Il segreto professionale del commercialista – Diario quotidiano del 14 novembre 2017 – Rimborso TARI versata in eccesso

Pubblicato il 14 novembre 2017



1) Commercialista: se oppone il segreto professionale, no sequestro dati informatici
2) Uso agevolato di macchine nei porti destinate alla movimentazione di merci
3) F24: canale telematico per compensare libero?
4) F24: stretta ulteriore sulle compensazioni
5) Commercialisti: In prima linea per l’equo compenso
6) Rimborso TARI versata in eccesso
7) L’equo compenso è un diritto per tutti
8) L’appalto gratuito viola tutti i princìpi del nostro ordinamento
9) Cig: calcolo del “quinquennio mobile” e “biennio mobile”
10) Definizione agevolata: apertura straordinaria sportelli per la scadenza del 30 novembre
Commercialista Telematico | Software fiscali, ebook di approfondimento, formulari e videoconferenze accreditate1) Commercialista: se oppone il segreto professionale, no sequestro dati informatici 2) Uso agevolato di macchine nei porti destinate alla movimentazione di merci 3) F24: canale telematico per compensare libero ? 4) F24: stretta ulteriore sulle compensazioni 5) Commercialisti: In prima linea per l’equo compenso 6) Rimborso TARI versata in eccesso 7) L’equo compenso è un diritto per tutti 8) L’appalto gratuito viola tutti i princìpi del nostro ordinamento 9) Cig: calcolo del “quinquennio mobile” e “biennio mobile” 10) Definizione agevolata: apertura straordinaria sportelli per la scadenza del 30 novembre ***

1) Commercialista: se oppone il segreto professionale, no sequestro dati informatici

Se il Commercialista oppone il segreto professionale non possono poi essere sequestrati i dati informatici.

Lo ha precisato la Corte di cassazione, sezione penale, con la sentenza n. 51446 del 10 novembre 2017, che ha così annullato l’ordinanza con la quale il tribunale del riesame aveva invece respinto l’impugnazione contro il provvedimento cautelare, per una presunta carenza di interesse.

Invece, secondo la Suprema Corte non si può procedere al sequestro dei dati informatici qualora il commercialista opponga per iscritto il segreto professionale.

L’istanza volta alla restituzione delle copie informatiche estratte dall’Autorità Giudiziaria nel corso di una perquisizione, nonostante fosse stato opposto il segreto professionale, veniva ritenuta dal Tribunale priva d’interesse, poiché l’istante era comunque in possesso dei dati originali.

Tuttavia, la massima Corte ha precisato che, l’acquisizione tramite estrazione di copia informatica (o riproduzione su supporto cartaceo dei dati contenuti in un archivio visionato nel corso di una perquisizione legittimamente eseguita ai sensi dell’art. 247 c.p.p.) costituisce sequestro probatorio nel momento in cui il sequestro della copia comporta la sottrazione all’interessato dell’esclusiva disponibilità dell’informazione e incide sul diritto alla riservatezza o al segreto.

La Cassazione viene così a tutelare il diritto della privacy anche nel caso delle norme penali.

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2) Uso agevolato di macchine nei porti destinate alla movimentazione di merci

Impiego agevolato per l’azionamento di macchine impiegate nei porti destinate alla movimentazione di merci per operazioni di trasbordo: l’Agenzia delle Dogane, con la circolare n. 12/D del 13 novembre 2017, fornisce prescrizioni tecniche/operative per la gestione ed il controllo di tale agevolazione.

Con l’art.4-ter, comma 1, lettera o), punto 2, del decreto legge 22 ottobre 2016, n.193 (convertito, con modificazioni, dalla legge 1° dicembre 2016, n.225) è stata integrata la vigente previsione di cui al punto 9 della tabella A allegata al TUA tra l’altro con l’affiancamento di distinta figura di nuova formulazione, che riconosce l’applicazione dell’aliquota ridotta del 30% di quella normale per l’azionamento di macchine impiegate nei porti, non ammesse alla circolazione su strada, destinate alla movimentazione di merci per operazioni di trasbordo.

L’aliquota ridotta concerne i carburanti che alimentano tali macchine operatrici, già ammesse all’agevolazione per produzione di forza motrice con motori fissi anteriormente all’entrata in vigore della suddetta legge 1° dicembre 2016, n.225, utilizzate per la movimentazione dei container all’interno dei terminali portuali, a condizione che siano destinate al trasbordo ossia il trasferimento del carico tra mezzi di trasporto navali, anche ricorrendo a temporanei stoccaggi nelle aree del terminal.

Diversamente dagli impieghi ricadenti nella precedente formulazione del punto 9, nella misura in cui ricorrano i predetti presupposti, l’agevolazione in parola si applica al totale del carburante impiegato per l’azionamento delle predette macchine, non solo alla frazione impiegata per produzione di forza motrice.

Istanza

Per poter usufruire dell’agevolazione in parola, l’operatore portuale che effettua, con il proprio parco macchine, movimentazione di merci per operazioni di trasbordo presenta all’Ufficio dell’Agenzia delle Dogane territorialmente competente sul porto apposita istanza contenente, oltre ai dati identificativi della Società (denominazione sociale, legale rappresentante, Partita IVA, ubicazione della sede legale, ubicazione del porto in cui è svolta l’attività di trasbordo), le modalità tramite le quali si intende fruire del beneficio (mediante riconoscimento della qualifica di destinatario registrato o mediante rimborso), nonché l’eventuale possesso di licenza di esercizio per un deposito ad uso privato/industriale ovvero per un impianto di distribuzione privato di cui, rispettivamente, all’art.25 comma 2 lett. a) e c) del TUA.

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3) F24: canale telematico per compensare libero?

Come è noto, l’articolo 3 del D.L. 50/2017 (cd. “Manovra correttiva”), modificando l’articolo 37 (comma 49-bis) del D.L. 223/2006, ha previsto l’obbligo di utilizzare i servizi telematici messi a disposizione dall’Agenzia delle Entrate (F24 web, F24 online) qualora essi intendano compensare crediti Iva, ovvero crediti relativi alle imposte sui redditi e alle relative addizionali, e così via.

In seguito, l’Agenzia delle entrate, con la risoluzione 57/E/2017 ha precisato che il controllo sull’utilizzo obbligatorio dei servizi telematici per eseguire le compensazioni è operativo dallo scorso 1° giugno, mentre con la successiva risoluzione 68/E/2017 sono stati individuati i codici tributo il cui utilizzo in compensazione necessita, per i titolari di partita Iva, dell’utilizzo dei servizi telematici.

Invece, di recente, sul tema è intervenuta la sentenza n. 435/2017 della C.T.P. di Bergamo che sostiene che al contribuente che effettua la compensazione “orizzontale” avvalendosi, per il pagamento, di un canale telematico sbagliato (remote banking in luogo di Entratel o Fisconline) non debba essere applicata la sanzione da 250 a 2.000 euro prevista per l’omissione di ogni comunicazione prescritta dalla legge tributaria ovvero per l’invio di tali comunicazioni con dati incompleti o non veritieri (articolo 11, comma 1 del D.Lgs. 471/1997).

Insomma, il giudice di merito ritiene che non vi sia una specifica previsione normativa, per cui non risulta sanzionabile il contribuente che ad es. abbia utilizzato il modello cartaceo in luogo di quello telematico ovvero l’home banking a posto del canale telematico delle Entrate.

Ovviamente, la faccenda non finirà qui, poiché con tutta probabilità la questione confluirà, prima davanti il giudice d’appello, ed infine, in Cassazione, considerato che quasi mai il fisco accetta la sconfitta (e ciò per statistica).

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4) F24: stretta ulteriore sulle compensazioni

Come previsto dalla manovra di bilancio per il 2018, è emerso che i modelli F24 che espongono crediti in compensazione subiranno un ulteriore controllo da parte dell’Agenzia delle Entrate con l’obiettivo di intercettare preventivamente eventuali irregolarità, evitando di intraprendere successive azioni di recupero dall’esito incerto. Il controllo mira a controllare proprio l’aspetto relativo alla compensazione e si prevede un periodo di sospensione del modello di versamento per una durata massima di 30 giorni al termine del quale, se l’esito è positivo, il modello F24 si considera correttamente presentato e le compensazioni ed i versamenti in esso contenuti regolarmente effettuati. In caso di esito negativo, il modello F24 viene rigettato e le operazioni si considerano non effettuate.

Uno degli aspetti più delicati è costituito dall’ambito applicativo dei nuovi controlli, in quanto si demanda a un provvedimento successivo a cura delle Entrate il compito di stabilire i criteri e le modalità di attuazione. Con quel provvedimento si dovrà definire il contenuto della locuzione “profili di rischio” delle posizioni in relazione alle quali sarà possibile per le Entrate disporre il blocco della compensazione e quindi l’annullamento dell’F24.

E’ necessaria, a tal fine, l’individuazione di criteri oggettivi e meno discrezionali possibili in modo da evitare che il contribuente possa trovarsi di fronte a un omesso versamento con tutte le conseguenze del caso. Il provvedimento dovrà anche chiarire il perimetro di applicazione della disposizione in relazione ai crediti certificati dal visto di conformità apposto da un professionista abilitato. Andrà poi chiarito se il visto di conformità sulla dichiarazione da cui scaturisce il credito sia sufficiente a superare il blocco preventivo.

Uno degli ambiti di probabile applicazione dell’ulteriore controllo dei modelli F24 sarà quello dei versamenti attraverso il meccanismo dell’accollo tributario (art. 8, comma 2, L. n. 212/2000).

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5) Commercialisti: in prima linea per l’equo compenso

Luchetta: Si alla norma che lo prevede per i soli avvocati. Farebbe da apripista per tutti gli altri.

Il Consiglio nazionale dei commercialisti è da sempre in prima linea nella battaglia per l’introduzione dell’equo compenso per tutte le professioni italiane. Siamo favorevoli anche alla norma che lo prevede al momento per i soli avvocati. Se passasse sarebbe più facile estenderla anche a tutti gli altri soggetti ordinistici, svolgendo un ruolo di apripista”. E’ quanto dichiarato dal Consigliere delegato ai compensi e alla deontologia dei commercialisti, Giorgio Luchetta, a margine di un convegno svoltosi oggi presso la sede dell’Ordine romano della categoria. Secondo Luchetta l’introduzione dell’equo compenso “sarebbe quanto mai opportuna, una scelta dettata da una valutazione oramai compiuta su quello che l’abolizione delle tariffe minime di qualche anno fa ha comportato: non, come sperato, un’apertura del mercato professionale, ma una sottrazione di tutele per i professionisti, specie i più giovani”.

Nel corso dell’iniziativa, Luchetta ha anche annunciato che il Consiglio nazionale dei commercialisti sta valutando con gli ordini territoriali il loro intervento in giudizio ad adiuvandum nelle eventuali cause promosse dagli iscritti all’albo vittime di abuso di dipendenza economica. “La norma del jobs act degli autonomi che introduce il divieto di abuso di dipendenza economica - ha detto Luchetta - è ancora sostanzialmente sconosciuta presso i professionisti italiani, nonostante si tratti di una misura che rappresenta un importante passo in avanti per la difesa della dignità dei lavoratori autonomi. Per questo il nostro Consiglio nazionale è fortemente impegnato affinché la norma sia sempre più conosciuta e utilizzata. L’intervento in giudizio degli Ordini territoriali a fianco dei nostri colleghi rappresenta il modo forse più efficace per creare giurisprudenza in materia e per far uscire questa norma dal cono d’ombra nella quale si trova”. Il convegno di oggi, ha ricordato Luchetta, “è il primo di tre dedicati al tema dell’abuso di dipendenza economica. I prossimi due si terranno a Napoli e Milano, il 20 e il 22 novembre. Partiamo dagli Ordini più grandi per avviare la nostra campagna di informazione su questo tema cruciale, sul quale a breve metteremo a disposizione di tutti i nostri iscritti un corso e-learning”.

Tutte le norme sull’equo compenso – ha aggiunto il segretario del Consiglio nazionale dei commercialisti, Achille Coppola – sono ovviamente le benvenute, la conditio sine qua non per ogni discorso relativo alle garanzie minime per i professionisti. Però esse da sole potrebbero non bastare a garantire una immediata e reale tutela per i nostri colleghi che non hanno la forza contrattuale per farle rispettare. E’ matura una riflessione sull’estensione delle sanzioni penali già previste dall’ordinamento per altre fattispecie anche a fenomeni inerenti lo sfruttamento di lavoratori autonomi e professionisti. La norma sul divieto di abuso di dipendenza economica presente del Jobs act degli autonomi è, da questo punto di vista, un buon punto di partenza”.

(Consiglio nazionale dei commercialisti, nota del 13 novembre 2017)

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6) Rimborso TARI versata in eccesso

Si continua a discutere sulla questione della quota variabile che diversi Comuni hanno applicato illegittimamente anche alle pertinenze delle utenze domestiche, sollevata dalla risposta all'interrogazione parlamentare del 18 ottobre 2017. Il problema è sorto nel 2014 con il passaggio alla Tari, che prevede l'applicazione del metodo normalizzato (Dpr 158/99) distinguendo la quota fissa dalla quota variabile. Dopo la breve parentesi del 2013 con la Tares (per i Comuni che l'hanno istituita), si è passati da una tariffa “monomia” della Tarsu a una tariffa “binomia” della Tari, composta da una quota fissa correlata alla superficie e al numero dei componenti del nucleo familiare, e da una quota variabile collegata solo al numero degli occupanti. Quindi se una famiglia di 4 persone occupa 100 o 200 mq, la quota variabile è sempre la stessa, cambia invece la quota fissa.

La Tari «gonfiata»

La determinazione delle quote, fissa e variabile, dipende dai costi complessivi del servizio rifiuti, previsti dal piano finanziario Tari approvato dal Comune in base ai criteri del Dpr 158/99, distinguendo peraltro le tipologie di utenze (domestiche e non domestiche) e rispettando la copertura integrale dei costi. Si arriva così a quantificare delle tariffe: in particolare quelle relative alle utenze domestiche sono contenute in una tabella di sei righe distinte per numero di componenti del nucleo familiare (da uno a sei o più componenti). Le tariffe Tari sono però riferite all'”utenza”, comprensiva delle pertinenze (garage, cantina, eccetera), diversamente dalle aliquote Imu che invece considerano l'unità immobiliare intesa in senso catastale. Ed è qui che può sorgere l'errore di calcolo della Tari, perché diversi Comuni applicano a ogni unità immobiliare sia la quota fissa sia quella variabile, mentre quest'ultima, essendo correlata solo al numero degli occupanti, andrebbe associata all'intera utenza. Risulterebbe così gonfiata la Tari da corrispondere in caso di abitazioni con pertinenze. Lo stesso dicasi in caso di abitazioni di vecchia costruzione composte da più subalterni catastali ma che di fatto costituiscono un'unica utenza domestica. È evidente che l'applicazione della parte variabile a ogni pertinenza o unità immobiliare comporta un notevole aumento della Tari da pagare, aumento che il Mef ritiene illegittimo.

Che cosa deve fare il contribuente

Il contribuente, dopo aver attentamente verificato la propria posizione già nell'avviso di pagamento, dovrebbe quindi chiedere al Comune il rimborso di quanto indebitamente pagato o la compensazione sulla bolletta dell'anno prossimo. L'operazione dovrebbe comunque passare attraverso una rideterminazione complessiva delle tariffe, riguardante l'intera platea delle utenze domestiche: quelle con pertinenze, che sono state penalizzate e quelle senza pertinenze. Ci sono comunque cinque anni di tempo dal versamento per chiedere il rimborso, che il Comune dovrebbe effettuare entro 180 giorni dalla presentazione dell'istanza. Ovviamente l'eventuale riscontro negativo ovvero il silenzio-rifiuto espone l'ente ad un contenzioso che potrebbe rivelarsi controproducente, alla luce della recente interpretazione ministeriale.

Come si fa, dunque, a capire di aver versato la Tari “gonfiata”?

Sono pochi i Comuni che hanno espressamente previsto nei loro regolamenti Tari la non applicabilità della quota variabile alle pertinenze dell'utenza domestica. Si dovrebbero quindi leggere attentamente gli avvisi di pagamento che l'ente ha inviato a tutti i contribuenti (la Tari è riscossa normalmente su liquidazione d'ufficio) e verificare, in caso di pertinenze, che la quota variabile applicata risulti pari a zero euro.

In quale parte dell'avviso di pagamento è indicata la quota variabile? In genere l'avviso di pagamento della Tari contiene il riepilogo dell'importo da pagare, le istruzioni per il versamento (scadenza rate e codice tributo) nonché il dettaglio delle somme. È in questa parte che l'ente indica le unità immobiliari (con i dati catastali: foglio, particella, sub), la superficie tassata, il numero degli occupanti e la quota fissa e variabile distinta per ogni unità immobiliare. La quota variabile deve essere presente solo per l'abitazione, non anche per le eventuali pertinenze.

Entro quale termine il contribuente può chiedere il rimborso al Comune? È obbligatorio per il Comune rispondere all'istanza?

L'articolo 1 comma 164 della legge 296/2006 (finanziaria 2007) stabilisce che il rimborso delle somme versate e non dovute deve essere richiesto dal contribuente entro il termine di cinque anni dal giorno del versamento, ovvero da quello in cui è stato accertato il diritto alla restituzione. La stessa norma impone inoltre all'ente di effettuare il rimborso entro centottanta giorni dalla data di presentazione dell'istanza, ma non è da escludere un eventuale silenzio-rifiuto da parte dell'ente.

Qual è il termine per proporre ricorso?

Il contribuente, in caso di diniego espresso al rimborso, ha 60 giorni di tempo per proporre ricorso alla commissione tributaria provinciale territorialmente competente. Nel caso di silenzio-rifiuto - che si forma dopo 90 giorni dalla presentazione dell'istanza (articolo 21 Dlgs 546/92), ma è consigliabile attendere 180 giorni previsti dalla norma sui tributi locali (comma 164 legge 296/06) - il contribuente deve proporre ricorso entro cinque anni (termine di prescrizione del diritto secondo la giurisprudenza più recente).

È possibile sollevare la questione in caso di contenzioso pendente?

La disciplina sul processo tributario impone al contribuente di inserire nel ricorso tutti i motivi che costituiscono la materia del contendere, non essendo possibile, in seguito, integrare il ricorso con altri motivi. Pertanto se il soggetto passivo non ha sollevato subito, in sede di motivi di ricorso, la questione dell'illegittimità della duplicazione della quota variabile Tari, non potrà più farlo successivamente.

Come regolarsi se la Tari è gestita da un soggetto diverso dal Comune (ad esempio da una società in house)?

In caso di gestione esternalizzata del tributo, ad esempio da parte della società che gestisce il servizio rifiuti (che potrebbe essere una società in house), il contribuente deve presentare a questa e non al Comune l'istanza di rimborso della quota Tari indebitamente pagata. Allo stesso modo, in caso di diniego o silenzio-rifiuto, il ricorso dovrà essere proposto contro la società.

(Da Il Sole 24 Ore del 10 novembre 2017)

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7) L’equo compenso è un diritto per tutti

Il diritto all’equo compenso va riconosciuto a tutti i due milioni e trecentomila professionisti ordinistici e non solo ad una categoria professionale.” Gli Organismi di rappresentanza che raggruppano gli Ordini Professionali italiani, il Comitato Unitario delle Professioni e la Rete delle Professioni Tecniche, commentano così lo stallo esistente in Commissione Bilancio del Senato alle prese con l’analisi di emendamenti e subemendamenti al decreto fiscale.

Marina Calderone, Presidente del CUP, e Armando Zambrano, Coordinatore RPT, invitano il Legislatore a ben ponderare le scelte delle prossime ore. “Non si possono creare livelli diversi di tutele tra lavoratori autonomi che hanno le medesime esigenze e gli stessi diritti. Anzi, l’equo compenso andrebbe esteso anche alle professioni non ordinistiche. In ballo c’è il destino di centinaia di migliaia di giovani professionisti che non possono accettare di vedere assegnate tutele a pochi privilegiati. I professionisti devono essere tutti tutelati soprattutto da una Pubblica Amministrazione che addirittura, in qualche caso, ritiene possibile pretendere prestazioni professionali ad un euro, istituendo l’economia dell’immaginario. E più il soggetto è debole e più va tutelato. Per questo poniamo grande attenzione sulle prossime scelte della Commissione Bilancio del Senato, che determineranno lo spartiacque tra chi ha a cuore la sorte di oltre due milioni di lavoratori autonomi e chi invece no”.

Sul tema, peraltro, è in fase di avanzata organizzazione una grande Manifestazione, che vedrà il prossimo 30 novembre raggiungere Roma i gruppi dirigenti territoriali di tutti gli Ordini Professionali italiani che assieme ai Consigli Nazionali e alle altre componenti del sistema ordinistico, ma anche di molte organizzazioni ed associazioni non ordinistiche -, chiederanno rispetto per il ruolo sociale delle professioni, fondamentale per garantire prestazioni di qualità a tutela principalmente dei loro committenti, pubblici e privati.

(Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro, nota del 13 novembre 2017)

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8) L’appalto gratuito viola tutti i princìpi del nostro ordinamento

Appalto gratuito: La Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro spiega perché il Consiglio di Stato sbaglia.

Ammettere che la Pubblica Amministrazione possa pretendere dai professionisti una prestazione lavorativa gratuita, viola diffusi princìpi, generali e speciali, del nostro ordinamento. Si pone in contrasto con il carattere necessariamente patrimoniale della prestazione, non assolto da una vaga e presunta gratificazione che discenderebbe dall’aver lavorato per la P.A.A dire che il Consiglio di Stato sbaglia ammettendo l’appalto gratuito è Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro che si è espressa con un approfondimento diffuso nei giorni scorsi.

La possibilità, per un professionista, di offrire gratuitamente la propria attività lavorativa di per sé è ammessa dal nostro ordinamento, ma solo quale eccezione esplicita, alternativa unica alla presunzione della onerosità della prestazione, e solo se frutto della libera determinazione del prestatore d’opera, senza possibilità di imposizioni. Ai sensi dell'art. 3, c. 1, del Codice dei contratti pubblici (DLgs n.50/16) gli appalti pubblici sono, infatti, dei contratti a titolo oneroso, stipulati per iscritto, aventi per oggetto l'esecuzione di lavori, la fornitura di prodotti, la prestazione di servizi. Alla luce di alcune direttive comunitarie l'onerosità del corrispettivo rappresenta un elemento strumentale indefettibile dei contratti stipulati nell’ambito di un appalto pubblico.

Fondazione Studi esamina le contraddizioni di fondo contenute nella sentenza n. 4614/17 del Consiglio di Stato che ha ritenuto legittima la prestazione gratuita sulla considerazione che l'onerosità, obbligatoriamente prevista dal Codice dei contratti pubblici, può assumere per il contratto pubblico un significato attenuato o in parte diverso rispetto all' accezione tradizionale e propria del mondo interprivato.

È vero, infatti, che il nostro ordinamento riconosce la natura patrimoniale a prestazioni che nell’ambito dell’obbligazione contrattuale non prevedono il pagamento di un importo in denaro, purché economicamente ed oggettivamente apprezzabili, ma in tali ipotesi la prestazione, ed il negozio giuridico sotteso, non può dirsi gratuito, recando un interesse patrimoniale economicamente rilevante. Pertanto, la questione non è la possibilità di considerare onerosa una prestazione gratuita, bensì verificare se una prestazione professionale dichiaratamente gratuita sia ammissibile nel quadro delineato dalle direttive europee ed attuato dal Codice dei contratti pubblici, che ne impone l’onerosità. Ed in questo senso la risposta non può che essere negativa.

(Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro, nota del 13 novembre 2017)

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9) Cig: calcolo del “quinquennio mobile” e “biennio mobile”

Il Ministero del Lavoro, con la circolare n. 17 dell'8 novembre 2017, esamina l'articolato concetto di quinquennio mobile e di biennio mobile, quali durate massime dei trattamenti di integrazione salariale di cui al decreto legislativo n. 148 del 14 settembre 2015, nell'applicazione della normativa in materia di Cigo/Cigs e Fondi di solidarietà. Definendone il concetto si chiariscono le relative modalità di calcolo grazie anche ad alcuni esempi pratici forniti a riguardo nel testo stesso della circolare.

Per quinquennio mobile viene inteso un lasso temporale pari a cinque anni, che viene calcolato a ritroso a decorrere dall’ultimo giorno di trattamento richiesto da ogni azienda per ogni singola unità produttiva, e che costituisce un periodo di osservazione nel quale verificare il numero di mesi di trattamento di integrazione salariale già concesso che, cumulato al periodo di tempo oggetto di richiesta, non deve andare a superare il limite massimo di 24 mesi. Trattandosi di un parametro mobile e non fisso, l’inizio del periodo di osservazione si sposta con lo scorrere del tempo – anche in costanza di utilizzo del trattamento – ed è diverso per ogni singola azienda in ragione dell’ultimo giorno di trattamento richiesto. Nel caso in cui il trattamento richiesto è un trattamento Cigs, si considera l’ultimo giorno del mese oggetto di richiesta di prestazione Cigs e , a ritroso, si valutano i cinque anni precedenti (quinquennio mobile). Se in tale arco temporale, cumulando anche il trattamento oggetto di istanza, risultano autorizzati più di 24 mesi, non può essere riconosciuto il trattamento richiesto. Si conferma che periodi antecedenti al 24 settembre 2015 non devono esser conteggiati ai fini del computo della durata complessiva Cigo, Cigs.

Il legislatore – evidenzia poi la circolare ministeriale – utilizza anche il concetto di biennio mobile quale base di computo per la definizione della durata massima dei trattamenti e, pertanto, gli stessi criteri utilizzati per il conteggio del quinquennio mobile saranno applicati per il conteggio del biennio mobile in materia di Cigo e fondi di solidarietà.

(Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro, nota del 13 novembre 2017)

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10) Definizione agevolata: apertura straordinaria sportelli per la scadenza del 30 novembre

Agenzia delle entrate-Riscossione informa che, al fine di dare massima assistenza ai contribuenti e diminuire i tempi di attesa in vista del termine ultimo fissato dalla legge per il pagamento della rata di novembre del proprio piano di Definizione agevolata, ma anche delle eventuali rate scadute (luglio e settembre 2017), sono previste le aperture straordinarie dei seguenti sportelli:

Chiusi (SI), sito in Via Mameli 12, abitualmente aperto lunedì e venerdì, sarà aperto anche mercoledì 29 e giovedì 30 novembre, dalle 8.15 alle 13.15;

Este (PD), sito presso l'Agenzia delle entrate, in Via G.B. Brunelli, 12, abitualmente aperto lunedì e martedì, sarà aperto anche giovedì 30 novembre, dalle 8.30 alle 13;

Montebelluna (TV), sito presso i locali dell’Agenzia delle entrate, in via Dino Buzzati n. 18, abitualmente aperto mercoledì e venerdì, sarà aperto anche giovedì 30 novembre, dalle 8.30 alle 13;

Tolmezzo (UD), sito presso la Comunità montana, in via Carnia Libera 1944, n. 15, abitualmente aperto lunedì, sarà aperto anche giovedì 30 novembre, dalle 8.30 alle 12.30.

(Agenzia delle entrate-Riscossione, nota del 13 novembre 2017)

Vincenzo D’Andò