La responsabilità aggravata del consulente fiscale per l'elaborazione di modelli evasivi per conto del cliente

prendendo spunto da una recente sentenza di Cassazione vediamo quale può essere la responsabilità (anche patrimoniale) che grava sul consulente fiscale che propone ai propri clienti modelli evasivi; ricordiamo che la legge prevede un’aggravante ad effetto speciale nei casi di condotte illecite commesse con la partecipazione di un consulente fiscale attraverso l’elaborazione di modelli di evasione fiscale

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 1999 del 18 gennaio 2018, ha affermato rilevanti considerazioni in tema di responsabilità penale del consulente in caso di frode.

Nel caso di specie il Tribunale del riesame di Milano, in accoglimento dell’appello cautelare presentato dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano avverso il provvedimento con cui il GIP aveva respinto la richiesta di sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente nei confronti dell’indagato per i reati di cui agli artt. 110, 81 cpv, c.p. e 10 quater, comma 2, 13 bis, comma 3, d.lgs. n. 74 del 2000 (indebita compensazione in concorso), disponeva il sequestro preventivo per equivalente di beni mobili ed immobili fino alla concorrenza della somma di Euro 42.558.848,56, pari appunto all’ammontare dei crediti tributari inesistenti oggetto di indebita compensazione.

Il provvedimento cautelare in questione era stato emesso a fronte dell’imputazione di cui sopra, con cui si contestava all’indagato, unitamente ad altri soggetti, di aver, in qualità di consulente fiscale della società, nonché domiciliatario di varie società beneficiarie dell’indebita compensazione, ideato e commercializzato “modelli di evasione fiscale” attraverso cui erano poi stati commessi più reati di compensazione di crediti tributari inesistenti, per il totale sopra indicato.

Tali compensazioni erano effettuate dai vari soggetti coinvolti accollandosi il debito tributario riferibile a terzi, consentendo così l’apparente regolarizzazione della loro posizione fiscale ed utilizzando crediti fittizi per compensare i debiti acquisiti.

Contro l’ordinanza emessa dal Tribunale del riesame di Milano il consulente sopra indicato proponeva quindi ricorso per cassazione, sostenendo, anzitutto, che non era configurabile, nel sistema penale attuale, un concorso del professionista consulente a titolo colposo.

Il ricorrente, quindi, secondo la sua tesi, avrebbe potuto essere chiamato a rispondere del reato solo ove avesse apportato intenzionalmente un contributo causale, materiale o morale, alla realizzazione del fatto illecito del cliente, agevolandone la condotta, ovvero determinandone o rafforzandone la volontà con un proprio comportamento cosciente e volontario, laddove, invece, non vi era stata nel caso in esame alcuna partecipazione attiva e consapevole dello stesso ricorrente ai presunti progetti criminali evidenziati dalla Procura di Milano, essendosi anzi attivato il medesimo presso l’Agenzia delle Entrate affinché la stessa fosse a conoscenza dei contratti da registrare e di quanto si andava a predisporre.

In secondo luogo, sosteneva la difesa del ricorrente, la fattispecie oggetto di contestazione costituiva un reato proprio di natura commissiva, in quanto reato proprio del debitore che non versa quanto dovuto allo Stato.

E la Pubblica Accusa aveva ritenuto la condotta del ricorrente quale condotta concorsuale perpetrata dall’indagato con i titolari dei debiti tributari compensati.

Pur introducendosi però nel delitto un altro soggetto, il creditore accollante e compensante, significativamente indicato nel Modello F24 quale coobbligato, tale figura non mutava la struttura soggettiva del reato, laddove la condotta asseritamente perpetrata dall’indagato non aveva comunque direttamente prodotto un incremento patrimoniale a suo favore, né consentito un mancato decremento patrimoniale.

In altri termini, secondo il ricorrente, il profitto, nel caso di specie, era costituito dal pagamento effettuato dai titolari del debito tributario, fittiziamente compensato in favore dei creditori compensanti e pari al 70% del valore nominale del credito, senza che vi fosse però un profitto direttamente derivante dal reato in contestazione in capo all’indagato, il quale aveva solo percepito una giusta ricompensa professionale regolarmente fatturata.

Secondo la Suprema Corte, tuttavia, il ricorso era infondato.

Prima di vedere perché, bisogna però…

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