Le prospettive per la web tax – Diario quotidiano del 20 dicembre 2017

di Vincenzo D'Andò

Pubblicato il 20 dicembre 2017



1) Detrazione Iva sulle operazioni di fine anno, risvolti operativi
2) Immobili accorpati: bonus prima casa in salvo
3) Split payment: il Mef rettifica elenchi 2017 e pubblica quelli per il 2018
4) Garante privacy: le nuove Faq sul Responsabile della Protezione dei dati (RPD)
5) Accollo debiti fiscali: condanna per il commercialista?
6) Nuovo spesometro
7) Dall'1 gennaio 2018 centesimi di euro sospesi, ecco come contabilizzare i pagamenti
8) Banca in liquidazione coatta: indennizzi, per danno emergente, non imponibili
9) Web tax al 3% ma non sull’e-commerce
10) E’ sempre valida la notifica via PEC se il contribuente ne viene comunque a conoscenza

1) Detrazione Iva sulle operazioni di fine anno, risvolti operativi

2) Immobili accorpati: bonus prima casa in salvo

3) Split payment: il Mef rettifica elenchi 2017 e pubblica quelli per il 2018

4) Garante privacy: le nuove Faq sul Responsabile della Protezione dei dati (RPD)

5) Accollo debiti fiscali: condanna per il commercialista ?

6) Nuovo spesometro

7) Dal 1 gennaio 2018 centesimi di euro sospesi, ecco come contabilizzare i pagamenti

8) Banca in liquidazione coatta: indennizzi, per danno emergente, non imponibili

9) Web tax al 3% ma non sull’e-commerce

10) E’ sempre valida la notifica via PEC se il contribuente ne viene comunque a conoscenza

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1) Detrazione Iva sulle operazioni di fine anno, risvolti operativi

Il Decreto Legge 50/2017, convertito dalla Legge 96/2017, ha, come è noto, rivoluzionato il sistema della detrazione Iva sugli acquisti.

Dal punto di vista operativo, riguardo le fatture (riferite al 2017) che arriveranno nell’anno 2018, ci si potrà trovare, in relazione a operazioni il cui momento di effettuazione per le cessioni di beni o prestazioni di servizi si è realizzato a dicembre del 2017, nelle seguenti situazioni (non esaustive):

- la fattura datata 2017 viene ricevuta dal cliente prima del 16 gennaio: In questo primo caso può registrare la fattura nel registro acquisti di dicembre e può, quindi, esercitare la detrazione nella liquidazione del 16 gennaio relativa a dicembre 2017;

- la fattura datata 2017 viene ricevuta dal cliente dopo il 16 gennaio: In questo altro caso, tale soggetto, ritenendo possibile esercitare il diritto in dichiarazione, liquiderà l’imposta in dichiarazione Iva entro il 30 aprile 2018 e dovrebbe potere utilizzare l’eventuale credito nella liquidazione di maggio;

- la fattura datata 2017 viene ricevuta dal cliente dopo il 30 di aprile 2018, a causa dei più vari motivi: in questo ultimo caso per evitare di perdere il diritto alla detrazione, si dovrebbe presentare la dichiarazione integrativa Iva a favore.

Nuovi termini per esercitare la detrazione

La novità introdotta nel D.P.R. 633/72, limita pesantemente i termini entro cui i titolari di partita Iva (imprese e professionisti), potranno detrarre l’Iva a credito sulle fatture di acquisto (articolo 2 del Decreto Legge 50/2017).

Difatti, prima della modifica la detrazione dell’Iva doveva avvenire nel termine massimo di due anni dalla data di riferimento della fattura, a partire dal 24 aprile 2017 (data di entrata in vigore del D.L. 50/2017) i nuovi termini sono ridotti notevolmente per cui le fatture datate 2017 potranno essere portate in detrazione entro il 30 aprile 2018.

Registrazione delle fatture di acquisto

L’art. 2 del Decreto Legge 50/2017 ha modificato anche l’attuale art. 25, comma 1 del D.P.R. 633/72: Difatti, le fatture di acquisto dovranno essere registrate nel registro Iva entro la scadenza della dichiarazione Iva dell’anno successivo a quello di emissione della fattura.

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2) Immobili accorpati: bonus prima casa in salvo

Accorpamento di tre immobili: Spettano le agevolazioni prima casa. E’, infatti, possibile fruire se l’acquirente procede alla fusione dei tre appartamenti, sempreché l’abitazione risultante non sia di categoria catastale A/1, A/8 o A/9.

Lo ha precisato l’Agenzia delle entrate, con la risoluzione n. 154/E del 19 dicembre 2017.

Le agevolazioni “prima casa” possono essere richieste anche per l’acquisto di un nuovo immobile da accorpare ad altri due preposseduti a condizione che si proceda alla fusione delle tre unità immobiliari e che l’abitazione risultante dalla fusione non rientri nelle categorie A/1, A/8 o A/9.
Agevolazioni prima casa

In via preliminare, l’Agenzia ricorda che le condizioni necessarie per la fruizione dei benefici “prima casa” sono dettate dalla nota II-bis posta in calce all’articolo 1 della Tariffa, parte prima, allegata al Dpr 131/1986, la quale stabilisce che costituiscono condizioni ostative alla fruizione dei benefici, tra l’altro, la titolarità di altra casa di abitazione nello stesso comune del nuovo acquisto, ovvero acquistata con le agevolazioni, indipendentemente dal luogo in cui essa è situata.

L’Agenzia è arrivata gradualmente all’estensione dell’agevolazione “prima casa”, ammettendola con riguardo all’acquisto di un nuovo immobile da accorpare a un’altra abitazione a condizione che l’abitazione, dopo la riunione, non risulti appartenente alle categorie catastali A/1, A/8 e A/9 (circolare n. 38/E del 12 agosto 2005). Successivamente, la possibilità di essere ammessi all’agevolazione è stata prevista anche per l’ipotesi di acquisto di un nuovo immobile da accorpare ad altro acquistato senza fruire delle agevolazioni, in quanto non previste dalla normativa vigente al tempo in cui era stato perfezionato l’atto di trasferimento (risoluzione n. 142/E del 4 giugno 2009). La possibilità di fruire delle agevolazioni in argomento è stata ulteriormente estesa all’ipotesi in cui il contribuente non aveva fruito dei benefici per l’acquisto dell’abitazione da ampliare perché risultava già titolare, al momento della stipula del precedente atto di trasferimento, di altro immobile, acquistato con le agevolazioni, ma non contiguo al precedente (circolare n. 31/E del 7 giugno 2010).

Parere delle Entrate

La particolarità del caso sottoposto all’attenzione delle Entrate risiede nella circostanza che nell’accorpamento sono coinvolti tre immobili (uno contiguo e l’altro sottostante il nuovo immobile), uno dei quali acquistato senza fruire delle suddette agevolazioni.

La risoluzione chiarisce che non osta all’interpretazione estensiva la circostanza che uno degli immobili preposseduti sia stato acquistato senza fruire delle agevolazioni, in quanto le stesse non potevano essere richieste poiché il contribuente risultava già titolare, al momento dell’acquisto, di un altro immobile agevolato, ma non contiguo a quello preposseduto (pertanto, risultava preclusa anche la possibilità di fruire dei benefici prima casa per il caso di acquisto di immobili contigui).

L’Agenzia, alla luce dei principi affermati nei richiamati documenti di prassi, ammette la possibilità di usufruire dei benefici prima casa nel caso di accorpamento di tre immobili (il primo acquistato con le agevolazioni, il secondo non agevolato perché non contiguo, il terzo da acquistare) purché si proceda alla fusione delle tre unità immobiliari e che l’abitazione risultante dalla fusione non rientri nelle categorie catastali A/1, A/8 o A/9.

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3) Split payment: il Mef rettifica elenchi 2017 e pubblica quelli per il 2018

Split payment: il Mef rettifica elenchi 2017 e pubblica quelli per il 2018, tutto questo il 19 dicembre 2017, ovvero a ridosso di fine anno.

Split payment – articolo 3 del D.L. 148/2017

Nelle more del perfezionamento dell’iter di pubblicazione del decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze, di cui all’articolo 3, comma 2, del Decreto legge 16 ottobre 2017, n. 148, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 dicembre 2017, n. 172, il Mef provvede alla pubblicazione degli elenchi, validi per l’anno 2018, dei soggetti tenuti all’applicazione del meccanismo della scissione dei pagamenti di cui all’articolo 17-ter, comma 1-bis, del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, come modificato dall’articolo 3 dello stesso decreto-legge.

Non vengono incluse negli elenchi le Amministrazioni pubbliche, come definite dall’articolo 1, comma 2, della legge 31 dicembre 2009, n. 196, e successive modificazioni e integrazioni, comunque tenute all’applicazione del meccanismo della scissione dei pagamenti (articolo 17-ter, comma 1, del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633) e per le quali è possibile fare riferimento all’elenco (cd. elenco IPA) pubblicato sul sito dell’Indice delle Pubbliche Amministrazioni (www.indicepa.gov.it).
Gli elenchi sono consultabili sulla specifica applicazione informatica (
http://www1.finanze.gov.it/finanze2/split_payment/public/) ed è possibile effettuare la ricerca delle fondazioni, degli enti pubblici, delle società presenti negli elenchi tramite codice fiscale. I soggetti interessati, fatta eccezione per le società quotate nell’indice FTSE MIB, potranno segnalare eventuali mancate o errate inclusioni, in conformità con quanto disposto dalla normativa sopra richiamata, fornendo idonea documentazione a supporto ed esclusivamente mediante il modulo di richiesta.

Il Mef comunica, inoltre, che, a seguito di nuove tardive segnalazioni, ha provveduto anche alla ulteriore rettifica di quattro casi riguardanti gli elenchi validi per l’anno 2017.

In particolare, ha provveduto a:

- escludere n. 2 soggetti dall’elenco delle società controllate dalle Pubbliche amministrazioni locali (la società “VENICE MARITIME SCHOOL” e il “CONSORZIO URBAN IN LIQUIDAZIONE”);

- includere la società “FASE UNO SRL UNIPERSONALE IN LIQUIDAZIONE” nell’elenco delle società controllate dalle Pubbliche amministrazioni locali;

- escludere per l’anno 2017 l’“ISTITUTO PER IL CREDITO SPORTIVO” dall’elenco delle società controllate dalle pubbliche amministrazioni centrali.

(Ministero dell’Economia e finanze, comunicato del 19 dicembre 2017)

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4) Garante privacy: le nuove Faq sul Responsabile della Protezione dei dati (RPD)

Il Garante per la protezione dei dati personali ha pubblicato, in data 15 dicembre 2017, le nuove Faq sul Responsabile della Protezione dei dati (RPD) in ambito pubblico, in aggiunta a quelle adottate dal Gruppo Art. 29 in Allegato alle Linee guida sul RPD.

Le nuove Faq sul Responsabile della Protezione dei dati (RPD) in ambito pubblico

Quali sono i soggetti tenuti alla designazione del RPD, ai sensi dell’art. 37, par. 1, lett. a), del RGPD?

L’art. 37, par. 1, lett. a), del RGPD prevede che i titolari e i responsabili del trattamento designino un RPD «quando il trattamento è effettuato da un’autorità pubblica o da un organismo pubblico, eccettuate le autorità giurisdizionali quando esercitano le loro funzioni giurisdizionali».

Il RGPD non fornisce la definizione di “autorità pubblica” o “organismo pubblico” e, come chiarito anche nelle Linee guida adottate in materia dal Gruppo Art. 29 (di seguito Linee guida), ne rimette l’individuazione al diritto nazionale applicabile.

Allo stato, in ambito pubblico, devono ritenersi tenuti alla designazione di un RPD i soggetti che oggi ricadono nell’ambito di applicazione degli artt. 18 – 22 del Codice, che stabiliscono le regole generali per i trattamenti effettuati dai soggetti pubblici (ad esempio, le amministrazioni dello Stato, anche con ordinamento autonomo, gli enti pubblici non economici nazionali, regionali e locali, le Regioni e gli enti locali, le università, le Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura, le aziende del Servizio sanitario nazionale, le autorità indipendenti ecc.).

Occorre, comunque, considerare che, nel caso in cui soggetti privati esercitino funzioni pubbliche (in qualità, ad esempio, di concessionari di servizi pubblici), può risultare comunque fortemente raccomandato, ancorché non obbligatorio, procedere alla designazione di un RPD. In ogni caso, qualora si proceda alla designazione di un RPD su base volontaria, si applicano gli identici requisiti – in termini di criteri per la designazione, posizione e compiti – che valgono per i RPD designati in via obbligatoria.

Nel caso in cui il RPD sia un dipendente dell’autorità pubblica o dell’organismo pubblico, quale qualifica deve avere?

Il RGPD non fornisce specifiche indicazioni al riguardo. È opportuno, in primo luogo, valutare se il complesso dei compiti assegnati al RPD – aventi rilevanza interna (consulenza, pareri, sorveglianza sul rispetto delle disposizioni) ed esterna (cooperazione con l’autorità di controllo e contatto con gli interessati in relazione all’esercizio dei propri diritti) – siano (o meno) compatibili con le mansioni ordinariamente affidate ai dipendenti con qualifica non dirigenziale.

In merito, l’art. 38, par. 3, del RGPD fissa alcune garanzie essenziali per consentire ai RPD di operare con un grado sufficiente di autonomia all’interno dell’organizzazione. In particolare, occorre assicurare che il RPD “non riceva alcuna istruzione per quanto riguarda l’esecuzione di tali compiti”. Il considerando 97 aggiunge che i RPD “dipendenti o meno del titolare del trattamento, dovrebbero poter adempiere alle funzioni e ai compiti loro incombenti in maniera indipendente”. Ciò significa, come chiarito nelle Linee guida, che «il RPD, nell’esecuzione dei compiti attribuitigli ai sensi dell’articolo 39, non deve ricevere istruzioni sull’approccio da seguire nel caso specifico – quali siano i risultati attesi, come condurre gli accertamenti su un reclamo, se consultare o meno l’autorità di controllo. Né deve ricevere istruzioni sull’interpretazione da dare a una specifica questione attinente alla normativa in materia di protezione dei dati».

Inoltre, sempre ai sensi dell’art. 38, par. 3, del RGPD, il RPD «riferisce direttamente al vertice gerarchico del titolare del trattamento o del responsabile del trattamento». Tale rapporto diretto garantisce, in particolare, che il vertice amministrativo venga a conoscenza delle indicazioni e delle raccomandazioni fornite dal RPD nell’esercizio delle funzioni di informazione e consulenza a favore del titolare o del responsabile.

Alla luce delle considerazioni di cui sopra, nel caso in cui si opti per un RPD interno, sarebbe quindi in linea di massima preferibile che, ove la struttura organizzativa lo consenta e tenendo conto della complessità dei trattamenti, la designazione sia conferita a un dirigente ovvero a un funzionario di alta professionalità, che possa svolgere le proprie funzioni in autonomia e indipendenza, nonché in collaborazione diretta con il vertice dell’organizzazione.

Quali certificazioni risultano idonee a legittimare il RPD nell’esercizio delle sue funzioni, ai sensi degli artt. 42 e 43 del RGPD?

Come accade nei settori delle cosiddette “professioni non regolamentate”, si sono diffusi schemi proprietari di certificazione volontaria delle competenze professionali effettuate da appositi enti certificatori. Tali certificazioni (che non rientrano tra quelle disciplinate dall’art. 42 del RGPD) sono rilasciate anche all’esito della partecipazione ad attività formative e al controllo dell’apprendimento.

Esse, pur rappresentando, al pari di altri titoli, un valido strumento ai fini della verifica del possesso di un livello minimo di conoscenza della disciplina, tuttavia non equivalgono, di per sé, a una “abilitazione” allo svolgimento del ruolo del RPD né, allo stato, sono idonee a sostituire il giudizio rimesso alle PP.AA. nella valutazione dei requisiti necessari al RPD per svolgere i compiti previsti dall’art. 39 del RGPD.

Con quale atto formale deve essere designato il RPD?

Il RGPD prevede all’art. 37, par. 1, che il titolare e il responsabile del trattamento designino il RPD; da ciò deriva, quindi, che l’atto di designazione è parte costitutiva dell’adempimento.

Nel caso in cui la scelta del RPD ricada su una professionalità interna all’ente, occorre formalizzare un apposito atto di designazione a “Responsabile per la protezione dei dati”. In caso, invece, di ricorso a soggetti esterni all’ente, la designazione costituirà parte integrante dell’apposito contratto di servizi redatto in base a quanto previsto dall’art. 37 del RGPD (per agevolare gli enti, in allegato alle Faq, è riportato uno schema di atto di designazione).

Indipendentemente dalla natura e dalla forma dell’atto utilizzato, è necessario che nello stesso sia individuato in maniera inequivocabile il soggetto che opererà come RPD, riportandone espressamente le generalità, i compiti (eventualmente anche ulteriori a quelli previsti dall’art. 39 del RGPD) e le funzioni che questi sarà chiamato a svolgere in ausilio al titolare/responsabile del trattamento, in conformità a quanto previsto dal quadro normativo di riferimento.

L’eventuale assegnazione di compiti aggiuntivi, rispetto a quelli originariamente previsti nell’atto di designazione, dovrà comportare la modifica e/o l’integrazione dello stesso o delle clausole contrattuali.

Nell’atto di designazione o nel contratto di servizi devono risultare succintamente indicate anche le motivazioni che hanno indotto l’ente a individuare, nella persona fisica selezionata, il proprio RPD, al fine di consentire la verifica del rispetto dei requisiti previsti dall’art. 37, par. 5 del RGPD, anche mediante rinvio agli esiti delle procedure di selezione interna o esterna effettuata. La specificazione dei criteri utilizzati nella valutazione compiuta dall’ente nella scelta di tale figura, oltre a essere indice di trasparenza e di buon amministrazione, costituisce anche elemento di valutazione del rispetto del principio di «responsabilizzazione».

Una volta individuato, il titolare o il responsabile del trattamento è tenuto a indicare, nell’informativa fornita agli interessati, i dati di contatto del RPD pubblicando gli stessi anche sui siti web e a comunicarli al Garante (art. 37, par. 7). Per quanto attiene al sito web, può risultare opportuno inserire i riferimenti del RPD nella sezione “amministrazione trasparente”, oltre che nella sezione “privacy” eventualmente già presente.

Come chiarito nelle Linee guida, in base all’art. 37, par. 7, non è necessario -anche se potrebbe costituire una buona prassi, in ambito pubblico- pubblicare anche il nominativo del RPD, mentre occorre che sia comunicato al Garante per agevolare i contatti con l’Autorità (anche in questo caso, in allegato alle Faq, è riportato un modello di comunicazione al Garante). Resta invece fermo l’obbligo di comunicare il nominativo agli interessati in caso di violazione dei dati personali (art. 33, par. 3, lett. b).

Il RGPD prevede, all’art. 38, par. 2, che «il titolare e del trattamento e il responsabile del trattamento sostengono il responsabile della protezione dei dati nell’esecuzione dei compiti di cui all’articolo 39 fornendogli le risorse necessarie per assolvere tali compiti e accedere ai dati personali e ai trattamenti e per mantenere la propria conoscenza specialistica».

Ne discende che, in relazione alla complessità (amministrativa e tecnologica) dei trattamenti e dell’organizzazione, occorrerà valutare attentamente se una sola persona possa essere sufficiente a svolgere il complesso dei compiti affidati al RPD. Come riportato anche nelle Linee guida, «in linea di principio, quanto più aumentano complessità e/o sensibilità dei trattamenti, tanto maggiori devono essere le risorse messe a disposizione del RPD. La funzione “protezione dati” deve poter operare con efficienza e contare su risorse sufficienti in proporzione al trattamento svolto».

All’esito di questa analisi si potrà valutare quindi l’opportunità/necessità di istituire un apposito ufficio al quale destinare le risorse necessarie allo svolgimento dei compiti stabiliti. Ad ogni modo, ove sia costituito un apposito ufficio, è comunque necessario che venga sempre individuata la persona fisica che riveste il ruolo di RPD (mediante l’atto di designazione di cui sopra).

È ammissibile che uno stesso titolare/responsabile del trattamento abbia più di un RPD?

Alcune organizzazioni complesse hanno richiesto all’Autorità di valutare la possibilità di designare più RPD.

Al riguardo, si rileva che l’unicità della figura del RPD è una condizione necessaria per evitare il rischio di sovrapposizioni o incertezze sulle responsabilità, sia con riferimento all’ambito interno all’ente, sia con riferimento a quello esterno, e pertanto occorre che questa sia sempre assicurata.

Nulla osta, invece, all’individuazione di più figure di supporto, con riferimento a settori o ambiti territoriali diversi, anche dislocate presso diverse articolazioni organizzative dell’amministrazione, che facciano però riferimento a un unico soggetto responsabile, sia che la scelta ricada su un RPD interno, sia che questa ricada su un RPD esterno.

Infatti, in relazione alla particolare eterogeneità dei trattamenti di dati personali effettuati (in rapporto, ad esempio, all’effettuazione di trattamenti soggetti a basi giuridiche diverse in ambito di prevenzione, indagine, accertamento e perseguimento di reati) ovvero della complessità della struttura organizzativa dell’ente (talvolta molto ramificata a livello territoriale) può risultare opportuno individuare specifici “referenti” del RPD che potrebbero svolgere un ruolo di supporto e raccordo, sulla base di precise istruzioni del RPD, anche, se del caso, operando quali componenti del suo gruppo di lavoro.

Quali sono gli ulteriori compiti e funzioni che possono essere assegnati a un RPD?

Il RGPD consente l’assegnazione al RPD di ulteriori compiti e funzioni, a condizione che non diano adito a un conflitto di interessi (art. 38, par. 6e che consentano al RPD di avere a disposizione il tempo sufficiente per l’espletamento dei compiti previsti dal RGPD (art. 38, par. 2).

A seconda della natura dei trattamenti e delle attività e dimensioni della struttura del titolare o del responsabile, le eventuali ulteriori incombenze attribuite al RPD non dovrebbero pertanto sottrarre allo stesso il tempo necessario per adempiere alle relative responsabilità.

In linea di principio, è quindi ragionevole che negli enti pubblici di grandi dimensioni, con trattamenti di dati personali di particolare complessità e sensibilità, non vengano assegnate al RPD ulteriori responsabilità (si pensi, ad esempio, alle amministrazioni centrali, alle agenzie, agli istituti previdenziali, nonché alle regioni e alle asl). In tale quadro, ad esempio, avuto riguardo, caso per caso, alla specifica struttura organizzativa, alla dimensione e alle attività del singolo titolare o responsabile, l’attribuzione delle funzioni di RPD al responsabile per la prevenzione della corruzione e per la trasparenza, considerata la molteplicità degli adempimenti che incombono su tale figura, potrebbe rischiare di creare un cumulo di impegni tali da incidere negativamente sull’effettività dello svolgimento dei compiti che il RGPD attribuisce al RPD.

Rispetto all’assenza di conflitto di interessi, occorre inoltre valutare se, come indicato nelle Linee guida, le eventuali ulteriori funzioni assegnate non comportino la definizione di finalità e modalità del trattamento dei dati. Ciò significa che, a grandi linee, in ambito pubblico, oltre ai ruoli manageriali di vertice, possono sussistere situazioni di conflitto di interesse rispetto a figure apicali dell’amministrazione investite di capacità decisionali in ordine alle finalità e ai mezzi del trattamento di dati personali posto in essere dall’ente pubblico, ivi compreso, ad esempio, il responsabile dei Sistemi informativi (chiamato ad individuare le misure di sicurezza necessarie), ovvero quello dell’Ufficio di statistica (deputato a definire le caratteristiche e le metodologie del trattamento dei dati personali utilizzati a fini statistici).

Riguardo agli ulteriori compiti e funzioni in capo al RPD, particolare attenzione andrebbe infine prestata nei casi di unico RPD tra molteplici autorità pubbliche e organismi pubblici, nonché nei casi di RPD esterno, in quanto questi potrebbe svolgere ulteriori compiti che comportano situazioni di conflitto di interesse oppure non essere in grado di adempiere in modo efficiente alle sue funzioni. In questi casi, nell’atto di designazione o nel contratto di servizio il RPD dovrà fornire opportune garanzie per favorire efficienza e correttezza e prevenire conflitti di interesse.

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5) Accollo debiti fiscali: condanna per il commercialista ?

Accollo debiti fiscali: condanna per compensazione illecita. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 55794 del 2017, ritiene che sia condannabile il consulente che procede con l'accollo debiti fiscali di un cliente e poi lo compensa nella propria dichiarazione con un credito inesistente.

Il caso esaminato riguarda una consulente fiscale che ha subito un provvedimento cautelare per aver "ideato e commercializzato modelli di evasione fiscale attraverso cui sarebbero stati commessi più reati di compensazione di crediti tributari inesistenti [...] compensazioni che alcuni soggetti [...] effettuavano mediante la trasmissione telematica dei modelli F24, accollandosi il debito tributario riferibile a terzi, in ciò consentendo loro l'apparente regolarizzazione della propria posizione fiscale, il tutto utilizzando crediti fittizi".

La consulente ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che il caso di specie riguarda un reato proprio che può essere commesso esclusivamente dal contribuente, mentre l'accollante non potrebbe mai assumere la veste di soggetto passivo del rapporto tributario "non potendo ad esso applicarsi i principi di solidarietà tributaria ma semmai la sola veste di obbligato in forza del titolo negoziale sottoscritto solo nei confronti el debitore originario ovvero dell'accollato".

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 55794 del 14 dicembre 2017, ha respinto il ricorso della professionista, sancendo che è passibile di condanna il consulente che si accolla un debito tributario del proprio cliente per poi compensarlo con crediti inesistenti. In merito alla questione relativa al reato proprio che può essere commesso esclusivamente dal contribuente, la Suprema Corte afferma che si respinge la presunta estraneità della consulente rispetto ai fatti contestati "essendo evidente per le ragioni esplicitate quindi che la responsabilità della stessa discenda proprio della natura dell'operazione di accollo fiscale posta in essere, dovendosi differenziare l'ascrivibilità a titolo diretto o per effetto del disposto dell'art. 48 c.p. a seconda che il debitore sia o meno consapevole dell'inesistenza del credito da compensare". Nel caso in cui il debitore sia inconsapevole, si applica l'art. 48 poiché l'accollante ha ingannato l'accollato circa l'esistenza dei crediti.

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Economisti e Giuristi Insieme, alleanza strategica

I presidenti dei Consigli nazionali di avvocati, commercialisti e notai hanno firmato l'intesa che punta a rafforzare l’azione coordinata tra le professioni giuridico-economiche

"Economisti e giuristi insieme". E’ questo il nome scelto per l’associazione nata ufficialmente a Roma il 15 dicembre che sancisce l’alleanza strategica tra i Consigli nazionali degli Avvocati, dei Commercialisti e dei Notai. Un’intesa che punta a rafforzare l’azione coordinata tra le professioni giuridico-economiche che a breve individueranno un pacchetto di temi comuni su cui elaborare proposte da sottoporre alla politica, anche in vista dell’ormai prossima tornata elettorale.
Nello statuto del nuovo organismo di rappresentanza delle tre categorie professionali si legge che l’associazione, che opererà a livello nazionale senza fini di lucro, “promuove l’interlocuzione con i soggetti istituzionali, la pubblica amministrazione e, in generale, con tutti i soggetti ritenuti strategici al fine di tutelare gli interessi comuni alle professioni rappresentate”. “Economisti e giuristi insieme”, inoltre, “si dedicherà all’approfondimento delle materie economiche e giuridiche di interesse degli associati, anche attraverso la predisposizione di studi e documenti; e porrà in essere qualsiasi ulteriore iniziativa connessa ai propri obiettivi istituzionali”. Tra le finalità vi è poi la promozione di “iniziative che portino le tre professioni, ciascuna con la sua specificità, a poter operare anche nel contesto della sussidiarietà rispetto alle Pubbliche Amministrazioni, in aderenza alla più recente normativa interna ed ai principi del diritto europeo”.

Sono organi dell’Associazione, in carica per due anni, l’Assemblea degli associati, il Consiglio Direttivo e il Presidente. L’assemblea è composta da sei rappresentanti per ogni Ordine professionale, i quali partecipano su delega dei rispettivi Consigli Nazionali. Il Consiglio direttivo è composto di nove membri, compreso il Presidente, tre per ciascun Consiglio nazionale. La carica di Presidente spetta, a rotazione, ad un rappresentante di ciascuno dei Consigli nazionali dei tre Ordini associati.

Con la nascita di un soggetto comune tra notai, commercialisti e avvocati si apre una pagina nuova nella rappresentanza delle professioni”, dichiara il presidente del Consiglio nazionale forense Andrea Mascherin. “Ritengo che la nostra iniziativa rechi soprattutto il segno di una nuova consapevolezza: il mondo del lavoro autonomo, e delle professioni economico-giuridiche in particolare, deve agire per sollecitare la politica a misure di tutela e funzionalità dei nostri settori nell'interesse non solo dei professionisti che rappresentiamo, ma della società e dell'economia dell'intero Paese. Le esitazioni che negli scorsi anni si sono a volte intraviste nella politica hanno probabilmente contribuito a indebolire il controllo di alcuni fenomeni: primo fra tutti, il dilagare di una impostazione mercatista nel lavoro e nella dinamica produttiva in generale, con effetti ancora più pesanti per gli autonomi di quanti non se ne siano avuti per i dipendenti. Anche a partire da questo”, dice Mascherin, “commercialisti, notai e avvocati possono davvero dare un contributo decisivo per superare definitivamente quella impostazione a volte disattenta. E agevolare così il ritorno a una maggiore tutela delle professioni da parte della buona politica, che si è ben manifestata con la svolta sull'equo compenso”.
“Sin dal nome scelto per la nuova Associazione – afferma il presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti, Massimo Miani – indichiamo in maniera chiara il senso di questa iniziativa: mettere assieme le professioni dell’area economico – giuridica affinché, forti delle affinità che le accomunano e le contraddistinguono all’interno del variegato universo ordinistico, sviluppino idee e proposte condivise per il Paese, oltre che per una più avanzata concezione del loro modo di stare sul mercato professionale”.

Il Consiglio Nazionale del Notariato crede alla sinergia delle professioni regolamentate nel difendere il prezioso ruolo che le stesse svolgono per la crescita del Paese – dichiara il presidente del Consiglio Nazionale del Notariato, Salvatore Lombardo – di ciò è testimonianza la sua attiva partecipazione al Comitato Unitario delle Professioni. L’invito ad aderire all’associazione con commercialisti ed avvocati è stato pertanto accolto per trovare ulteriori sinergie su progetti condivisi con professioni contigue per aree di competenza, nel reciproco rispetto delle diverse competenze e specificità di ruolo, al servizio del Paese, della sua semplificazione e sempre maggiore modernizzazione”.

(CNDCEC, comunicato del 19 dicembre 2017)

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6) Nuovo spesometro: circolare Fondazione studi CDL

Modificata la disclipina dello spesometro: Con la recente conversione in legge del D.L. 148/2017 viene introdotto un nuovo articolo 1-ter, rubricato “Disposizioni relative alla trasmissione dei dati delle fatture emesse e ricevute”, che prevede importanti modifiche in relazione all’adempimento previsto dall’articolo 21, D.L. 78/2010 (cosiddetto “spesometro”).

Queste le modifiche introdotte.

Niente sanzioni per la ripresentazione dei dati relativi al primo semestre 2017

Per ogni fattura non comunicata è prevista la sanzione che va da 2 euro a fattura fino a 1.000 euro a trimestre, e, in caso di errore corretto entro i primi 15 giorni dalla scadenza, la sanzione scende a 1 euro a fattura e 500 euro per il trimestre. Nessuna di queste sanzioni verrà applicata in relazione a errori commessi nella trasmissione dei dati relativi al primo semestre 2017 (sia con riferimento all’adempimento dello “spesometro” di cui all’articolo 21, D.L. 78/2010 che al regime opzionale di cui all’articolo 1, comma 3, D.Lgs. 127/2015) qualora i dati esatti vengano trasmessi entro e non oltre il 28 febbraio 2018 (data di scadenza anche dello spesometro relativo al secondo semestre dell’anno 2017).

Dal 2018 la trasmissione torna trimestrale con facoltà di invio semestrale

A partire dalle fatture emesse e ricevute nell’anno 2018 la trasmissione telematica torna ad essere trimestrale, come peraltro previsto dall’originario provvedimento normativo che regola l’adempimento. Sarà comunque data facoltà ai contribuenti di poter trasmettere i dati con cadenza semestrale, riproponendo quindi la stessa tempistica già seguita per l’anno d’imposta 2017.

Dati anagrafici semplificati

Con riferimento ai dati anagrafici di clienti e fornitori sarà possibile limitare la trasmissione al solo numero di partita Iva per i soggetti passivi o al solo codice fiscale per i soggetti che non agiscono nell’esercizio di imprese, arti e professioni, oltre alla data e al numero della fattura, alla base imponibile, all’aliquota applicata e all’imposta nonché alla tipologia dell’operazione ai fini dell’Iva nel caso in cui l’imposta non sia indicata in fattura.

Reintrodotta la facoltà di trasmettere il documento riepilogativo

Per le fatture emesse e ricevute di importo inferiore a 300 euro, registrate cumulativamente ai sensi dell’articolo 6, commi 1 e 6, D.P.R. 695/1996, sarà facoltà dei contribuenti trasmettere i dati del documento riepilogativo. Torna in questo modo la semplificazione già concessa nel precedente “spesometro” in vigore fino al 31 dicembre 2016. Anche per questo documento sarà possibile trasmettere la sola partita Iva del cedente o del prestatore per il documento riepilogativo delle fatture attive, e la sola partita Iva del cessionario o committente per il documento riepilogativo delle fatture passive, oltre ovviamente alla data e il numero del documento riepilogativo nonché l’ammontare imponibile complessivo e l’ammontare dell’imposta complessiva distinti secondo l’aliquota applicata.

Decreto fiscale, l’analisi della Fondazione Studi

Il Vicepresidente del Consiglio nazionale dell'Ordine, Sergio Giorgini, e gli esperti della Fondazione Studi, Giuseppe Buscema, Dario Fiori e Pasquale Staropoli, esaminano nella circolare n.12/2017 le principali novità del decreto fiscale collegato alla Legge di bilancio 2018 (Legge 4 dicembre 2017, n. 172). Tra le misure introdotte dalla Legge n.172/17 assume particolare rilievo l'estensione della definizione agevolata dei carichi, la cosiddetta rottamazione bis, di cui vengono indicate le nuove scadenze rispetto ai termini previsti dal dl n.193/2016, con il ripescaggio degli esclusi e in considerazione dei carichi affidati all'agente di riscossione dal 01.01.2000 al 30.09.2017. All'interno del documento è possibile approfondire anche le modifiche apportate alla disciplina dello spesometro e l'estensione dello split payment alle fatture emesse da società controllate dalla Pubblica Amministrazione, così come le risorse finanziarie previste per il Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese, le disposizioni in materia di riscossione e la sospensione dei termini per gli adempimenti tributari e contributivi nei territori colpiti da calamità naturali senza dimenticare il principio e l'ambito applicativo dell'equo compenso ai professionisti.
(Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro, circolare n. 12 del 19 dicembre 2017)

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7) Dal 1° gennaio 2018 centesimi di euro sospesi, ecco come contabilizzare i pagamenti

Dal 1° gennaio 2018 le monete di 1 e 2 centesimi di euro verranno sospesi, ecco come contabilizzare i pagamenti.

Questo in virtù di quanto dispone l’art. 13 quater del Decreto legge n. 50 del 24 aprile 2017, convertito in Legge n. 96 del 21 giugno 2017.

Sospensione del conio di monete da 1 e 2 centesimi

A decorrere dal 1° gennaio 2018 verrà sospeso il conio da parte dell'Italia di monete metalliche in euro di valore unitario pari a un centesimo e a due centesimi di euro. Il risparmio derivante dall'attuazione del presente comma viene destinato al Fondo per l'ammortamento dei titoli di Stato.

Durante il periodo di sospensione, se il pagamento viene effettuato integralmente in contanti, tale importo deve essere arrotondato, a tutti gli effetti, per eccesso o per difetto, al multiplo di cinque centesimi più vicino.

Tutti i soggetti pubblici o incaricati di pubblici uffici o di pubblici servizi, compresi i loro concessionari, rappresentanti, mandatari o agenti, sono autorizzati, senza necessità di ulteriori provvedimenti o determinazioni, ad acconsentire all'arrotondamento in relazione a qualunque autonomo importo monetario in euro a debito o a credito.

Rimane valido il corso legale delle monete metalliche in euro destinate alla circolazione di valore unitario pari a un centesimo e a due centesimi di euro secondo le norme ad esse applicabili.

Bancomat

Converrà, quindi, pagare, sempre più, con pagamenti bancomat, questo consente di contabilizzare i pagamenti senza dovere effettuare gli arrotondamenti.

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8) Banca in liquidazione coatta: indennizzi, per danno emergente, non imponibili

Banca in liquidazione coatta: Gli indennizzi pagati ai soci in base a specifici accordi transattivi non sono tassabili se hanno il solo scopo di reintegrare la perdita economica patrimoniale (danno emergente) subita dall’investitore.

L’Agenzia delle entrate, con la risoluzione n. 153/E del 18 dicembre 2017, interviene sul trattamento tributario delle somme corrisposte da un banca ai propri soci a seguito della stipula di specifici accordi transattivi.
In relazione agli indennizzi corrisposti ai propri soci/investitori da una banca in liquidazione coatta amministrativa, sulla base di specifici accordi transattivi, l’istituto di credito assume la qualità di sostituto d’imposta?
In altri termini, questi indennizzi generano un reddito imponibile in capo ai soci che li hanno percepiti?

Si tratta del quesito posto all’Agenzia delle entrate a seguito di un’istanza di interpello trasmessa da una banca in liquidazione coatta amministrativa, che ha stipulato, con alcuni dei propri soci/investitori, accordi transattivi in relazione a eventuali pretese risarcitorie che gli stessi avrebbero potuto vantare in dipendenza dell’investimento effettuato in azioni della banca.
In base agli accordi, i soci hanno ricevuto una somma di denaro a titolo di indennizzo a parziale ristoro delle perdite subite per effetto dell’investimento e, contestualmente, hanno rinunciato a qualsiasi azione di responsabilità nei confronti dell’istituto di credito. La risposta dell’Amministrazione è nel senso di ritenere che, nel caso concreto, la percezione degli indennizzi da parte dei soci non abbia alcuna rilevanza reddituale in quanto finalizzata a reintegrare forfettariamente la perdita economico-patrimoniale (danno emergente) subita dai percettori a causa della condotta della banca in contrasto con gli obblighi di informazione, diligenza, correttezza e trasparenza previsti dal Testo unico della finanza (Tuf). Di conseguenza, per la banca non scatta nessun obbligo di sostituzione.
L’Agenzia arriva a questa conclusione sulla base quanto già in precedenza era stato chiarito circa il trattamento fiscale delle somme erogate ai soggetti vittime della risoluzione di alcuni istituti di credito. In tal caso, infatti, l’Amministrazione aveva concluso per la non imponibilità degli indennizzi forfettari, basando il proprio convincimento sulla circostanza che gli stessi fossero volti a garantire il ristoro del pregiudizio subito a causa della violazione, da parte delle banche coinvolte, degli obblighi di informazione, diligenza, correttezza e trasparenza previsti dal Testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria (Dlgs 58/1998). Gli indennizzi, peraltro, risultavano parametrati solo al corrispettivo pagato dall’investitore nel momento in cui erano stati sottoscritti (o acquistati) i titoli e non anche al mancato conseguimento dei proventi. Nel caso oggetto della risoluzione in esame, gli indennizzi sono finalizzati a soddisfare la stessa esigenza: il ristoro di un “danno emergente” di natura patrimoniale determinato da condotte della banca riconducibili alla violazione degli obblighi di informazione previsti dal Tuf.
Pertanto, anche in questa ipotesi gli indennizzi erogati dalla banca non generano alcun reddito imponibile in capo ai soci a cui sono stati erogati (quindi, non sono assoggettati a tassazione) e, di conseguenza, la banca non assume la qualità di sostituto d’imposta rispetto ai percettori.

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9) Web tax al 3% ma non sull’e-commerce

Web tax con un'aliquota al 3%. Esclusi l'e-commerce e le transazioni con i privati.
Aliquota ridotta dal 6 al 3%, ritenuta da parte del committente (e non più a opera del gestore della carta di credito o della banca) e nuova soglia quantitativa per far scattare il prelievo, pari a 3 mila operazioni online nell'arco di un anno solare. Queste le caratteristiche della nuova web tax. Le prestazioni di servizi che vi saranno soggette saranno individuate con un decreto Mef, previsto entro il 30 aprile 2018. Ieri la commissione bilancio della camera ha dato il via libera alla proposta presentata da Francesco Boccia (Pd), che riscrive in gran parte l'istituto nella manovra di bilancio che approderà all'esame dell'aula mercoledì. L'aliquota sarà pari al 3%, cioè la metà di quanto stabilito da palazzo Madama (6%). Sparisce l'obbligo di «spesometro digitale», l'obbligo per professionisti e imprese che acquistano sul web servizi digitali di segnalare tali operazioni all'Agenzia delle entrate. Soggetti passivi dell'imposta saranno coloro che, residenti in Italia o all'estero, effettuano nei confronti di clienti italiani almeno 3 mila prestazioni di servizi in un anno. L'imposta sarà limitata alle operazioni «b2b», ossia nelle quali sia il prestatore sia il committente sono soggetti Iva. Restano pertanto escluse le transazioni effettuate nei confronti dei soggetti privati. Quali saranno questi servizi, però, resta ancora un'incognita, fino all'emanazione del decreto ministeriale. Di certo la platea delle web company interessate dal prelievo non comprenderà i siti di e-commerce (tipo Amazon), ma solo quelli che erogano prestazioni di servizi (pubblicità, come Google o Facebook, ma anche musica o contenuti video in streaming, come Spotify o Netflix). La limitazione alle sole partite Iva sembra concentrare il target del prelievo sul mondo della pubblicità online, rispetto ai servizi di entertainment tipici della clientela privata. In ogni caso, in attesa del dm, la normativa varata ieri contiene qualche elemento di maggiore dettaglio, laddove indica tra le operazioni imponibili quelle perfezionate «attraverso internet o una rete elettronica e la cui natura rende la prestazione essenzialmente automatizzata, corredata da un intervento umano minimo e impossibile da garantire in assenza della tecnologia dell'informazione». La camera ritorna alla soluzione del sostituto d'imposta: sarà il committente a fare la ritenuta, decurtando l'imposta dal prezzo del servizio (al netto di Iva).

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10) E’ sempre valida la notifica via PEC se il contribuente ne viene comunque a conoscenza

Valida la notifica del ricorso per Cassazione via PEC in formato doc. Anche se è previsto l’uso del formato pdf, l’irritualità della notificazione con PEC non ne comporta la nullità.

È valida la notifica del ricorso per Cassazione, a mezzo PEC, presso il difensore domiciliatario del contribuente, anche qualora l’Erario abbia allegato al messaggio di posta elettronica un file con estensione “doc”, anziché in formato “pdf”. È quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 30372 depositata ieri.

L’art. 19-bis del provvedimento 16 aprile 2014, riguardante le notificazioni per via telematica, stabilisce espressamente che il file allegato al messaggio PEC deve essere in formato “pdf”, ottenuto da una trasformazione di un documento testuale, senza restrizioni per le operazioni di selezione e copia di parti, e non essendo ammessa la scansione di immagini.

Nel caso oggetto della sentenza di ieri, invece, il file era in formato “doc”, appunto quello proprio del documento testuale, che evidentemente non era stato trasformato in “pdf”, ma era stato così allegato al messaggio PEC e trasmesso.
I giudici di legittimità, però, hanno stabilito che l’irritualità della notificazione di un atto (nella specie, controricorso in Cassazione) a mezzo PEC non ne comporta la nullità se la consegna telematica (nella specie, in estensione “doc”, anziché formato “pdf’) ha comunque prodotto il risultato della conoscenza dell’atto e determinato così il raggiungimento dello scopo legale.

Vincenzo D’Andò