Diario quotidiano del 25 ottobre 2017: novità IVA in tema di importazioni, trasporti e estrazioni da depositi

Pubblicato il 25 ottobre 2017



1) Le discordanze contabili non rendono legittimo l’atto impositivo
2) Importazioni di merci: niente IVA sulle spese di trasporto
3) Regime del margine sull’importazione di auto usate: onere della prova
4) Criteri di classamento a fini ICI
5) E’ giusto licenziare per il furto di caramelle: ecco le motivazioni dei giudici
6) Ammortamento ridotto per le autovetture destinate all’autonoleggio
7) Sanzione sull’infedele dichiarazione: l’Ufficio decide se applicare la circostanza attenuante o meno
8) Super e iper ammortamento in caso di beni acquisiti in leasing: nuovi chiarimenti ministeriali
9) Estrazione di beni da depositi Iva: istituiti due nuovi codici tributo
10) Consulenti del lavoro: il Consiglio nazionale perché il Consiglio di Stato sbaglia sull’appalto gratuito
Commercialista Telematico | Software fiscali, ebook di approfondimento, formulari e videoconferenze accreditate1) Le discordanze contabili non rendono legittimo l’atto impositivo 2) Importazioni di merci: niente IVA sulle spese di trasporto 3) Regime del margine sull’importazione di auto usate: onere della prova 4) Criteri di classamento a fini ICI 5) E’ giusto licenziare per il furto di caramelle: ecco le motivazioni dei giudici 6) Ammortamento ridotto per le autovetture destinate all’autonoleggio 7) Sanzione sull’infedele dichiarazione: l’Ufficio decide se applicare la circostanza attenuante o meno 8) Super e iper ammortamento in caso di beni acquisiti in leasing: nuovi chiarimenti ministeriali 9) Estrazione di beni da depositi Iva: istituiti due nuovi codici tributo 10) Consulenti del lavoro: il Consiglio nazionale perché il Consiglio di Stato sbaglia sull’appalto gratuito ****

1) Le discordanze contabili non rendono legittimo l’atto impositivo

Illegittimità dell’atto impositivo scarsamente motivato: è illegittimo l’atto impositivo motivato dall’Amministrazione unicamente sulla base di rilevate discordanze tra i dati desunti dalla documentazione contabile e fiscale, acquisita in sede di verifica, e quelli esposti nella comunicazione IVA annuale. Sulla base di tale assunto la CTR calabrese ha ritenuto meritevole di accoglimento l’appello proposto dal contribuente contro la sentenza, favorevole all’Ufficio, della CTP di Cosenza. Nel caso di specie i giudici calabresi hanno rilevato come l’Ufficio non abbia svolto i necessari approfondimenti, ma si sia limitato a richiamare generiche e stereotipate irregolarità semplicemente trasferendo i dati della comunicazione IVA nell’atto impositivo.

(Comm. Trib. Reg. per la Calabria, sentenza n. 2543/2 del 19/08/2017)

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2) Importazioni di merci: niente IVA sulle spese di trasporto

Non si applica l’IVA alle spese di trasporto relative ad importazioni di merci di valore trascurabile, nei limiti in cui tali spese siano comprese nella base imponibile dell’operazione esente dall’IVA all’importazione (artt. 143 e 144 della direttiva IVA). Nell’enunciare tale principio la Corte di Giustizia europea aggiunge, altresì, che tale esenzione opera anche nel caso in cui le operazioni contestate non abbiano scontato l’IVA in dogana all’atto dell’importazione. In definitiva, secondo i giudici, l’obiettivo dell’esenzione controversa non è quello di evitare situazioni di doppia imposizione, bensì quello, strettamente tecnico, di semplificare l’applicazione dell’imposta.

(Corte di Giustizia dell'Unione Europea, sentenza n. 273/1 del 04/10/2017)

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3) Regime del margine sull’importazione di auto usate: onere della prova

Le sezioni unite della Corte di Cassazione, alla luce della recente pronuncia della Corte di giustizia europea (causa C-624/15, del 18 maggio 2017), si sono espresse sul tema dell'onere della prova con riferimento al regime del margine relativo alla compravendita di autoveicoli usati. Nel caso in esame gli ermellini si sono soffermati sulla posizione del cessionario, il quale deve sempre provare la propria buona fede dimostrando di aver agito in assenza di consapevolezza di partecipare ad un’evasione fiscale. In particolare quest’ultimo deve eventualmente procedere altresì all’individuazione dei precedenti intestatari del veicolo, ai fini di accertare, anche solo in via presuntiva, l’assolvimento dell’IVA a monte. Il principio enunciato è il seguente: "In tema di IVA, il c.d. regime del margine, previsto dall'art. 36 del d.l. 23 febbraio 1995, n. 41 e dagli articoli da 311 a 325 della direttiva 2006/112/CE del Consiglio del 28 novembre 2006 per le cessioni, da parte di rivenditori, di beni d'occasione, di oggetti d'arte, da collezione o di antiquariato, costituisce un regime d'imposizione speciale, facoltativo e derogatorio, in favore del contribuente, del sistema normale dell'IVA: ne consegue che la sua disciplina va interpretata restrittivamente e applicata in termini rigorosi, nei limiti di quanto necessario al raggiungimento dello scopo dell'istituto".

(Corte di cassazione, sentenza n. 21105/SU del 12/09/2017)

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4) Criteri di classamento a fini ICI

Ai fini del classamento di un immobile è sempre necessario che lo stesso venga effettivamente comparato ad altri aventi le medesime caratteristiche tenendo conto anche delle peculiarità costruttive, tipologiche e posizionali degli immobili circostanti al fabbricato oggetto di classamento. La CTR di Aosta ha così respinto l’appello dell’Ufficio ritenendo condivisibile l’assunto del contribuente peraltro basato su una perizia di un tecnico. In particolare quest’ultimo ha, secondo i giudici, ben descritto la stato dell’immobile, caratterizzato da finiture modeste e riconducibile ad un alloggio di tipo popolare, giustificando il classamento dello stesso in categoria inferiore, come richiesto dalla contribuente.

(Commissione Tributaria Regionale di Aosta, sentenza n. 18/2 del 28/7/2017)

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5) E’ giusto licenziare per il furto di caramelle: ecco le motivazioni dei giudici

Furto di caramelle e licenziamento. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 24014 del 12 ottobre 2017, si è soffermata sulla tematica del furto di scarsa entità, che, in passato, non era stato ritenuto, dallo stesso organo, come sufficiente per giustificare un licenziamento come legittimo.

Ora, la Suprema Corte, valutando la ricostruzione giuridica del datore di lavoro, pone l’accento sul comportamento intenzionale del lavoratore che, operando in un supermercato, aveva sottratto dallo scaffale confezioni di caramelle e di gomme da masticare, di modico valore complessivo (9,80 euro), nella convinzione, derivante dalle mansioni di addetto alla sicurezza precedentemente svolte, che non fossero dotate di dispositivi anti taccheggio.

Dal canto suo, la Corte di Appello di Napoli, confermando il giudizio del Tribunale, aveva sancito la legittimità del licenziamento irrogato sulla base dei seguenti fatti:

- il servizio anti taccheggio aveva rilevato la presenza di beni non pagati all’interno della giacca e dei pantaloni del lavoratore;

- sia in sede di procedura di contestazione disciplinare che in giudizio il lavoratore non aveva dato alcuna esauriente spiegazione circa la presenza di tali beni, peraltro di modico valore, nella propria giacca e nei pantaloni, pur avendo dichiarato di aver appoggiato “il giacchetto” su una sedia durante la propria prestazione lavorativa;

- la deduzione del lavoratore circa presunti dissapori con l’addetto alla sicurezza, che avrebbe fatto scattare una sorta di “trappola” non era stata assolutamente provata nel giudizio;

- il lavoratore, al pari di altri dipendenti non era a conoscenza che sui beni fossero stati inseriti dispositivi anti taccheggio non visibili;

- la gravità della mancanza disciplinare non era assolutamente da considerare come “minore” in relazione al valore modico in considerazione del fatto che i beni erano esposti al pubblico e che, in passato, il dipendente era stato il responsabile di addetto alla sicurezza;

- l’inesistenza di precedenti disciplinari a carico del lavoratore non costituiva elemento sufficiente per escludere la violazione del vincolo fiduciario in ragione della oggettiva gravità del comportamento e dell’elemento soggettivo.

La Cassazione ha ricordato che le valutazioni della giusta causa e della proporzionalità della sanzione disciplinare, secondo un indirizzo giurisprudenziale consolidato, debbono essere effettuate con riferimento agli aspetti concreti riguardanti, la natura e l’utilità del singolo rapporto, le posizioni delle parti, il grado di affidamento delle mansioni affidate al lavoratore, le circostanze e l’intensità dell’elemento intenzionale e di quello colposo (Cass., n. 1977/2016, Cass., 1351/2016). Secondo la Suprema Corte la giusta causa di licenziamento trova la propria giustificazione non necessariamente in un comportamento intenzionale o doloso ma anche in uno colposo, per caratteristiche sue proprie e per il convergere di altre fattispecie, in maniera tale da troncare il vincolo fiduciario in modo così grave da non consentire la prosecuzione neanche provvisoria del rapporto.

Per quel che riguarda la c.d. “asportazione di beni”, pur se di modico valore, la Cassazione ha affermato che la modesta entità va messa in relazione al fatto oggettivo, sotto il profilo di “sintomo” possibile correlato a futuri comportamenti del lavoratore e, quindi, alla fiducia che il datore di lavoro può riporre nello stesso, essendo necessario che i fatti addebitati costituiscano carattere di grave negazione degli elementi che costituiscono il rapporto di lavoro e, specialmente, dell’elemento essenziale della fiducia, cosicché la condotta del dipendente sia idonea a porre in dubbio la propria futura correttezza.

Il carattere fraudolento e premeditato del dipendente è stato valutato correttamente dai giudici di merito in quanto su tale dimostrata inaffidabilità non può incidere, in alcun modo il valore modico dell’asportazione, ne’ sulla legittimità del provvedimento può incidere la circostanza che il procedimento penale correlato non sia ancora arrivato allo “stato di giudicato”, in quanto, le Sezioni Unite della Cassazione con la decisione n. 7375/2004, seguita da una serie di altre sentenze conformi da parte dello stesso organo, hanno ritenuto che, ai sensi dell’art. 372 cpc, è ammissibile la produzione di nuovi documenti in sede di memoria ex art. 378 cpc, non prodotti nei precedenti gradi soltanto se ”idonei a dimostrare la nullità della sentenza impugnata o l’ammissibilità del ricorso o del contro ricorso”.

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6) Ammortamento ridotto per le autovetture destinate all’autonoleggio

La Corte Suprema ha fornito una corretta interpretazione della norma, qualificando l’attività del contribuente come una mera attività di noleggio senza conducente, riconducibile al contratto di locazione e non a quello di trasporto.

L’attività di noleggio di autovetture senza conducente non è una attività di prestazione di servizi e non integra un contratto di trasporto, ma si sostanzia nella stipulazione di contratti di locazione, con il quale il noleggiatore concede l’utilizzo di una cosa mobile (autovettura) all’altra parte, per un determinato periodo e verso un determinato corrispettivo.

Per conseguenza, l’ufficio ha applicato correttamente il coefficiente di ammortamento del 25%, essendo in presenza di beni materiali strumentali, impiegati nell’esercizio di un’attività commerciale, e non di autovetture impiegate per la prestazione di un servizio (pubblico) di trasporto persone da piazza e da rimessa, rientranti, invece, nell’ambito di applicazione il coefficiente del 30 per cento.

(Corte di cassazione, ordinanza n. 23145 del 4 ottobre 2017)

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7) Sanzione sull’infedele dichiarazione: l’Ufficio decide se applicare la circostanza attenuante o meno

Sanzione sull’infedele dichiarazione: l’Ufficio decide se applicare la circostanza attenuante o meno. Tutto è legato alla mancanza di una condotta fraudolenta da parte del contribuente.

L’Agenzia delle entrate, con la risoluzione n. 131/E del 23 ottobre 2017, ha risposto ad una istanza di interpello posta in materia di “Infedele dichiarazione – Errori sull’imputazione temporale di elementi positivi o negativi di reddito – Sanzione – Circostanza attenuante – Applicabilità del ravvedimento operoso – Articolo 1, comma 4, del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 471”.

Nel caso di specie, una SpA ha ricevuto un avviso di accertamento cui è seguita la presentazione dell’istanza di definizione con adesione.

Poiché il medesimo errore è stato commesso anche nei periodi d’imposta successivi al 2012 (ovvero dal 2013 al 2015), la società ha proposto di regolarizzare la violazione, ravvedendo la sanzione (di cui al citato articolo 1, comma 4, del decreto legislativo n. 471 del 1997).

Dal canto suo, l’Ufficio Controlli fiscali ha chiesto all’Ufficio Consulenza della Direzione Regionale delle Entrate di chiarire se il contribuente possa autonomamente applicare, nell’ambito del ravvedimento, la suddetta circostanza attenuante.

Al riguardo, l’Agenzia ha chiarito che, in linea generale, le riduzioni possono essere applicate solo in sede di accertamento, con la conseguenza che il contribuente non può tenerne autonomamente conto per determinare la sanzione in caso di ravvedimento operoso. Detta soluzione, avvalorata della relazione illustrativa al Decreto legislativo 158/2015, prosegue il parere delle Entrate, trova conforto nel fatto che solo gli organi accertatori possono effettuare un’analisi ponderata di tutte le irregolarità riscontrate, al fine di verificare l’esiguità dell’evasione e/o la scarsa insidiosità della condotta posta in essere.

Delineato il principio di carattere generale, la risoluzione mette poi in evidenza che nel caso di specie, la prevista cautela sopra non sussiste qualora si sia in presenza di un errore sull’imputazione temporale di elementi positivi o negativi di reddito rilevato, in un’annualità, dall’amministrazione finanziaria e reiterato, dal contribuente, in più periodi d’imposta. E ciò perché, in tal caso, il contribuente non è chiamato a inquadrare la violazione commessa (e reiterata) nella tipologia “errata imputazione temporale” giacché la stessa è stata già così qualificata dall’organo accertatore. Ne consegue, che solo in detta ipotesi il contribuente può autonomamente regolarizzare la violazione già contestata dall’amministrazione, ravvedendo, per le annualità successive a quella accertata, la sanzione nella misura ridotta.

Circostanze attenuanti

La risoluzione poi passa ad illustrare quanto disposto dal legislatore:

L’articolo 1, comma 4, del Decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 471, introduce, nell’ambito della disciplina dell’infedele dichiarazione ai fini delle imposte sui redditi, due “circostanze attenuanti” che si applicano solo qualora il contribuente non abbia posto in essere condotte fraudolente.

In particolare, è disposta la riduzione di un terzo della sanzione base (dal 90 al 180%) se, alternativamente:

- la maggiore imposta o il minore credito accertati siano complessivamente inferiori al 3% dell’imposta e del credito dichiarati e comunque complessivamente inferiori a euro 30.000;

- l’infedeltà sia conseguenza di un errore sull’imputazione temporale di elementi positivi o negativi di reddito, purché il componente positivo abbia già concorso alla determinazione del reddito nell’annualità in cui interviene l’attività di accertamento o in una precedente. Per beneficiare di tale riduzione - specifica ai fini delle imposte sui redditi - è necessario che il componente positivo sia stato già erroneamente imputato e, quindi, abbia concorso alla determinazione del reddito, nell’annualità in cui interviene l’attività di accertamento o in una precedente. Con riferimento al componente negativo, invece, è necessario che lo stesso non sia stato dedotto più volte.

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8) Super e iper ammortamento in caso di beni acquisiti in leasing: nuovi chiarimenti ministeriali

Sugli investimenti cui si possono applicare le maggiorazioni per Super e Iper ammortamento, il beneficio spetta anche nel caso in cui, dopo aver effettuato l’ordine e avere pagato al fornitore un acconto almeno pari al 20% del costo di acquisizione del bene entro il 31 dicembre 2017, l’investitore decida, dopo tale data, di acquisire il bene tramite contratto di leasing. A tal fine, il contratto di leasing deve risultare in continuità con l’ordine iniziale, o mediante subentro “diretto” della società di leasing nell’acquisizione, ovvero richiamando espressamente nel contratto di leasing l’ordine iniziale.

Super e iper ammortamento in caso di beni acquisiti in leasing: Arrivati gli ulteriori chiarimenti sull’effettuazione degli investimenti entro il 30 giugno e il 30 settembre 2018.

L’Agenzia delle entrate, con la risoluzione n. 132/E del 24 ottobre 2017, è, dunque, tornata a soffermarsi sull’applicazione delle disposizioni contenute nell’articolo 1, commi 8 e 9, della legge 11 dicembre 2016, n. 232 (legge di bilancio 2017), in tema di super e iper ammortamento.

In particolare, è stato chiesto se rientrano nella proroga al 30 giugno 2018 (30 settembre 2018 per l’iper ammortamento) e, quindi, se possono fruire della maggiorazione, gli investimenti in leasing effettuati secondo particolari modalità.

Secondo l’Agenzia delle entrate la proroga riguarda gli investimenti effettuati entro il 31 dicembre 2017, ovvero entro il 30 giugno 2018 a condizione che entro la data del 31 dicembre 2017:

- il relativo ordine risulti accettato dal venditore e

- sia avvenuto il pagamento di acconti in misura almeno pari al 20 per cento del costo di acquisizione.

Solo al verificarsi di entrambe le condizioni sopra riportate risultano ammissibili al super ammortamento anche gli investimenti effettuati nel periodo 1° gennaio 2018 – 30 giugno 2018.

Inoltre, la norma stabilisce, per i beni di cui all’allegato A annesso alla legge di bilancio 2017, che la maggiorazione del 150% del costo di acquisizione (c.d. “iper ammortamento”) compete per gli investimenti effettuati fino al 31 dicembre 2017, ovvero fino al 30 settembre 2018 [termine così prorogato dall’articolo 14, comma 1, lettere a) e b), del decreto legge 20 giugno 2017, n. 91, convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2017, n. 123] in presenza delle condizioni appena sopra elencate (ordine e acconti del 20% entro il 31 dicembre 2017).

Quanto sopra viene sintetizzato nella seguente tabella:

Articolo 1 della legge n. 232 del 2016

Beneficio

Termine di scadenza per l'effettuazione dell'investimento

Termine di scadenza per l'effettuazione dell'investimento, prorogato in presenza, al 31 dicembre 2017, dell'ordine e degli acconti minimi (20%)

Comma 8

Super ammortamento

31/12/2017

30/06/2018

Comma 9*

Iper ammortamento

31/12/2017

30/09/2018

*Come modificato dall’articolo 14, comma 1, lettere a) e b), del decreto legge 20 giugno 2017, n. 91, convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2017, n. 123.

Precedenti chiarimenti

L’Agenzia delle entrate, già con la circolare n. 4/E del 30 marzo 2017, ha fornito, tra l’altro, precisazioni sulle ipotesi di proroga condizionata della maggiorazione per gli investimenti effettuati entro il 30 giugno 2018 (30 settembre 2018 per l’iper ammortamento).

L’amministrazione, in particolare, ha chiarito che:

- per i beni acquisiti in proprietà, la verifica della sussistenza delle previste condizioni non presenta particolari difficoltà poiché sia il momento dell’accettazione dell’ordine da parte del venditore sia quello del pagamento di acconti per almeno il 20% entro il 31 dicembre 2017 sono momenti temporali agevolmente individuabili, relativamente ai quali il contribuente è tenuto a conservare idonea documentazione giustificativa (come, ad esempio, copia dell’ordine, corrispondenza, email, bonifici)

- mentre, invece, per i beni acquisiti tramite locazione finanziaria entro il 31 dicembre 2017, deve essere sottoscritto da entrambe le parti il relativo contratto di leasing e avvenuto il pagamento di un maxicanone in misura almeno pari al 20% della quota capitale complessivamente dovuta al locatore.

In tal caso, la maggiorazione spetterà anche per i contratti di leasing per i quali il momento di effettuazione dell’investimento (consegna del bene al locatario o esito positivo del collaudo) si sia verificato oltre il 31 dicembre 2017 ed entro il 30 giugno 2018.

Nuovo problema e nuovo chiarimento

Sulla disciplina del super e iper ammortamento, è stato richiesto all’Agenzia delle entrate un ulteriore chiarimento interpretativo sull’applicazione della stessa nell’ipotesi in cui, dopo aver effettuato l’ordine e aver versato al fornitore un acconto almeno pari al 20% del costo di acquisizione del bene entro il 31 dicembre 2017, l’investitore decida, successivamente, di acquisire il bene tramite contratto di leasing.

In tal caso, peraltro, l’investitore potrebbe alternativamente:

- compensare l’acconto versato al fornitore con il maxicanone iniziale da corrispondere alla società di leasing, la quale concederà in locazione finanziaria il bene all’investitore e pagherà, per la differenza, il fornitore;

- ottenere la restituzione dell’acconto da parte del fornitore del bene; la società di leasing concederà in locazione finanziaria il bene all’investitore e pagherà, per intero, il fornitore.

Ebbene secondo l’Agenzia delle entrate, anche nel caso in questione si applica il principio generale di non discriminazione degli investimenti in base alla modalità di effettuazione (principio affermato nella circolare n. 4/2017). Per cui nella neo risoluzione viene adesso precisato che:

- in relazione all’ipotesi di compensazione dell’acconto versato al fornitore con il maxicanone iniziale da corrispondere alla società di leasing, l’investitore può fruire della maggiorazione in quanto, entro il 31 dicembre 2017, ha effettuato un ordine accettato dal fornitore e gli ha versato un acconto almeno pari al 20%. Al 31 dicembre, infatti, sussiste sia l’impegno all’acquisizione del bene sia il versamento minimo da parte dell’investitore. È irrilevante, pertanto, che l’impegno venga inizialmente assunto nei confronti del fornitore e che l’acconto, a seguito della compensazione, diventi sostanzialmente un maxicanone;

- l’investitore può fruire della maggiorazione anche nella seconda ipotesi, a condizione, però, che in sede di restituzione dell’acconto da parte del fornitore e di stipula del contratto di leasing venga corrisposto al locatore un maxicanone in misura almeno pari all’acconto e venga inserito nel contratto di leasing il riferimento all’ordine originariamente effettuato con il fornitore del bene.

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9) Estrazione di beni da depositi Iva: istituiti due nuovi codici tributo

Estrazione di beni da depositi Iva: Istituiti dall’Agenzia delle entrate, con la risoluzione 133/E del 24 ottobre 2017, due nuovi codici tributo: Vanno utilizzati per il versamento, con Modello F24, delle somme dovute a seguito dell’attività di controllo da parte dell’Agenzia delle entrate.

I depositi fiscali ai fini Iva, disciplinati dall’articolo 50-bis del Dl 331/1993 (come modificato dall’articolo 4, comma 7, Dl 193/2016), servono per la custodia di beni nazionali e comunitari che non sono destinati alla vendita al minuto nei locali dove sono conservati. Nei casi previsti dal comma 6 del citato articolo 50-bis, per l’estrazione dei beni introdotti nel deposito, l’imposta sul valore aggiunto è dovuta da chi estrae i beni ed è versata da chi li ha tenuti in consegna, cioè il gestore del deposito, perché solidalmente responsabile dell’imposta. Per il versamento spontaneo dell’Iva dovuta in tali ipotesi, sono stati istituiti dodici codici tributo con la risoluzione 45/E del 7 aprile 2017. Con la neo risoluzione 133/E del 24 ottobre 2017, invece, vengono istituiti i codici tributo per il versamento, tramite modello F24, dell’Iva dovuta, degli interessi e delle relative sanzioni, a seguito dell’attività di controllo dell’Agenzia delle entrate. In particolare si tratta dei seguenti codici tributo:

- “9974” - estrazione beni deposito Iva - Recupero dell’Iva dovuta e relativi interessi

- “9975” - estrazione beni deposito Iva - Sanzione per omesso versamento Iva.

Nel modello F24, essi trovano posto nella sezione “Erario” esclusivamente in corrispondenza delle colonna “importi a debito versati”, con l’indicazione nei campi “codice ufficio”, “codice atto” e “anno di riferimento” (dati riportati nell’atto emesso dall’ufficio).

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10) Consulenti del lavoro: il Consiglio nazionale perché il Consiglio di Stato sbaglia sull’appalto gratuito

Appalto gratuito: ecco perché il Consiglio di Stato sbaglia. La possibilità per un professionista di offrire gratuitamente la propria attività lavorativa è di per sé ammessa dal nostro ordinamento, ma solo quale eccezione esplicita e solo se frutto della libera determinazione del prestatore d’opera, senza possibilità di imposizioni. Lo afferma il Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro, in una nota del 24 ottobre 2017.

Ai sensi dell’art. 3, co. 1, lett. ii), del Codice dei contratti pubblici (d.lgs. n. 50/2016), gli appalti pubblici sono infatti dei contratti a titolo oneroso, stipulati per iscritto, aventi per oggetto l’esecuzione di lavori, la fornitura di prodotti, la prestazione di servizi. Alla luce delle direttive comunitarie (2014/23, 2014/25) l’onerosità del corrispettivo è dunque un elemento strumentale indefettibile dei contratti stipulati.

Come sottolinea la suddetta nota, la Fondazione Studi dei Consulenti del lavoro con l’approfondimento del 23 ottobre 2017 del Lavoro si sofferma sulle contraddizioni di fondo contenute nella sentenza n. 4614/2017 del Consiglio di Stato che ha ritenuto legittima la prestazione gratuita sulla considerazione che l’onerosità, obbligatoriamente prevista dal Codice dei contratti pubblici, “può assumere per il contratto pubblico un significato attenuato o in parte diverso rispetto all’accezione tradizionale e propria del mondo interprivato”.

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Mail sul lavoro, controlli del datore con regole precise

Il datore di lavoro non può accedere in maniera indiscriminata alla posta elettronica o ai dati personali contenuti negli smartphone in dotazione al personale. L'acquisizione di questi dati è lecita solo se avviene nel rispetto dei criteri generali definiti dal codice della privacy. Il Garante della privacy, con il provvedimento n.547/16, oltre a confermare gli orientamenti precedenti, ha fornito esempi concreti su come applicare tali orientamenti. Nel disporre il divieto di utilizzo di tali dati, l'Autorità ha affermato che il datore, pur avendo la facoltà di verificare l'esatto adempimento della prestazione professionale ed il corretto utilizzo degli strumenti di lavoro da parte dei dipendenti, deve in ogni caso salvaguardarne la libertà e la dignità, attenendosi ai limiti previsti dalla normativa. La disciplina in materia di controlli a distanza, inoltre, non consente di effettuare attività idonee a realizzare, anche indirettamente, il controllo massivo, prolungato e indiscriminato dell'attività del lavoratore. I lavoratori, inoltre, devono essere sempre informati in modo chiaro e dettagliato sulle modalità di utilizzo degli strumenti aziendali ed eventuali verifiche. Dai riscontri effettuati dall'Autorità, è risultato che, nel caso concreto, il datore non aveva informato i lavoratori su modalità e finalità di utilizzo degli strumenti elettronici in dotazione, né su quelle relative al trattamento dei dati. Aveva poi configurato il sistema di posta elettronica in modo da conservare copia di tutta la corrispondenza per 10 anni, un tempo non proporzionato allo scopo della raccolta. Esisteva anche una procedura che consentiva alla società di accedere anche ai messaggi con carattere privato. E' inoltre emerso che la società continuava a mantenere attive le caselle e-mail fino a 6 mesi dopo la cessazione del contratto, senza però dare agli ex dipendenti la possibilità di consultarle o, comunque, senza informare i mittenti che le lettere non sarebbero state visionate dai legittimi destinatari, ma da altri soggetti. Il datore, inoltre, poteva accedere da remoto (non solo per attività di manutenzione) alle informazioni contenute negli smartphone in dotazione ai dipendenti (anche private e non attinenti allo svolgimento dell'attività lavorativa), di copiarle o cancellarle, di comunicarle a terzi violando i principi di liceità, necessità, pertinenza e non eccedenza del trattamento.

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PEC: ecco come bloccare la posta non certificata

Sono giunte al Consiglio Nazionale dei consulenti del lavoro notizie in merito al verificarsi di casi diffusi di ricezione sulle caselle PEC istituzionali “Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo” di messaggi pubblicitari, spam ed altra posta da considerarsi comunque indesiderata proveniente da caselle di posta elettronica ordinaria. A tale proposito viene precisato che il Consiglio Nazionale non ha sottoscritto alcun accordo commerciale con soggetti terzi finalizzato all’invio di qualsiasi comunicazione ai propri iscritti.

Viene ricordato, inoltre, che tra i compiti istituzionali del Consiglio Nazionale rientra anche l’aggiornamento obbligatorio degli indirizzi PEC sia sul portale INIPEC (Ministero dello Sviluppo Economico), sia su ReGIndE (Ministero della Giustizia) e che, soprattutto il primo, è un sito “pubblico" ed accessibile a tutti. Pertanto, tenuto conto che:

a) la ricezione di email ordinarie sulle caselle PEC, non rientra nella funzione istituzionale e legale delle stesse;

b) in tali casi, il gestore segnala l'anomalia del messaggio con l’indicazione che lo stesso proviene da "utente non certificato";

c) le singole caselle PEC sono di esclusiva proprietà di ogni Consulente del Lavoro;

d) solo lo stesso Consulente può valutare, ove lo ritenga opportuno, di bloccare la ricezione di tutte le email ordinarie.

(Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro, nota del 24 ottobre 2017)

Vincenzo D’Andò