Ilcaso del socio di Srl che non si iscrive alla gestione commercianti INPS – Diario quotidiano del 05 ottobre 2017

Pubblicato il 5 ottobre 2017



) Costi black list deducibili anche se non indicati separatamente
2) Valutazione e controllo: informativa periodica FNC
3) Il socio di Srl non si iscrive alla gestione commercianti INPS
4) Con l’opzione IRI, da effettuare nella prossima dichiarazione 2018 per il 2017, INPS ridotta per i soci
5) Novità sulla fuoriuscita dal regime IRI
6) Niente rimborso Iva se il curatore non prova il debito del fisco
7) Faq antiriciclaggio anche per l’attività di compro oro
8) Ammissibilità dell’appello senza la ricevuta di spedizione postale
9) Piani di risparmio a lungo termine - Linee guida
10) Posticipato al 16 ottobre 2017 il termine per la comunicazione delle fatture, ma intanto secondo Sogei: sistema regge
Commercialista Telematico - Software,ebook,videoconferenze1) Costi black list deducibili anche se non indicati separatamente 2) Valutazione e controllo: informativa periodica FNC 3) Il socio di Srl non si iscrive alla gestione commercianti INPS 4) Con l’opzione IRI, da effettuare nella prossima dichiarazione 2018 per il 2017, INPS ridotta per i soci 5) Novità sulla fuoriuscita dal regime IRI 6) Niente rimborso Iva se il curatore non prova il debito del fisco 7) Faq antiriciclaggio anche per l’attività di compro oro 8) Ammissibilità dell’appello senza la ricevuta di spedizione postale 9) Piani di risparmio a lungo termine - Linee guida 10) Posticipato al 16 ottobre 2017 il termine per la comunicazione delle fatture, ma intanto secondo Sogei: sistema regge ****

1) Costi black list deducibili anche se non indicati separatamente

Costi black list deducibili anche in presenza dell’omessa indicazione separata dei costi. Male che vada si rischia di dovere pagare la sanzione in misura pari al 10% dei costi non segnalati, con un minimo di 500 euro e un massimo di 50.000 euro. Si tratta della sanzione prevista dall’art. 8 comma 3-bis del DLgs. 471/97.

Lo ha precisato la Corte di Cassazione con l’ordinanza 22901 del 29 settembre 2017, che ha inoltre affermato che l’avvenuto sdoganamento della merce prova l’effettività dell’operazione, mentre l’interesse economico a rivolgersi ad un operatore avente sede in un paradiso fiscale può essere compiutamente provato facendo riferimento al confronto dei ricarichi con operazioni similari anche se numericamente limitate.

La Suprema Corte, confermando l’esito di secondo grado, ha stabilito che è valida la dimostrazione dell’effettivo interesse economico in base alle percentuali di ricarico applicate in sede di rivendita del prodotto acquistato nello Stato a regime privilegiato (nella fattispecie, Hong Kong) e, più in generale, in base al fatto che i prodotti acquistati (argento e metalli preziosi lavorati) non fossero reperibili sul mercato interno; quanto alla concreta esecuzione dell’operazione, è stata ritenuta sufficiente la documentazione relativa allo sdoganamento della merce. La sentenza di secondo grado è stata così confermata nella parte in cui essa aveva respinto le eccezioni dell’Agenzia delle Entrate, fondate da una parte sul fatto che il ricarico sulle operazioni praticate era riferito ad un campione esiguo (poche operazioni all’anno), e dall’altro che non erano stati dimostrati i pagamenti effettuati alla controparte estera.

(Corte di Cassazione, ordinanza 22901 del 29 settembre 2017)

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2) Valutazione e controllo: informativa periodica FNC

Il secondo numero dell’Informativa “Valutazione e controlli”, pubblicato il 3 ottobre 2017 dalla Fondazione nazionale commercialisti, segue quello pubblicato nello scorso mese di giugno del presente anno.

Si tratta di una pubblicazione per uno strumento che aspira a fornire aggiornamenti sulle più recenti evoluzioni della normativa e della disciplina professionale connessa sia sicuramente una caratteristica indispensabile. Per tale motivo, la FNC tende a presentare periodicamente i risultati dei nostri lavori di analisi.

La Fondazione Nazionale dei Commercialisti ha pubblicato il secondo numero dell’informativa periodica “Valutazione e Controlli”. Uno strumento che presenta alcuni dei più rilevanti contributi prodotti dal Consiglio nazionale, alcune novità normative e le varie pubblicazioni degli organismi di cui il Consiglio stesso è parte attiva nell’area economico - aziendale.

Tra gli argomenti di questo numero:

l’Osservatorio sui bilanci delle SRL - Settore Commercio. Un documento pubblicato a luglio 2017 da FNC e CNDCEC che si focalizza sugli aggregati economici, patrimoniali e finanziari delle Srl del settore commercio, nonché sulla determinazione di alcuni indicatori ed indici, anch’essi di natura reddituale, finanziaria e patrimoniale. Emerge, per le società esaminate un trend positivo, risultato più evidente per quelle di più piccola dimensione.

Aspetti metodologici della valutazione delle partecipazioni (al fair value) nel bilancio separato redatto in conformità degli IAS /IFRS. Il contributo, pubblicato ad agosto 2017, esamina la contabilizzazione delle partecipazioni nell’IFRS 9 focalizzando la propria attenzione sugli aspetti di valutazione al fair value e fornendo casi operativi sull’applicazione del metodo dei multipli di mercato e del metodo dei flussi di cassa attualizzati.

La finanza e la continuità aziendale nelle aziende sottoposte al sequestro. Il CNDCEC ha tenuto nelle giornate del 22 e 23 settembre scorso un convegno nazionale “Economia Criminale, il ruolo del commercialista” dove si sono approfonditi i seguenti temi: il ruolo centrale del commercialista e la finanza e la continuità aziendale nelle imprese sottoposte a sequestro , oltre alle problematiche concernenti la gestione delle stesse.

Altri temi approfonditi nell’informativa, i Principi Internazionali di Valutazione, Formazione e aggiornamento per i revisori legali, Attività di vigilanza del collegio sindacale nelle società quotate.

L’informativa è disponibile online sul sito della Fondazione Nazionale dei Commercialisti (www.fondazionenazionalecommercialisti.it ).

(Fondazione nazionale commercialisti, informativa del 3 ottobre 2017)

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3) Il socio di Srl non si iscrive alla gestione commercianti INPS

Iscrizione alla gestione commercianti INPS per l’amministratore di Srl soltanto se lavora in via continuativa nell’azienda

La ha stabilito la Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 22990 del 2 ottobre 2017.

Secondo la Corte Suprema, l'iscrizione alla gestione commercianti da parte del socio amministratore di della Srl è dovuta solamente qualora lo stesso presti attività in via continuativa e con carattere di prevalenza, mentre non è dovuta quando l'attività è sporadica o di mera amministrazione.

Nel caso in specie, i giudici di legittimità, riformando la sentenza di secondo grado e accogliendo il ricorso dell'amministratore contro la cartella esattoriale dell'INPS, hanno precisato che l'iscrizione è dovuta quando sono riscontrati i requisiti di cui all'articolo 1 della Legge n. 1397/1960, e cioè quando il socio partecipi personalmente al lavoro aziendale con carattere di abitualità e prevalenza: dunque, un'attività saltuaria o la mera attività di amministrazione non sono di per sé sufficienti a configurare l'obbligo assicurativo, che invece si riscontra nel momento in cui il socio amministratore svolge una partecipazione rilevante, in termini di tempo e di reddito, alla stessa attività operativa aziendale, nel suo momento esecutivo.

In relazione ai presupposti richiesti dalla legge ai fini dell'iscrizione della ricorrente alla gestione commercianti, atteso che, come questa Corte ha più volte (per tutte, Sez. Unite sentenza n. 17076/2011) ammessa la possibile coesistenza e la legittimità della doppia iscrizione (alla gestione separata ed alla gestione commercianti) del socio amministratore di srl svolgente attività commerciale, anche in virtù della norma di interpretazione autentica dell'art.1 comma 208 della 1.662/1996, dettata con l'art. 12, comma 11, del decreto legge 31 maggio 2010, n. 78 convertito in legge 30 luglio 2010 n. 122 – occorre, tuttavia, che ai fini dell'iscrizione alla gestione commercianti si accerti la compiuta esistenza dei requisiti dettati dall'art.1 della legge 1397/60, come modificato dall'art.1, comma 203, 662/96, ed in particolare che il socio partecipi "personalmente al lavoro aziendale con carattere di abitualità e prevalenza" (requisito previsto alla lett. c); che allo scopo non è sufficiente l'esercizio di un'attività di amministrazione e nemmeno di una attività sporadica, essendo invece necessaria una partecipazione rilevante, in termini di tempo e di reddito, alla stessa attività operativa aziendale, nel suo momento esecutivo; sia pure intesa in senso relativo e soggettivo, ossia avuto riguardo alle attività lavorative espletate dal soggetto considerato in seno alla stessa attività aziendale costituente l'oggetto sociale della srl (al netto dell'attività esercitata in quanto amministratore); e non già in senso comparativo, con riferimento a tutti gli altri fattori produttivi (naturali, materiali e personali) dell'impresa (Cass. 5690/2017; Cass. 4440/2017);

che la sentenza impugnata ha omesso qualsiasi accertamento sul punto muovendo soltanto da presunzioni che si fondono su premesse errate e non esaustive (come la natura giuridica di srl della società o come il ruolo di raccordo svolto dalla ricorrente, che è anche amministratrice della società, con la società italiana che svolgeva l'attività di commercializzazione nel nostro Paese) ai fini dell'integrazione dei presupposti richiesti dalla norma per l'iscrizione del socio di srl alla gestione commercianti; che la sentenza non si è attenuta quindi ai principi sopra richiamati e va pertanto cassata; e non essendo necessari ulteriori accertamenti la causa deve essere decisa nel merito con l'accoglimento dell'opposizione alla cartelle esattoriale promossa dal socio.

(Corte di Cassazione, ordinanza n. 22990 del 2 ottobre 2017)

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4) Con l’opzione IRI, da effettuare nella prossima dichiarazione 2018 per il 2017, INPS ridotta per i soci

Con l’opzione IRI il socio, sugli utili prelevati, paga l’INPS gestione commercianti/artigiani con l’aliquota del 12% (anziché quella ordinaria, in atto nella misura di oltre il 23%).

Difatti, come evidenza la Fondazione nazionale commercialisti nel proprio documento di febbraio 2017, “l'articolo 1, comma 548 della Legge di bilancio 2017 ha precisato che per i soggetti che esercitano l'opzione in argomento l'ammontare del contributo annuo dovuto è determinato senza tener conto delle disposizioni di cui all'articolo 55 bis del T.U.I.R., pertanto, per gli imprenditori individuali e soci di società di persone iscritti alle gestioni dei contributi e delle prestazioni previdenziali degli artigiani e degli esercenti attività commerciali, l'ammontare del contributo annuo è pari al 12 per cento del reddito annuo derivante dalla attività di impresa che dà titolo all'iscrizione alla gestione, dichiarato ai fini Irpef, relativo all'anno precedente (i.e. 12 per cento del reddito d'impresa calcolato secondo le ordinarie regole Irpef al lordo dei prelevamenti dell'imprenditore, dei soci o dei collaboratori familiari)”.

Bisogna, comunque, attendere le prossime istruzioni e modulistica dichiarativa annuale (per il 2017, da dichiarare nel 2018, con possibilità di effetturare l’opzione postuma per il regime IRI, in base ai calcoli di convenienza a consuntivo) per comprendere meglio tale interessante interpretazione fornita dalla FNC.

Da ricordare che l’eventuale opzione esercitata vale poi circa 5 anni. E la convenienza al neo regime è legata anche al fatto che il reddito da dichiarare sia almeno superiore a 30 mila euro annui.

Infine, ricordiamo anche che il regime Iri (art. 55 bis del TUIR) è fruibile dagli imprenditori individuali e delle società in nome collettivo e in accomandita semplice in regime di contabilità ordinaria (anche per opzione) e dalle piccole Srl in trasparenza fiscale.

(Fondazione nazionale commercialisti, documento di febbraio 2017)

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5) Novità sulla fuoriuscita dal regime IRI

L’art. 58, D.L. n. 50/2017, ha integrato la disciplina sull’IRI (introdotta dalla Legge di stabilità per il 2017) che, nella disciplina originariamente introdotta, non aveva affrontato il tema del trattamento fiscale degli utili ancora non ripartiti tra i soci al momento dell’uscita dal regime Iri.

La norma interviene sulla disciplina sull’imposta sul reddito di impresa (c.d. IRI) di cui l’art. 55-bis del TUIR, al fine di evitare una doppia imposizione sulle riserve di utili formatesi nel periodo di vigenza del regime IRI, distribuite ai soci di imprese IRPEF (società di persone) dopo la fuoriuscita dal regime agevolato.

Tali somme, infatti, già assoggettate al prelievo proporzionale IRI in capo alla società, nella misura del 24%, durante la vigenza del regime agevolato, al momento della loro distribuzione ai soci sono soggette a tassazione progressiva IRPEF.

Per tali ragioni, la norma in commento riconosce ai soci, in proporzione alle quote di partecipazione, un credito di imposta corrispondente alle imposte già assolte dalla società sulle riserve di utili.

La misura appare positiva perché consente di risolvere un problema operativo che era stato sollevato dalle imprese in fase di emanazione della disciplina IRI.

Dunque, nel caso di fuoriuscita dal regime Iri di cui all’art. 55-bis, comma 6-bis, le riserve di utili formate nei periodi d’imposta di applicazione delle disposizioni sopra ricordate, prelevate nei limiti in cui le stesse sono state assoggettate a tassazione separata, concorrono a formare il reddito complessivo dell’imprenditore. Ovviamente, per salvaguardare gli interessi generali, viene riconosciuto un credito d’imposta.

La nuova disposizione introdotta dall’art. 58, D.L. n. 50/2017, integra il sistema normativo nella parte in cui non veniva affrontato il tema del trattamento fiscale degli utili ancora non ripartiti tra i soci al momento dell’uscita dal regime Iri.

Al fine di garantire la neutralità fiscale nel transito dal regime sostitutivo a quello ordinario, l’ammontare dell’Iri versata nella misura del 24% viene restituito ai soci o all’imprenditore individuale, sotto forma di un credito di imposta da scomputare dall’Irpef ordinaria dovuta dal contribuente.

Le istruzioni per l’elaborazione della prossima dichiarazione dovranno chiarire meglio tutti i dettagli.

(Art. 58, D.L. n. 50/2017)

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6) Niente rimborso Iva se il curatore non prova il debito del fisco

Non spetta il rimborso dell’Iva dell’azienda fallita se il curatore si sia limitato a indicare in dichiarazione il credito.

Occorre, invece, produrre i documenti che provano il debito dell’Amministrazione finanziaria.

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 23031 del 2 ottobre 2017, ha accolto il ricorso dell’Agenzia delle entrate.

La vicenda riguarda un’azienda che durante la procedura fallimentare aveva chiesto il rimborso dell'Iva, a mezzo del suo curatore, in relazione a operazioni precedenti la procedura stessa. Per i giudici di merito (CTR) la sola indicazione nel quadro VX4 della dichiarazione da parte del professionista era un presupposto sufficiente ai fini del rimborso.

Ma non è cosi per la Suprema Corte, che ha censurato l’operato del giudice regionale per avere fatto rovesciare l’onere della prova a carico dell’Amministrazione finanziaria. Il contribuente che vanta il diritto deve dimostrare il fondamento giuridico della sua pretesa, con dei documenti. Insomma, la Ctr avrebbe dovuto verificare in concreto e nel merito l'assolvimento dell'onere probatorio da parte della curatela fallimentare con specifico riguardo alle produzioni documentali richieste dall'art. 38-bis, dpr 633/1972, non potendosi limitare al rilievo della compilazione del rigo VX4 della dichiarazione correlativa.

La Corte di Cassazione ha ribadito che:

-«In tema di contenzioso tributario, il contribuente che impugni il rigetto dell'istanza di rimborso di un tributo riveste la qualità di attore in senso sostanziale, con la duplice conseguenza che grava su di lui l'onere di allegare e provare i fatti a cui la legge ricollega il trattamento impositivo rivendicato nella domanda e che le argomentazioni con cui l'Ufficio nega la sussistenza di detti fatti, o la qualificazione ad essi attribuita dal contribuente, costituiscono mere difese, come tali non soggette ad alcuna preclusione processuale, salva la formazione del giudicato interno» (Sez. 5, Sentenza n. 15026 del 02/07/2014, Rv. 631523 - 01);

-«In tema di contenzioso tributario, ai sensi dell'art. 57, comma 2, del d.lgs. n. 542 del 1996, sono precluse in appello esclusivamente le nuove eccezioni in senso tecnico, dalle quali deriva un mutamento degli elementi materiali del fatto costitutivo della pretesa ed il conseguente ampliamento del tema della decisione, sicché, a fronte dell'impugnazione, da parte del contribuente, del silenzio rifiuto su di un'istanza di rimborso d'imposta, l'Amministrazione finanziaria può difendersi dalla pretesa azionata eccependo, anche in appello, il

mancato versamento degli importi richiesti o la loro utilizzazione in compensazione, integrando tale attività una mera difesa o un'eccezione in senso improprio, pienamente ammissibile in quanto mera contestazione delle censure mosse con il ricorso, senza introduzione di alcun elemento nuovo d'indagine» (Sez. 6 - 5, Ordinanza n. 23587 del 21/11/2016, Rv. 641749 - 01).

L'Ente impositore aveva contestato la mancanza di prova del credito IVA de pro.

La CTR avrebbe dovuto verificare in concreto e nel merito l'assolvimento dell'onere probatorio da parte della Curatela fallimentare con specifico riguardo alle produzioni documentali richieste dall'art. 38 bis, D.P.R. 633/1972, non potendosi limitare al rilievo della compilazione del rigo TX4 della dichiarazione correlativa.

Peraltro, secondo la Cassazione, non collima con il primo principio di diritto anche l'affermazione del giudice tributario di appello che «L'Agenzia delle entrate ha omesso di esercitare i poteri di controllo sull'esistenza del credito d'imposta esposto in dichiarazione e sull'esistenza delle operazioni imponibili delle quali il predetto credito è derivato», posto appunto che ciò inverte l'onere probatorio così come determinato dalla qualità di "attore sostanziale" della Curatela fallimentare.

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7) Faq antiriciclaggio anche per l’attività di compro oro

Conto corrente esclusivo nell’attività dei compro oro. Il Dipartimento del Tesoro, con una serie di faq (si veda nel Diario quotidiano fiscale del 4 ottobre 2017), ha fornito i chiarimenti sulla interpretazione della normativa antiriciciclaggio dopo il recepimento della VI direttiva.

Possibile estensione delle modalità di individuazione del titolare effettivo nelle società di capitali alle società di persone; limiti di utilizzo del conto corrente dedicato all’attività di compro oro; modalità di superamento della soglia di 500 euro per il pagamento in contanti delle operazioni di compro oro; regime transitorio applicabile ai libretti al portatore.

Quali sono i limiti di utilizzo del conto corrente dedicato all’attività di compro oro, di cui all’articolo 5, comma 1, del decreto legislativo 25 maggio 2017, n. 92?

Al fine di assicurare la tracciabilità delle operazioni compro oro, l’articolo 5, comma 1, del decreto legislativo 25 maggio 2017, n. 92, impone l’utilizzo di un conto corrente dedicato sul quale devono transitare tutte le movimentazioni finanziarie, relative all’attività di compro oro esercitata dall’operatore. Il conto corrente, bancario o postale, garantisce, quindi, la riconducibilità immediata delle movimentazioni ivi registrate, alle operazioni compro oro effettuate dall’operatore compro oro, intestatario del conto corrente, o dal preposto, nell’esercizio dell’attività di compro oro.

Il citato comma 1 dell’articolo 5, prescrive che il conto sia “dedicato in via esclusiva alle transazioni finanziarie eseguite in occasione del compimento di operazioni di compro oro” e, pertanto, è esclusa la possibilità di utilizzo del medesimo conto per transazioni non riferibili all’attività di compro oro.

La provvista del predetto conto dedicato può essere movimentata per effettuare giroconti o bonifici a sostegno di altro conto corrente, intestato al medesimo titolare, utilizzato per la copertura dei costi di gestione dell’attività commerciale.

Nell’ipotesi in cui l’attività di compro oro venga esercitata in più sedi operative, si ritiene compatibile con la finalità di garantire la tracciabilità delle transazioni effettuate nell’esercizio dell’attività di compro oro, che ognuna delle sedi utilizzi un proprio conto corrente, purché sempre nel rispetto di quanto previsto dalla citata norma in ordine al suo esclusivo utilizzo “dedicato” alle transazioni finanziarie relative alla sede operativa assegnataria del conto medesimo.

Ai fini del superamento della soglia che, ai sensi dell’articolo 4 comma 2 del decreto legislativo 25 maggio 2017, n. 92, limita a 500 euro l’utilizzo del pagamento in contanti delle operazioni di compro oro, rileva il pagamento effettuato in diverse rate, ciascuna di importo inferiore alla soglia?

L’articolo 4, comma 2, del decreto legislativo 92/2017 dispone che le operazioni di compro oro, di importo pari o superiore a 500,00 euro siano effettuate esclusivamente attraverso l’utilizzo di mezzi di pagamento, diversi dal contante, che garantiscano la tracciabilità dell’operazione e la sua riconducibilità al disponente. Al fine dell’individuazione di un’operazione unitaria sotto il profilo del valore economico pari o superiore a 500,00 euro, non rileva la possibilità che l’importo complessivo dell’operazione sia corrisposto attraverso distinte dazioni di denaro contante d’importo inferiore alla suddetta soglia. In tale ipotesi, infatti, è ravvisabile un artificioso frazionamento di un importo complessivo superiore alla soglia di legge, al fine di eludere la disposizione di cui al 2° comma del predetto articolo 4.

Qual è il regime applicabile ai libretti al portatore nel periodo intercorrente tra la data di entrata in vigore della norma di cui all’articolo 49, comma 12 del decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231 e successive modificazioni, che ne vieta l’emissione e il termine ultimo previsto dalla stessa norma per l’estinzione dei libretti esistenti?

Il comma 12 dell’articolo 49 del d.lgs. 231/2007, novellato dal decreto legislativo 25 maggio 2017, n.90, stabilisce che, a decorrere dall’entrata in vigore del citato d.lgs. 90/2017 (4 luglio 2017), è consentita esclusivamente l’emissione di libretti di deposito, bancari o postali, nominativi. La medesima disposizione vieta il trasferimento dei libretti al portatore esistenti e stabilisce il termine ultimo di estinzione (31 dicembre 2018).

A decorrere dal 4 luglio 2017:

i libretti al portatore esistenti e in circolazione non possono essere trasferiti;

nel periodo transitorio tra l’entrata in vigore della norma e il termine ultimo per l’estinzione dei libretti di deposito al portatore (4 luglio 2017-31 dicembre 2018) la soglia massima del saldo dei libretti al portatore è allineata alla soglia prevista dal comma 1 del medesimo articolo 49;

alla prima occasione utile, quale, ad esempio, la richiesta di versamento di somme di denaro sul libretto da parte del portatore, banche e Poste italiane sono tenute a richiamare il portatore medesimo all’obbligo di estinzione del libretto.

Si rammenta inoltre che banche e Poste italiane continuano ad essere tenute, durante il periodo transitorio, a monitorare le operazioni effettuate sui libretti al portatore esistenti, anche in funzione di quanto specificato dall’articolo 35, comma 1, 3° periodo, del d.lgs. 231/2007 e successive modificazioni, laddove è precisato che “Il ricorso frequente o ingiustificato ad operazioni in contante, anche se non eccedenti la soglia di cui all’articolo 49 e, in particolare, il prelievo o il versamento in contante di importi non coerenti con il profilo di rischio del cliente, costituisce elemento di sospetto”.

Quali sono i trasferimenti vietati ai sensi dell’art. 49 del decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231 e successive modificazioni, relativo alla limitazione all’uso del contante e dei titoli al portatore?

La limitazione all’utilizzo del contante e dei titoli al portatore rappresenta uno dei pilastri del sistema di prevenzione del riciclaggio di proventi da attività illecite. Tale limitazione è finalizzata a garantire la tracciabilità delle operazioni al di sopra di una certa soglia attraverso la canalizzazione di tali flussi finanziari presso banche, Poste S.p.A., Istituti di pagamento ed Istituti di moneta elettronica. Il divieto, pertanto, sussiste indipendentemente dalla natura lecita o illecita dell’operazione alla quale il trasferimento si riferisce, trattandosi di un illecito “oggettivo”, in cui non rilevano - per la sussistenza della violazione - le ragioni che hanno determinato il trasferimento dei valori.

Il legislatore vieta i trasferimenti di denaro contante o di titoli al portatore, per un importo superiore alla soglia di legge, effettuati a qualsiasi titolo tra soggetti diversi; qual è il significato dell’espressione “tra soggetti diversi”?

Con le parole “soggetti diversi” il legislatore vuol far riferimento ad entità giuridiche distinte. Si pensi, a titolo esemplificativo, a quei trasferimenti intercorsi tra due società, o tra il socio e la società di cui questi fa parte, o tra società controllata e società controllante, o tra legale rappresentante e socio o tra due società aventi lo stesso amministratore, o ancora tra una ditta individuale ed una società, nelle quali le figure del titolare e del rappresentante legale coincidono, per acquisti o vendite, per prestazioni di servizi, per acquisti a titolo di conferimento di capitale, o di pagamento dei dividendi. Inoltre, nella violazione sono coinvolti entrambi i soggetti che hanno effettuato il trasferimento. Non solo, quindi, il soggetto che effettua la dazione di denaro ma anche quello che lo riceve, detto altrimenti anche colui che “subisce l’azione”, in quanto con il suo comportamento ha contribuito ad eludere e vanificare il fine della legge.

Quale è il significato dell’avverbio “complessivamente”, contenuto nel 1° comma dell’articolo 49 del decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231 e successive modificazioni?

L’avverbio “complessivamente”, contenuto nel 1° comma dell’articolo 49, va riferito al valore da trasferire. Pertanto, il divieto di cui al citato art. 49, comma 1, riguarda, in via generale, il trasferimento in unica soluzione di valori costituiti da denaro contante e titoli al portatore di importo pari o superiore a 3.000 euro, a prescindere dal fatto che il trasferimento sia effettuato mediante il ricorso ad uno solo di tali mezzi di pagamento, ovvero quando il suddetto limite venga superato cumulando contestualmente le diverse specie di mezzi di pagamento. Non è ravvisabile la violazione nel caso in cui il trasferimento, considerato nel suo complesso, consegua alla somma algebrica di una pluralità di imputazioni sostanzialmente autonome, tali da sostanziare operazioni distinte e differenziate (ad es. singoli pagamenti effettuati presso casse distinte di diversi settori merceologici nei magazzini “cash and carry”) ovvero nell’ipotesi in cui una pluralità di distinti pagamenti sia connaturata all’operazione stessa (ad es. contratto di somministrazione) ovvero sia la conseguenza di un preventivo accordo negoziale tra le parti (ad es. pagamento rateale). In tali ultime ipotesi rientra, comunque, nel potere dell’Amministrazione valutare, caso per caso, la sussistenza di elementi tali da configurare un frazionamento realizzato con lo specifico scopo di eludere il divieto legislativo.

E’ possibile prelevare o versare in banca denaro contante di importo pari o superiore a 3.000 euro?

Sì, perché non esiste alcun limite al prelevamento o versamento per cassa in contanti dal proprio conto corrente in quanto tale operatività non si configura come un trasferimento tra soggetti diversi.

A fronte della richiesta di una somma superiore al limite di legge è possibile pagare parte in contanti e parte in assegno?

Sì, è possibile purché il trasferimento in contanti sia inferiore alla soglia dei 3.000 euro, oltre la quale è obbligatorio l’utilizzo di strumenti di pagamento tracciabili.

A fronte di una fattura unica per la vendita di un bene il cui importo è superiore al limite dei 3.000 euro è possibile accettare il versamento di denaro contante a titolo di caparra?

Sì, è possibile purché il trasferimento in contanti sia inferiore alla soglia dei 3.000 euro, oltre la quale è obbligatorio l’utilizzo di strumenti di pagamento tracciabili.

Ai sensi dell’articolo 49 del decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231 e successive modificazioni, è possibile il pagamento di una fattura commerciale, d’importo complessivo pari o superiore a 3.000 euro, mediante l’emissione di più assegni bancari, ciascuno d’importo inferiore al limite di legge?

Si, è possibile in quanto non configura l’ipotesi del cumulo e, pertanto, non dà luogo a violazione. In altri termini il pagamento di una fattura d’importo complessivo pari o superiore a 3.000 euro, effettuato mediante l’emissione di più assegni bancari muniti dell’indicazione del nome o della ragione sociale del beneficiario e, se d’importo pari o superiore a 1.000 euro, della clausola di non trasferibilità, non determina il cumulo possibile oggetto di sanzione. Nell’ipotesi suddetta, infatti, gli assegni non sono tra loro cumulabili in quanto si tratta di mezzi di pagamento che, a differenza del contante ovvero dei titoli al portatore, lasciano traccia dell’operazione sia presso la banca in cui sono tratti sia presso quella che procede alla negoziazione.

È possibile per il notaio ricevere il pagamento di cambiali ed assegni, a lui consegnati per l’elevazione dell’eventuale protesto, in denaro contante qualora l’importo dei suddetti pagamenti sia pari o superiore al limite di legge?

Sì, è possibile per il notaio ricevere il pagamento di cambiali ed assegni in denaro contante per importi pari o superiori al limite di legge, potendosi considerare, in tale circostanza, il notaio quale “mandatario” dell’istituto di credito che ha richiesto l’elevazione del protesto. Ciò anche in considerazione del fatto che, di norma, tale consegna avviene presso il suddetto istituto e che viene privilegiato il pagamento in denaro contante al fine di consentire al debitore di onorare al più presto il titolo soggetto a protesto.

L’emissione, da parte di società per azioni, ed il trasferimento di prestiti obbligazionari al portatore può assumere rilievo con riferimento alla disciplina antiriciclaggio?

Al riguardo, è bene evidenziare come le disposizioni antiriciclaggio incidano sulla fase del trasferimento dei titoli e non sul regime di emissione per il quale rimangono ferme le disposizioni civilistiche e speciali. E’ necessario, dunque, che la società emittente, nella fase di trasferimento dei suddetti titoli a soggetti terzi chieda, ai sensi dell’art. 49 del decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231 e successive modificazioni, l’intervento di una banca o altro soggetto abilitato qualora l’importo sia pari o superiore a 3.000 euro. Ogni eventuale ulteriore trasferimento dei suddetti titoli sarà sottoposto a quanto disposto dal menzionato articolo 49. La consegna diretta, quindi, senza avvalersi degli intermediari abilitati, dei titoli ai sottoscrittori rappresenterebbe una violazione del disposto di cui al comma 1 dell’articolo 49 qualora l’importo sia pari o superiore ad 3.000 euro.

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8) Ammissibilità dell’appello senza la ricevuta di spedizione postale

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 23034 del 2 ottobre 2017, ammette l’appello, se inviato a mezzo posta, qualora il ricorrente abbia depositato l’avviso di ricevimento del plico e non la ricevuta di spedizione. In ta modo è stato accolto il ricorso presentato dall’Agenzia delle Entrate.

Nel caso di specie, il Fisco ricorreva avverso la sentenza della CTR che dichiarava inammissibile l’appello proposto per l’omesso deposito della ricevuta di spedizione dell’appello inviato per posta raccomandata.

Ma secondo la Corte di legittimità: “Non costituisce motivo d’inammissibilità del ricorso o dell’appello, che sia stato notificato direttamente a mezzo del servizio postale universale, il fatto che il ricorrente o l’appellante, al momento della costituzione entro il termine di trenta giorni dalla ricezione della raccomandata da parte del destinatario, depositi l’avviso di ricevimento del plico e non la ricevuta di spedizione”, si legge in ordinanza. Ciò è vero “purché nell’avviso di ricevimento medesimo la data di spedizione sia asseverata dall’ufficio postale con stampigliatura meccanografica ovvero con proprio timbro datario; solo in tal caso, essendo l’avviso di ricevimento idoneo ad assolvere la medesima funzione probatoria che la legge assegna alla ricevuta di spedizione, laddove, in mancanza, la non idoneità della mera scritturazione manuale o comunemente dattilografica della data di spedizione sull’avviso di ricevimento può essere superata, ai fini della tempestività della notifica del ricorso o dell’appello, unicamente se la ricezione del plico sia certificata dall’agente postale come avvenuta entro il termine di decadenza per l’impugnazione dell’atto o della sentenza”.

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TIA non soggetta ad IVA

La TIA ha natura tributaria e, quindi, non è soggetta ad IVA. Lo ricordano i giudici della Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 22539 del 27 settembre 2017, con la quale la Suprema Corte ha accolto il ricorso di una contribuente.

Nel caso in esame, una donna proponeva ricorso avverso la sentenza della CTR che, confermando la decisione di primo grado, aveva ritenuto legittimi i dinieghi di rimborso dell’IVA (10%) versata sulla TIA dal 2006 al 2009.

La Cassazione ha accolto il ricorso della contribuente. «La TIA ha natura tributaria e quindi non è soggetta ad IVA dal momento che l’IVA come qualsiasi altra imposta deve colpire una qualche capacità contributiva. Ed una capacità contributiva si manifesta quando un soggetto acquisisce beni o servizi versando un corrispettivo, non quando paga un’imposta, sia pure mirata o di scopo, cioè destinata a finanziare un servizio da cui trae beneficio il soggetto stesso. Per quanto riguarda l’IVA, l'art. 3 del D.P.R. n. 633/1972, puntualizza che sono soggette a tale imposta solo le prestazioni di servizi verso corrispettivo, e non quelle finanziate mediante imposte. Dunque, solo ove sussista un corrispettivo sarà applicabile il n. 127 sexiesdecies della Tabella A parte terza allegata al D.P.R. n. 633/1972, e dovrà essere applicata l’IVA sulle prestazioni di gestione, stoccaggio e deposito temporaneo di rifiuti urbani e di rifiuti speciali nonché sulle prestazioni di gestione di impianti di fognatura e depurazione».

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Cartella perfezionabile con la consegna del plico nella casa del contribuente

Per il perfezionamento della cartella basta la consegna del plico a casa del contribuente. La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 23083 del 3 ottobre 2017, ha respinto il ricorso di un contribuente, contro Equitalia, che aveva impugnato la sentenza della CTR favorevole all’ente per la riscossione eccependo l’invalidità di alcune cartelle di pagamento effettuata tramite consegna al portiere senza l’inoltro della successiva raccomandata informativa.

La Cassazione ha ricordato che “la cartella esattoriale può essere notificata, ai sensi dell’art. 26 del D.P.R. 29 settembre 1973, n.602, anche direttamente da parte del Concessionario, mediante raccomandata con avviso di ricevimento, nel qual caso […] è sufficiente, per il relativo perfezionamento, che la spedizione postale sia avvenuta con consegna del plico al domicilio del destinatario, senz’altro adempimento ad opera dell’ufficiale postale se non quello di curare che la persona da lui individuata come legittimata alla ricezione apponga la sua firma sul registro di consegna della corrispondenza, oltre che sull’avviso di ricevimento da restituire al mittente”.

La Cassazione ha ancora precisato che la notifica della cartella si perfeziona con la ricezione del destinatario alla data risultante dall’avviso di ricevimento, senza necessità di un’apposita relata, visto che è l’ufficiale postale che garantisce l’esecuzione effettuata su istanza del soggetto legittimato.

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9) Piani di risparmio a lungo termine - Linee guida

Si pubblicano le linee guida relative all’interpretazione della normativa di cui alla legge 11 dicembre 2016, n. 232 (legge di bilancio per il 2017) con cui è stato delineato uno speciale regime fiscale agevolativo per i “piani di risparmio a lungo termine”.

Si tratta di una incentivazione fiscale del risparmio di lungo termine, ad applicazione generalizzata, finalizzata a:

- offrire maggiori opportunità di rendimento alle famiglie;

- aumentare le opportunità delle imprese di ottenere risorse finanziarie per investimenti di lungo termine;

- favorire lo sviluppo dei mercati finanziari nazionali.

Il meccanismo incentivante è desumibile dall’impianto normativo delineato nei commi da 100 a 114 dell’art. 1 della legge di bilancio per il 2017, ed è incentrato sui “piani di risparmio a lungo termine”.

A tali linee guida l’Agenzia delle entrate farà seguire dettagliate istruzioni per gli uffici preposti alle attività di controllo e accertamento.

Le presenti linee guida tendono a chiarire le principali questioni interpretative evidenziate dalle associazioni di categoria, in particolare :

- relativamente all’ambito soggettivo dell’agevolazione: la possibilità per un minore di essere titolare di un PIR; le conseguenze derivanti dal trasferimento all’estero della residenza del titolare e le conseguenze derivanti dal decesso del titolare del PIR;

- relativamente all’ambito oggettivo dell’agevolazione: quali sono gli strumenti finanziari che possono formare il PIR; i vincoli di composizione e il limite alla concentrazione del PIR con particolare riguardo alle modalità di computo degli stessi nell’ambito delle gestioni collettive (OICR e contratti di assicurazione); i limiti all’entità dell’investimento avendo riguardo alla rilevanza dei proventi conseguiti dall’investitore;

- relativamente al funzionamento del PIR: le modalità di costituzione; le movimentazioni (cessione e rimborso) degli strumenti finanziari contenuti nel PIR con particolare riguardo alle modalità di computo del vincolo di detenzione quinquennale; gli eventi che comportano l’attivazione del meccanismo di recupero a tassazione (cd. recapture) precisando quale aliquota si applica.

(MEF, nota del 04 ottobre 2017)

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10) Posticipato al 16 ottobre 2017 il termine per la comunicazione delle fatture, ma intanto secondo Sogei: sistema regge

Il Ministero dell’Economia e finanze, con comunicato di ieri, ha posticipato al 16 ottobre 2017 il termine per effettuare la comunicazione all’Agenzia delle Entrate dei dati delle fatture emesse e ricevute relative al primo semestre del 2017. La proroga è prevista da un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM), su proposta del Ministro dell’Economia e delle Finanze Pier Carlo Padoan, che ha firmato il provvedimento il 04 ottobre 2017.

(MEF - comunicato stampa n. 163 del 04 ottobre 2017)

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Sogei: sistema regge

Sogei, azzerata la flessibilità ma il sistema regge.

4 ottobre 2017

Non c'era un “baco” e i collaudi sono avvenuti con tranquillità e con metodologia solida, secondo i nostri canoni di governance». Così l'amministratore delegato di Sogei, Andrea Quacivi (in carica dal 2 agosto scorso), in audizione in commissione Anagrafe tributaria sulla vicenda Spesometro. «Allo stato il recupero delle funzionalità del portale è in corso, parallelamente agli approfondimenti tecnici riguardanti tre funzionalità: “rubrica”, “riprendi ultimo file” e “monitoraggio file fatture periodiche”», funzionalità il cui ripristino «dovrà essere valutata l'opportunità». E assicura che verifiche sono state già avviate e sono «tutt'ora in corso» per «individuare soggetti che da una parte hanno avuto accesso a file non firmati da loro stessi, pur non essendo stati delegati esplicitamente sui sistemi alla consultazione dei dati, e dall'altra le informazione visualizzate».

In sostanza, prosegue Quacivi «La flessibilità che avevamo costruito sul sistema è stata azzerata», si trattava di «uno strumento che facilitava. Oggi lo abbiamo ristretto, è stata cambiata l'architettura». E spiega, che«il sistema è stato correttamente implementato, correttamente collaudato e faceva quello che doveva fare, ovvero consentiva un adempimento in sicurezza a soggetti intermediari che operavano per i loro assistiti indicando il codice fiscale». Un modo per consentire l'intervento di un altro soggetto «per riprendere il file “modifica”, e magari l'altro era il commercialista e non la società di servizi intermediari che aveva trasmesso il file». Per esempio, nell'ipotesi di cambio intermediari,spiega Quacivi, «si trattava di dare la possibilità al successivo intermediario di vedere la storia relativamente a fatture e corrispettivi».

Il sistema dava quindi la possibilità a un intermediario di «operare in maniera semplice. In questi giorni noi siamo entrati in modifica del sistema - prosegue Quacivi - e se prima la delega semplice tra intermediario e operatore economico-contribuente era solo conosciuta all'intermediario, su una delega scritta, oggi invece abbiamo ricreato un link tra intermediario ed operatore economico-contribuente sulla base del file trasmesso, firmato digitalmente o con sigillo». Inoltre «Stiamo andando avanti con approfondimenti e in massima sia con l'Agenzia delle Entrate che con il Garante della Privacy».

Vincenzo D’Andò