomandatario neppure se ha compilato male la dichiarazione dei redditi

Il socio accomandatario che non lavora nella società può correggere gli errori commessi nella dichiarazione dei redditi anche oltre il termine di decadenza. Non sono, quindi, dovuti i contributi previdenziali all’INPS.

Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con l’ordinanza n. 21511 del 31 agosto 2018.

Il Tribunale di Roma in funzione di giudice del lavoro accoglieva l’opposizione proposta del socio accomandatario contro l’avviso di addebito con il quale l’INPS le aveva intimato il pagamento della somma di euro 13.577,98 per contributi dovuti alla Gestione esercenti attività commerciali ed imputabili a redditi percepiti al ricorrente nel periodo giugno 2006 dicembre 2012, opposizione fondata sulla contestazione della iscrizione d’ufficio operata dall’INPS in ragione di un errore materiale compiuto nella compilazione del modello UNICO SP per l’anno 2006 ad opera della S.a.s. di appartenenza, dove non svolgendo attività alcuna presso l’azienda medesima, errore ripetutosi anche nelle dichiarazioni successive e di cui, poi, era stata chiesta la rettifica con istanza in autotutela presentata prima all’Agenzia delle Entrate e, poi, all’INPS.

Ciò poiché, secondo il Tribunale, le dichiarazioni dei redditi, stante il loro carattere non negoziale o dispositivo, non hanno l’efficacia propria della confessione stragiudiziale e non comportano alcuna inversione dell’onere della prova che continua ad incombere sull’istituto e che, nel caso in esame, non era stato adempiuto.

Tuttavia, tale decisione veniva poi riformata dalla Corte di Appello di Roma, la quale, con sentenza del 18 novembre 2016, rigettava l’opposizione sulla scorta dei seguenti rilievi: il primo giudice erroneamente aveva ritenuto emendabili le dichiarazioni dei redditi essendo stata la rettifica richiesta oltre il termine di decadenza fissato dall’art.2, comma 8 bis, del D.P.R. 22 luglio 1998 n. 322 con conseguente “…consolidamento del titolo sottostante alla (legittima) pretesa creditoria dell’istituto” sebbene gravasse sull’INPS l’onere di provare la ricorrenza dei presupposti per l’iscrizione nella gestione assicurativa degli esercenti attività commerciali.

La vicenda finiva, infine, presso la Suprema corte che finalmente accoglieva la tesi difensiva portata avanti dal socio e dal Tribunale di merito.

In particolare, la Corte di cassazione ha affermato che Erroneamente la Corte di appello ha ritenuto il socio decaduto dalla facoltà di far valere in giudizio gli errori commessi nelle dichiarazioni dei redditi della S.a.s. di cui era socio accomandatario finendo con l’attribuire alle medesime una efficacia vincolante per il dichiarante e tale da comportare l’inversione dell’onere della prova circa la sussistenza dei presupposti per l’iscrizione nella gestione commercianti.

Ed infatti, il giudice di legittimità ha avuto modo di chiarire che il contribuente, indipendentemente dalle modalità e termini di cui alla dichiarazione integrativa prevista dall’art. 2 D.P.R. n. 322/1998 e dall’istanza di rimborso di cui all’art. 38 D.P.R. 602/1973, in sede contenziosa può sempre opporsi alla maggiore pretesa tributaria dell’amministrazione finanziaria, allegando errori, di fatto o di diritto, commessi nella redazione della dichiarazione, (Cass. SU n. 13378 del 30/06/2016 ed i riferimenti giurisprudenziali ivi contenuti) non avendo detta dichiarazione carattere negoziale o…

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