Diario quotidiano del 4 settembre 2017: quando è nulla la notifica via PEC

Pubblicato il 4 settembre 2017



1) Confisca di beni: esito dei crediti erariali
2) Non è valida la notifica via PEC se l’estensione del file è un “PDF”
3) Studi di settore e scontrini anomali sono buoni indici presuntivi per l’accertamento fiscale
4) Legge concorrenza: maggiore flessibilità nel versamento del TFR al fondo pensione
5) Prestazioni di lavoro occasionale: tempi di accredito versamenti F24
6) Limite massimo di ore di CIGS autorizzabili per le causali di crisi e riorganizzazione aziendale
7) Spesometro: passa solo al 28 settembre 2017 il termine per la comunicazione delle fatture<br> 8) Ravvedimento sui contratti di locazione in regime di cedolare secca
9) Polo unico: è online il servizio “Richiesta visite mediche di controllo”
10) Conferma della riduzione contributiva nel settore dell’edilizia per l’anno 2017
diario-quotidiano-articoli-81) Confisca di beni: esito dei crediti erariali 2) Non è valida la notifica via PEC se l’estensione del file è un “PDF”. 3) Studi di settore e scontrini anomali sono buoni indici presuntivi per l’accertamento fiscale 4) Legge concorrenza: maggiore flessibilità nel versamento del TFR al fondo pensione 5) Prestazioni di lavoro occasionale: tempi di accredito versamenti F24 6) Limite massimo di ore di CIGS autorizzabili per le causali di crisi e riorganizzazione aziendale 7) Spesometro: Passa solo al 28 settembre 2017 il termine per la comunicazione delle fatture 8) Ravvedimento sui contratti di locazione in regime di cedolare secca 9) Polo unico: è online il servizio “Richiesta visite mediche di controllo” 10) Conferma della riduzione contributiva nel settore dell’edilizia per l’anno 2017: arrivate le istruzioni operative ****

1) Confisca di beni: esito dei crediti erariali

Pubblicata dall’Agenzia delle entrate la risoluzione n. 114/E del 31 agosto 2017 sulla confisca di beni (ex articolo 50 del D.Lgs. n. 159 del 2011): Esito dei crediti erariali.

Il trattamento tributario da applicare nel periodo del sequestro cautelativo è quello previsto per l’eredità giacente (vi é la stessa situazione di provvisorietà).

In relazione alle dichiarazioni presentate per i periodi interessati dall’amministrazione giudiziaria, nell’ipotesi di confisca definitiva di beni sequestrati, si estinguono per confusione solo i debiti erariali Irpef e Ires.

Questo perché lo Stato, soggetto che acquisisce i beni, non è identificabile con una persona fisica né è un soggetto passivo in base a quanto previsto dall’articolo 74 del Tuir.

Non si estinguono, invece, i crediti Iva, Irap o quelli relativi alle ritenute per i quali, viceversa, non viene meno la dualità dei soggetti del rapporto obbligatorio. La risoluzione scaturisce dalla richiesta di chiarimenti fatta da un amministratore giudiziario e concerne la corretta interpretazione dell’articolo 50 del Codice delle leggi antimafia (Dlgs 159/2011), in relazione alla confisca di beni, aziende o partecipazioni societarie sequestrati: in particolare, i chiarimenti riguardano gli ambiti soggettivo e temporale di applicazione della norma, considerato che:

- solo nel corso dell’amministrazione giudiziaria si sono formati debiti relativi a Iva, Irpef, Inail, ritenute Irpef e verso la Camera di commercio;

- l’istante ha presentato le dichiarazioni Unico e Iva per conto dell’indiziato esclusivamente in riferimento ai redditi prodotti dai beni sequestrati.

L’articolo 50, comma 2, del Codice antimafia, disciplina la particolare ipotesi di estinzione per confusione dell’obbligazione tributaria ovvero il caso in cui lo Stato acquisisca beni, società, aziende o partecipazioni a seguito di confisca definitiva. Con il trasferimento al patrimonio statale, viene meno la dualità tra creditore e debitore. Le due parti infatti, si riuniscono così come previsto dall’articolo 1253 del codice civile.

Ne consegue l’annullamento delle sole obbligazioni erariali (ad esempio, Ires, Iva, Irpef, imposte di registro e ipocatastali) e non anche di altri tipi di crediti (contributi previdenziali e assistenziali, tributi locali, diritti camerali).

Trasferendo l’attenzione all’ambito temporale di applicazione della “confusione”, la risoluzione ricorda che, secondo quanto affermato dalla circolare 156/2000, il trattamento tributario dei redditi derivanti da beni sequestrati ripercorre le regole stabilite per l’eredità giacente (articolo 187 del Tuir). In entrambe le situazioni è riscontrabile, infatti, una situazione di provvisorietà, motivo per cui, “La veste di soggetto passivo d’imposta spetta a colui che assume, con effetto retroattivo, la titolarità dei beni sequestrati. Il soggetto passivo d’imposta è, quindi, individuato a posteriori, seppure con effetto ex tunc, nello Stato o nell’indiziato, a seconda che il procedimento si concluda con la confisca definitiva o con la restituzione dei beni”.

In pratica, nel periodo del sequestro l’amministratore giudiziario rappresenta e opera per un soggetto passivo ancora da definire che, a seconda di come si concluderà la vicenda, potrà essere l’indiziato o lo Stato e, fino ad allora, egli dovrà:

- presentare le dichiarazioni relative al periodo d’imposta anteriore a quello in cui è stata adottata la misura cautelare, per le quali non sia scaduto il termine di presentazione alla data di consegna dei beni;

- calcolare il reddito provvisorio dei beni sequestrati in base al titolo I, sezione I, del Tuir (con esclusione del reddito dei beni immobili che va determinato secondo le regole dell’articolo 51, comma 3-bis, del Codice antimafia). Al riguardo, devono essere presentate, nei termini ordinari, le dichiarazioni relative ai periodi d’imposta di competenza dell’amministrazione giudiziaria (escluso il periodo d’imposta nel quale cessa la gestione) e versate le relative imposte.

Una volta avvenuta l’acquisizione definitiva da parte dello Stato, con la conclusione della procedura cautelare, il rapporto provvisorio si consolida per effetto della confusione della qualità di soggetto attivo e di soggetto passivo del rapporto tributario, mentre i rapporti tributari successivi seguiranno le regole ordinarie.

Quindi, l’Agenzia chiarisce, che i crediti che si estinguono per confusione sono quelli maturati fino alla data di adozione del provvedimento cautelare, ossia il momento cui retroagiscono gli effetti della confisca definitiva. Successivamente, il soggetto passivo diventa, ex tunc, lo Stato.

In conclusione, per tale periodo “transitorio”, l’amministrazione finanziaria ritiene che “si estinguano per confusione solo i crediti Irpef/Ires mancando, con riferimento a detti tributi, il presupposto soggettivo per l’imposizione (lo Stato non è, infatti, identificabile con una persona fisica né è un soggetto passivo ai sensi dell’articolo 74 del TUIR). Restano, invece, esclusi dall’effetto estintivo i crediti Irap, Iva o relativi alle ritenute per i quali, quindi, non viene meno la dualità dei soggetti del rapporto obbligatorio”.

(Agenzia delle entrate, risoluzione n. 114/E del 31 agosto 2017)

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2) Non è valida la notifica via PEC se l’estensione del file è un “PDF”.

Non è valida la notificazione della cartella di pagamento eseguita dall’Agente della Riscossione tramite posta elettronica certificata contenente il file con estensione “PDF”. La CTP di Reggio Emilia spiega come, con la notifica via PEC in formato “PDF”, non venga prodotto l’originale della cartella, ma solo una copia elettronica senza valore poiché priva di attestato di conformità da parte di un Pubblico Ufficiale. Secondo i giudici solo l’estensione “p7m” del file contenente la cartella garantisce la validità della notifica poiché contiene al suo interno il documento originale, l’evidenza informatica della firma e la chiave per la sua verifica.

La società Edil G.S. di G. F. e S. Srl, rappresentata e difesa dall'avv. Gennaro De Angelis, giusta procura a margine del ricorso introduttivo, con studio a Napoli in C.so Garibaldi n. 246, con atto ritualmente depositato presso la segreteria di questa C.T.P. in data 27/07/2016, ricorre nei confronti di Equitalia Servizi di Riscossione Spa, Agenzia delle Entrate di Reggio Emilia e Regione Emilia Romagna impugnando 18 cartelle di pagamento emesse a suo carico per complessivi ? 149.687,09 oltre interessi.

Fatto: la ricorrente società acquisiva estratto di ruolo presso il Concessionario per la riscossione, accertando così a proprio carico la sussistenza delle poste debitorie portate dalle citate cartelle di pagamento.

Parte ricorrente richiede, in via preliminare da parte della Concessionaria per la riscossione, l'esibizione nonché il deposito dell'accertamento, della cartella e di tutti gli atti prodromici unitamente alla relata di notifica ovvero all'avviso di ricevimento. Eccepisce poi nel merito:

mancata notifica dell'avviso d'accertamento, della cartella di pagamento, nonché degli atti ad essa prodromici e conseguenti;

prescrizione per decorso dei termini relativi all'esercizio del diritto alla riscossione;

mancata notifica con conseguente decadenza e prescrizione del diritto.

(Comm. Trib. Prov. di Reggio Emilia, sentenza n. 204/1 del 31 luglio 2017)

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3) Studi di settore e scontrini anomali sono buoni indici presuntivi per l’accertamento fiscale

Risultanze derivanti dagli studi di settore divergenti dagli standard richiesti ed anomalie riscontrate negli scontrini legittimano l’accertamento fiscale, comprese le stesse percentuali di ricarico sulle vendite (di un dato anno) che possono essere tranquillamente utilizzate anche per più anni (ancorché la giurisprudenza sia contraria all’uso di percentuali di un periodo d’imposta per diversi anni).

Lo afferma la Corte di Cassazione nell’ordinanza n. 20632 del 31 agosto 2017, con la quale ha respinto il ricorso di un contribuente.

Nel caso di specie, l’Amministrazione finanziaria aveva riscontrato, oltre alle scostamento pluriennale dagli studi di settore, anche una “mole indiziaria complessiva” tale da indurre a un giudizio di sussistenza effettiva dei fatti costitutivi delle maggiori pretese fiscali.

Soltanto la Commissione tributaria provinciale di primo grado aveva dato ragione al contribuente, subito smentita dalla Commissione regionale (di secondo grado).

Dunque, la Suprema Corte ha confermato la decisione della CTR poiché “con puntualità ed esaustività argomentativa davvero notevoli, ha esaminato il complesso delle prove indiziarie basanti gli atti impositivi, partendo dai reiterati scostamenti dagli studi di settore passando alla analisi dell’inattendibilità delle scritturazioni contabili, anche per la riscontrata pluralità delle violazioni in materia di emissione dello scontrino fiscale, della anormale costante bassa redditività dell’impresa e quindi della sua evidente antieconomicità, a fronte di possidenze patrimoniali del contribuente non altrimenti giustificate”.

E’ bastato, quindi, la valutazione complessiva di tutti gli elementi presuntivi isolati per accertare se essi siano concordanti e se la loro combinazione sia in grado di fornire una valida prova presuntiva, che magari da soli non direbbero nulla.

La Cassazione censura per questo quel giudice che si sia limitato a negare valore indiziario agli elementi acquisiti in giudizio senza accertare se essi, nel loro insieme, siano in grado acquisire certezza e vicendevole completamento.

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4) Legge concorrenza: maggiore flessibilità nel versamento del TFR al fondo pensione

Legge concorrenza: fondi pensione - maggiore flessibilità nel versamento del TFR al fondo pensione - anticipo della rendita.

Sull’avvenuta pubblicazione della Legge 4 agosto 2017, n. 124, recante “Legge annuale per il mercato e la concorrenza”, sulla Gazzetta Ufficiale n. 189 del 14 agosto 2017, è intervenuta anche Tuttocamere con una nota diffusa nei giorni scorsi, in particolare analizza i contenuti dei seguenti commi (38 e 39 della citata Legge).

I commi 38 e 39, dell’articolo 1 della legge in esame, recano modifiche alla disciplina delle forme pensionistiche complementari, prevedendo anche la convocazione di un tavolo di consultazione per avviarne un processo di riforma.

Per quanto riguarda i fondi pensione due sono le novità introdotte: una riguarda il versamento del trattamento di fine rapporto (TFR), l'altra riguarda l'anticipo delle prestazioni pensionistiche per chi è disoccupato da almeno due anni. Più nel dettaglio, il comma 38 interviene sui seguenti profili:

- destinazione alle forme pensionistiche complementari degli accantonamenti relativi al trattamento di fine rapporto (TFR);

- diritto all’anticipo della prestazione nel caso di cessazione dell’attività lavorativa;

- riscatti della posizione individuale maturata e del relativo regime tributario.

Per quanto riguarda il conferimento del TFR al fondo pensione, il nuovo comma 2, dell'art. 8 del D.Lgs. n. 252/2005 stabilisce che spetta al lavoratore determinare liberamente l'entità della contribuzione a proprio carico, mentre per quanto riguarda i lavoratori dipendenti che aderiscono alle forme pensionistiche complementari, le modalità e la misura minima della contribuzione a carico del datore di lavoro e del lavoratore stesso possono essere fissati dai contratti e dagli accordi collettivi, anche aziendali.

Gli accordi possono anche stabilire la percentuale minima di TFR maturando da destinare a previdenza complementare. In assenza di tale indicazione il conferimento è totale”. Dunque, in mancanza di indicazioni sulla percentuale minima da destinare, il conferimento sarà del 100%.

Per quanto riguarda l'anticipo della rendita, il nuovo comma 4, dell'art. 11, del D.Lgs. n. 252/2005 stabilisce che le forme pensionistiche complementari prevedono che, in caso di cessazione dell'attività lavorativa che comporti l'inoccupazione per un periodo di tempo superiore a ventiquattro mesi, le prestazioni pensionistiche o parti di esse potranno, su richiesta dell'aderente, essere “consentite con un anticipo di cinque anni rispetto ai requisiti per l'accesso alle prestazioni nel regime obbligatorio di appartenenza” e che in tal caso potranno essere erogate, sempre su richiesta dell'aderente, “in forma di rendita temporanea, fino al conseguimento dei requisiti di accesso alle prestazioni nel regime obbligatorio”. Gli statuti e i regolamenti delle forme pensionistiche complementari possono innalzare l'anticipo di cui sopra fino a un massimo di dieci anni.

Tale facoltà - come precisato dal nuovo secondo periodo del comma 2, lett. c), dell'artt. 14 del citato D.Lgs. n. 252/2005 – “non può essere esercitata nel quinquennio precedente la maturazione dei requisiti di accesso alle prestazioni pensionistiche complementari o nel maggior periodo eventualmente fissato dalle forme pensionistiche complementari ai sensi del secondo periodo del comma 4 dell'articolo 11; in questi casi si applicano le previsioni del medesimo comma 4 dell'articolo 11”.

Inoltre, “in caso di cessazione dei requisiti di partecipazione per cause diverse da quelle di cui ai commi 2 e 3 del presente articolo, è previsto il riscatto della posizione sia nelle forme collettive sia in quelle individuali e su tali somme si applica una ritenuta a titolo di imposta con l'aliquota del 23 per cento sul medesimo imponibile di cui all'articolo 11, comma 6”.

Il comma 39 prevede la convocazione di un tavolo di consultazione per avviare un processo di riforma delle forme pensionistiche complementari al fine di aumentarne l'efficienza, nonché di favorire l'educazione finanziaria e previdenziale, da convocarsi, entro trenta giorni dall'entrata in vigore del provvedimento in esame, su iniziativa del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico e con il Ministro dell'economia e delle finanze, a cui partecipano le organizzazioni sindacali e le rappresentanze datoriali maggiormente rappresentative in ambito nazionale, la COVIP, nonché esperti della materia previdenziale.

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5) Prestazioni di lavoro occasionale: tempi di accredito versamenti F24

L’INPS ha comunicato che l’accreditamento sul ”portafoglio” di libretto famiglia o contratto di prestazione occasionale avverrà nove/dieci giorni dopo l’effettuazione del pagamento, in considerazione dei tempi stabiliti per il riversamento delle somme da parte degli intermediari (istituti bancari o Poste Italiane SpA) all’Agenzia delle Entrate e il successivo riversamento all’INPS delle stesse.

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6) Limite massimo di ore di CIGS autorizzabili per le causali di crisi e riorganizzazione aziendale

Il Ministero del Lavoro, con la circolare n. 16 del 28 agosto 2017, ha fornito alcuni chiarimenti in merito alle causali di crisi aziendale e riorganizzazione aziendale e sul limite massimo di ore di cassa integrazioni guadagni straordinaria autorizzabili.

Dal 24 settembre 2017, troverà piena applicazione l’articolo 22, comma 4, del decreto legislativo n. 148 del 2015 che pone un tetto alle ore di sospensione dal lavoro per CIGS per le causali di riorganizzazione e crisi aziendale che possono essere autorizzate. La norma stabilisce che possono essere autorizzate sospensioni dal lavoro soltanto nel limite dell’80% delle ore lavorabili nell’unità produttiva nell’arco di tempo di cui al programma autorizzato.

Nell’ambito del decreto legislativo n. 148 del 14 settembre 2015, l’articolo 22, nel delineare la durata massima di concessione dei trattamenti di cassa integrazione guadagni straordinaria, in relazione alle diverse causali, al comma 4, si occupa di precisare ulteriormente che “per le causali di riorganizzazione aziendale e di crisi aziendale possono essere autorizzate sospensioni dal lavoro soltanto nel limite del/’80 per cento delle ore lavorabili nell‘unità produttiva nell’arco di tempo di cui al programma autorizzato.”

L’articolo 44, comma 3, del medesimo decreto legislativo n. 148 del 2015, tuttavia, ha stabilito che tale disposizione non avrebbe dovuto trovare applicazione per i primi 24 mesi dall’entrata in vigore del decreto in esame.

Ai sensi della norma citata, quindi, in considerazione dell’entrata in vigore del provvedimento normativo di cui trattasi dal giorno 24 settembre 2015, si rappresenta che la specifica disposizione di cui all’articolo 22, comma 4, troverà applicazione dal 24 settembre 2017.

A decorrere dal 24 settembre 2017, pertanto, alla luce della norma citata, le ore di sospensione dal lavoro per CIGS per le causali di riorganizzazione e crisi aziendale che potranno essere autorizzate non dovranno essere eccedenti il limite dell’80% delle ore lavorabili nell’unità produttiva nell’arco di tempo di cui al programma autorizzato.

Ai fini della verifica delle ore lavorabili nell’unità produttiva assume rilievo l’indicazione, nella domanda di concessione dell’integrazione salariale, del numero dei lavoratori mediamente occupati nel semestre precedente, distinti per orario contrattuale, come, peraltro, già previsto dall’articolo 25, comma 1, del decreto legislativo n. 148 del 2015.

Dall’analisi di tali dati indicati dall’azienda è possibile enucleare il numero di ore contrattualmente lavorabili, con riferimento alla platea di tutti i lavoratori, che costituiscono l’organico dell’unità produttiva, mediamente occupati nel semestre precedente la presentazione dell’istanza, su cui calcolare il limite dell’80% delle ore di sospensione autorizzabili.

Poiché il numero di ore lavorabili nell’unità produttiva nell’arco di tempo di cui al programma autorizzato è un dato che può essere oggetto di modifica durante il periodo temporale preso in considerazione, il dato esposto dall’azienda relativo al numero dei lavoratori mediamente occupati nel semestre precedente, distinti per orario contrattuale, costituisce il parametro fisso di riferimento su cui calcolare le ore di sospensione autorizzabili. La ratio della disposizione che consente di fissare il dato del limite delle ore autorizzabili, al di là di possibili modifiche dell’organico aziendale nel corso del programma, è quella di consentire, stabilito il plafond di ore autorizzabili, una programmazione delle sospensioni che non risenta delle variazioni dell’organico che possono verificarsi nel corso del programma di crisi o riorganizzazione aziendale.

Ai fini dell’erogazione del trattamento nel rispetto del limite indicato dalla norma di cui all’articolo 22, comma 4, del decreto legislativo n. 148 del 2015, l’elenco innanzi indicato di cui all’articolo 25, comma 1, del decreto legislativo n. 148 del 2015, allegato alla domanda di concessione del trattamento straordinario di integrazione salariale, sarà inoltrato, unitamente al decreto, all’INPS. Inoltre, nella domanda dovrà essere dichiarato l’impegno dell’azienda al rispetto del limite delle ore di sospensione autorizzabili che, come detto, non può eccedere l’80% delle ore contrattualmente lavorabili con riferimento alla platea di tutti i lavoratori mediamente occupati nell’unità produttiva nel semestre precedente la presentazione dell’istanza, secondo i dati inseriti nell’elenco allegato all’istanza.

L’INPS verifica, poi, il rispetto del limite delle ore di sospensione effettivamente operate.

Il Ministero precisa che la disposizione di cui all’articolo 22, comma 4, innanzi citato, trova applicazione a decorrere dal 24 settembre 2017, e, in conformità a quanto già illustrato nella circolare n. 30 del 9 novembre 2015 di questa Direzione Generale e nella nota prot. 14948 del 21 dicembre 2015 del Ministro del Lavoro e delle politiche sociali, trova applicazione con riferimento ai trattamenti straordinari di integrazione salariale la cui conclusione della consultazione sindacale, presentazione dell’istanza di accesso al trattamento e le conseguenti sospensioni siano avvenute a decorrere dal giorno 24 settembre 2017.

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INPS: Osservatorio sulla CIG e la disoccupazione – luglio 2017

L’Inps ha pubblicato, il 31 agosto 2017, l’Osservatorio statistico sulla cassa integrazione guadagni e disoccupazione, con i dati del mese di luglio 2017.

Il numero di ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate a luglio 2017 è pari a 35 milioni. Si registra una diminuzione del 22,4% rispetto alle ore autorizzare a luglio 2016 (45,1 milioni).

Nel dettaglio, le ore autorizzate per gli interventi di:

- Cassa Integrazione Guadagni Ordinaria (CIGO) sono 6,7 milioni, in diminuzione del 40,7% rispetto a luglio 2016 (11,3 milioni);

- Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria ( CIGS) sono 25,7 milioni, in diminuzione del 7,6% rispetto a luglio 2016 (27,8 milioni);

- Cassa Integrazione Guadagni in Deroga (CIGD) sono 2,7 milioni, in diminuzione del 56% rispetto a luglio 2016 (6 milioni).

Le domande presentate per eventi di disoccupazione e mobilità a giugno 2017 sono 132.222, registrando un aumento rispetto a giugno 2016 (127.385). Nel dettaglio:

- 131.777 domande di NASpI;

- 129 domande di mobilità;

- 307 domande di disoccupazione;

- 8 domande di ASpl;

- 1 domanda di mini ASpl.

In allegato (pdf 1,08MB) all’Osservatorio sulla Cassa Integrazione Guadagni (CIG) è pubblicato l’aggiornamento del tasso di utilizzo del numero delle ore di CIG autorizzate (cosiddetto “tiraggio”).(pdf 1,08MB) all’Osservatorio sulla Cassa Integrazione Guadagni (CIG) è pubblicato l’aggiornamento del tasso di utilizzo del numero delle ore di CIG autorizzate (cosiddetto “tiraggio”).

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7) Spesometro: passa solo al 28 settembre 2017 il termine per la comunicazione delle fatture

Il Ministestero dell'Economia e finanze, con il comunicato n. 147 del 01.09.2017, ha reso noto la data ufficiale dello spostamento della data di scadenza dello spesometro che passa dal 18.09.2017 al 28.09.2017. Tutto questo verrà contenuto in un Dpcm del Mef che sarà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.

Il comunicato

Posticipato al 28 settembre 2017 il termine per la comunicazione delle fatture

Viene posticipato dal 16 settembre al 28 settembre 2017 il termine per effettuare la comunicazione all’Agenzia delle Entrate dei dati delle fatture emesse e ricevute relative al primo semestre del 2017. La proroga, che viene incontro alle esigenze segnalate dai professionisti, è prevista da un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM), su proposta del Ministro dell’Economia e delle Finanze Pier Carlo Padoan, di prossima pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.

(MEF, comunicato stampa n. 147 del 01 settembre 2017)

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8) Ravvedimento sui contratti di locazione in regime di cedolare secca

Cedolare secca: la proroga tardiva può essere ravveduta. La sanzione dovuta per l’irregolarità (100 euro ovvero 50, in caso di comunicazione presentata con ritardo non superiore a trenta giorni) può fruire della riduzione prevista dall’apposita disciplina.

Ravvedimento sui contratti di locazione in regime di cedolare secca: In merito (art. 3, comma 3, D.lgs n. 23 del 2011) è intervenuta l’Agenzia delle entrate, con la risoluzione n. 115/E del 1 settembre 2017, tesa a fornire dei chiarimenti sulla sanzione per omessa o tardiva comunicazione relativa alla proroga del contratto di locazione in regime di cedolare secca – applicabilità del ravvedimento operoso – rinuncia all’aumento del canone.

Dunque, come afferma ora l’Agenzia, il ravvedimento è sempre applicabile, anche se altre norme primarie dispongono specifiche riduzioni della sanzione, come con tardiva presentazione della proroga di locazione in cedolare secca.

Inoltre, se la rinuncia all’aumento del canone è già contenuta nel contratto, il locatore non deve inviare altra comunicazione.

Regime della cedolare secca

È risaputo che, optando per il regime della cedolare secca (articolo 3, Dlgs 23/2011), il contribuente persona fisica può scegliere di tassare il reddito fondiario derivante dalla locazione di immobili abitativi con un’imposta sostitutiva dell’Irpef e delle imposte di registro e di bollo. L’aliquota sui canoni di locazione è del 21%, anziché quella corrispondente al proprio scaglione marginale, ulteriormente ridotta al 10% nel caso di affitto a canone concordato. Una delle condizioni per fruire dell’agevolazione è la rinuncia all’aumento del canone di locazione. La ratio della cedolare secca, quindi, non è solo far emergere il nero, ma anche calmierare il prezzo del mercato degli affitti. Ciò posto, la circolare 26/2011 aveva chiarito che l’opzione doveva essere ripetuta in sede di comunicazione del rinnovo o proroga del contratto, barrando i campi del modello 69 (oggi sostituito dal modello Rli). I contribuenti che ignoravano tale obbligo, rischiavano di perdere i benefici del regime.

Nel tentativo di ovviare a tale situazione, la circolare 47/2012 aveva precisato che il contribuente avrebbe potuto fruire del regime della cedolare secca avvalendosi dell’istituto della remissione “in bonis”, manifestando l’opzione nel termine per versare l’imposta di registro dovuta per le annualità successive, cioè entro trenta giorni dalla scadenza di ciascuna annualità (articolo 17, comma 3, del Tur).

Omessa o tardiva presentazione della comunicazione

Di recente, il legislatore è nuovamente intervenuto sulla questione con l’articolo 7-quater, comma 24, del Dl 193/2016: “In caso di mancata presentazione della comunicazione relativa alla proroga, anche tacita, o alla risoluzione del contratto di locazione per il quale è stata esercitata l'opzione per l'applicazione della cedolare secca, entro trenta giorni dal verificarsi dell'evento, si applica la sanzione nella misura fissa pari a euro 100, ridotta a euro 50 se la comunicazione è presentata con ritardo non superiore a trenta giorni”. In altri termini, nell’ipotesi di omessa o tardiva presentazione della comunicazione di proroga del contratto, il contribuente che ha tenuto un comportamento coerente con la volontà di applicare la cedolare secca, non decade più dal regime di favore per il quale ha già manifestato l’opzione, ma viene sanzionato solo con l’applicazione di una sanzione in misura fissa, commisurata in base alla gravità del ritardo. Nel caso concreto, come precisato dalla circolare 8/2017, il comportamento concludente consiste nel non aver versato l’imposta di registro dovuta annualmente sul canone di locazione per l’omologo periodo e, nel caso di presentazione della dichiarazione dei redditi, nell’avere barrato i campi previsti per indicare che il reddito derivante dal canone di locazione va assoggettato al regime della cedolare secca.

Viene ricordato, infine, che, secondo la citata circolare 26/2011, per i contratti in itinere al momento di entrata in vigore della legge - in cui era generalmente previsto l’adeguamento del canone al “caro vita” - il locatore, per applicare la cedolare secca, doveva comunicare al conduttore di rinunciare a tale aumento mediante raccomandata. La rettifica del contratto assumeva, cosi, la stessa forma del contratto già stipulato ed era garantita la certezza della comunicazione.

Nuovo chiarimento delle Entrate

In tale contesto, alcuni contribuenti hanno sollevato dubbi in relazione all’applicabilità dell’istituto del ravvedimento operoso (articolo 13, Dlgs 472/1997) nonché alle modalità da seguire per comunicare la rinuncia all’aumento del canone, condizione per l’esercizio dell’opzione stessa. Tali dubbi sono stati chiariti con la risoluzione n. 115/E del 1° settembre 2017.

Con riferimento alla prima questione, secondo il documento di prassi, il legislatore ha introdotto una sanzione proporzionale alla gravità del comportamento tenuto dal contribuente, come dimostra la riduzione della stessa, da 100 a 50 euro nel caso in cui la proroga sia presentata con un ritardo non superiore a trenta giorni.

A tale disposizione sanzionatoria è comunque applicabile la disciplina generale del ravvedimento operoso che permette al contribuente di rimediare in modo spontaneo alle omissioni e irregolarità commesse, per poter fruire della riduzione delle sanzioni, in proporzione al ritardo con cui avviene la regolarizzazione. È proprio dalla manifesta volontà di premiare un comportamento corretto che si ricava la tendenziale onnicomprensività dell’istituto, cioè la sua applicabilità alla totalità delle violazioni tributarie, con la sola eccezione di alcune fattispecie, che restano escluse per evidenti ragioni di politica tributaria (si pensi, ad esempio, alla compensazione del credito effettuata violando le disposizioni che disciplinano le agevolazioni per gli investimenti in aree svantaggiate - cfr, articolo 62, comma 6, legge 289/2002).

Pertanto, non è possibile dubitare della generale applicabilità del ravvedimento, sia in base alla ratio premiale dell’istituto sia in base al dato testuale. L’articolo 13 del Dlgs 472/1997, infatti, prevede che “la sanzione è ridotta”, senza ulteriori precisazioni; inoltre, il comma 5 stabilisce che “le singole leggi ed atti aventi forza di legge possono stabilire ad integrazione di quanto previsto nel presente articolo, ulteriori circostanze che importino l’attenuazione della sanzione”.

In tal modo, il legislatore ha precisato che l’istituto del ravvedimento resta sempre applicabile anche nell’eventualità in cui altre norme primarie abbiano disposto specifiche riduzioni della sanzione.

L’ipotesi è proprio quella che ricorre nel caso esaminato dalla risoluzione odierna che, come evidenziato, dispone il dimezzamento della sanzione nell’ipotesi in cui il contribuente comunichi la proroga (o la risoluzione) del contratto di locazione con un ritardo non superiore a trenta giorni.

In particolare, viene precisato che, ai fini del calcolo della sanzione di cui all’articolo 3, comma 3, del Dlgs 23/2011, in conseguenza dell’applicazione del ravvedimento operoso, occorre tener conto del momento in cui viene sanato l’inadempimento. Ciò significa che, se la comunicazione della proroga (o della risoluzione) del contratto di locazione in cedolare secca avviene con un ritardo non superiore a 30 giorni, la sanzione è di 50 euro, ridotta in base alle percentuali previste dall’articolo 13 del Dlgs 472/1997, a seconda dei termini entro cui il contribuente si ravvede.

Se, invece, la comunicazione della proroga (o della risoluzione) avviene con un ritardo superiore a 30 giorni, la sanzione base è di 100 euro, anche questa ridotta in base ai tempi in cui avviene la regolarizzazione.

Riguardo al secondo problema relativo alle modalità di comunicazione della rinuncia all’aumento del canone, cui resta subordinata la validità dell’opzione per l’applicazione della cedolare secca, la risoluzione chiarisce che la dichiarazione di rinuncia all’aumento del canone costituisce solo un modo per integrare il contratto in essere e l’invio della rinuncia a mezzo raccomandata ha la funzione di assicurare che la rinuncia sia stata effettivamente comunicata al conduttore. L’invio della raccomandata con la rinuncia all’aumento del canone, pertanto, è necessario solo se tale rinuncia non sia stata già prevista in sede di stipula del contratto (cfr circolare 20/2012, paragrafo 9) e nell’ipotesi in cui la durata della precedente comunicazione di rinuncia, inviata a mezzo raccomandata, risultasse diversa e inferiore a quella del contratto di locazione stipulato tra le parti.

(Agenzia delle entrate, risoluzione n. 115/E del 1 settembre 2017)

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9) Polo unico: è online il servizio “Richiesta visite mediche di controllo”

Dal 1° settembre 2017 prende avvio il Polo unico per le Visite Mediche di Controllo (VMC) che attribuisce all’INPS la competenza esclusiva ad effettuare visite fiscali sia su richiesta dei datori di lavoro (pubblici e privati), sia d’ufficio (messaggio INPS 9 agosto 2017, n. 3265).

Il decreto legislativo 27 maggio 2017, n. 75 dispone l’armonizzazione della disciplina dei settori pubblico e privato per quanto concerne le fasce orarie di reperibilità entro le quali possono essere effettuate le visite di controllo e la definizione delle modalità per lo svolgimento degli accertamenti medico legali.

In attesa della pubblicazione del decreto, le fasce di reperibilità per i dipendenti pubblici rimangono quelle sinora vigenti: dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 18.

Il citato decreto legislativo prevede, inoltre, che qualora il dipendente debba allontanarsi dal proprio domicilio per giustificati e documentati motivi deve darne preventiva comunicazione alla pubblica amministrazione di appartenenza alla quale è tenuto a fornire la relativa documentazione giustificativa.

Anche eventuali cambi del domicilio di reperibilità indicato nel certificato telematico di malattia devono essere preventivamente comunicati al proprio datore di lavoro pubblico.

Qualora il lavoratore non venga trovato al domicilio dal medico fiscale, verrà invitato a presentarsi a visita ambulatoriale presso la struttura INPS territorialmente competente. In sede di visita ambulatoriale il medico INPS valuterà l’effettiva sussistenza dell’incapacità temporanea al lavoro e la relativa prognosi, nonché gli eventuali documenti, solo se di tipo medico-sanitario, prodotti dal lavoratore a giustificazione dell’assenza a visita nelle fasce di reperibilità.

Le valutazioni delle giustificazioni non aventi carattere medico-sanitario sono di competenza del datore di lavoro pubblico al quale il lavoratore è tenuto a fornirle.

Nel rispetto della normativa sulla privacy e il trattamento di dati sensibili, le informazioni e i giudizi medico legali – anche qualora conseguenti a visite disposte su iniziativa dell’Istituto - saranno messi a disposizione del datore di lavoro pubblico, comprese le assenze al domicilio, la mancata presentazione a visita ambulatoriale nonché il giudizio medico sulle giustificazioni di assenza per motivazioni medico-sanitarie.

(INPS, nota del 01 settembre 2017)

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10) Conferma della riduzione contributiva nel settore dell’edilizia per l’anno 2017: arrivate le istruzioni operative

Come è noto, il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, con il Decreto del 5 luglio 2017, ha confermato – per il 2017 - la riduzione contributiva prevista dall’articolo 29 del d.l. 244/1995 e successive modifiche e integrazioni per gli operai a tempo pieno del settore edile.

Adesso, l’INPS, con la circolare n. 129 del 1 settembre 2017, ha confermato le indicazioni operative per l’ammissione al regime agevolato.

Dunque, il suddetto decreto ha confermato per l’anno 2017, nella misura del 11,50%, la riduzione contributiva a favore delle imprese edili, introdotta dall’articolo 29 del D.L. n. 244 del 23 giugno 1995, convertito con modificazioni nella legge 8 agosto 1995, n. 341, e successive modifiche e integrazioni. Per cui l’Istituto previdenziale procede al riepilogo della normativa che regola la materia e, al contempo, fornendo le indicazioni operative per il godimento della riduzione contributiva.

Per i periodi di paga da gennaio a dicembre 2017, hanno diritto all’agevolazione contributiva i datori di lavoro classificati nel settore industria con i codici statistici contributivi da 11301 a 11305 e nel settore artigianato con i codici statistici contributivi da 41301 a 41305, nonché caratterizzati dai codici Ateco 2007 da 412000 a 439909.

Il beneficio consiste in una riduzione sui contributi dovuti – nella misura del 11,50% – per le assicurazioni sociali diverse da quella pensionistica e si applica ai soli operai occupati 40 ore a settimana. Non spetta, quindi, per i lavoratori a tempo parziale.

In proposito, viene ricordato che la base di calcolo della suddetta riduzione deve essere ridotta in forza delle disposizioni di cui all’art. 120, commi 1 e 2, delle legge 388/2000 e all’art. 1, commi 361 e 362, della legge 266/2005; la stessa deve essere, altresì, determinata al netto delle misure compensative eventualmente spettanti.

Inoltre, l’agevolazione non trova applicazione sul contributo – pari allo 0,30% della retribuzione imponibile – previsto dall’art. 5, comma 4, della legge 21 dicembre 1978, n. 845, destinabile al finanziamento dei fondi interprofessionali per la formazione continua.

(INPS, circolare n. 129 del 1 settembre 2017)

Vincenzo D’Andò