Versamenti IVA tardivi: è a rischio il ravvedimento operoso? – Diario quotidiano del 9 agosto 2017

Pubblicato il 9 agosto 2017

1) Professionisti sottoposti ad indagini bancarie: presunzione fisco limitata solo ai versamenti
2) Se il professionista si trova quasi sempre nell’azienda non è detto che sia un lavoratore dipendente
3) Settore Automotive: esteso lo sdoganamento in mare
4) Domanda e concessione di rimborso e sgravio dei dazi: chiarimenti doganali
5) La notifica della cartella si perfeziona solo con la ricezione dell’informativa e non con la sua spedizione
6) Equo compenso delle prestazioni legali
7) Credito d’imposta per riscatto della casa sociale: decreto in G.U.
8) Versamenti Iva tardivi: è a rischio il ravvedimento operoso
9) Sisma centro Italia: agevolazioni per aree colpite
10) Emergenza migranti: riprendono gli adempimenti nelle isole Pelagie
diario-quotidiano-articoli-81) Professionisti sottoposti ad indagini bancarie: presunzione fisco limitata solo ai versamenti 2) Se il professionista si trova quasi sempre nell’azienda non è detto che sia un lavoratore dipendente 3) Settore Automotive: esteso lo sdoganamento in mare 4) Domanda e concessione di rimborso e sgravio dei dazi: chiarimenti doganali 5) La notifica della cartella si perfeziona solo con la ricezione dell’informativa e non con la sua spedizione 6) Equo compenso delle prestazioni legali 7) Credito d’imposta per riscatto della casa sociale: decreto in G.U. 8) Versamenti Iva tardivi: è a rischio il ravvedimento operoso 9) Sisma centro Italia: agevolazioni per aree colpite 10) Emergenza migranti: riprendono gli adempimenti nelle isole Pelagie *****

1) Professionisti sottoposti ad indagini bancarie: presunzione fisco limitata solo ai versamenti

Per i professionisti, in relazione alle indagini finanziarie, la presunzione è ormai limitata solo ai versamenti.

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 18801 del 28 luglio 2017, ha, infatti, rimarcato che all'interno dell’articolo 32 del Dpr 600/73 è riscontrabile una “presunzione legale” la quale opera, per ciò che concerne i redditi generati dai lavoratori autonomi, esclusivamente in relazione ai versamenti non giustificati.

Il fatto

L'Agenzia delle entrate ha accertato una maggiore base imponibile, ai fini dell'Irpef, dell'Iva e dell'Irap nei confronti di un lavoratore autonomo, esercente attività paramediche, soffermandosi sui movimenti in entrata ed in uscita dei conti correnti bancari a lui riferibili, giacché di tali movimenti il contribuente non era riuscito a fornire giustificazione. L'impugnazione del relativo avviso non ha avuto successo in primo grado, ma la Commissione tributaria regionale ha accolto l'appello del contribuente, sulla base della irretroattività della L. n. 311 del 2004; in particolare, il giudice d'appello ha fatto leva sulla circostanza che nel 2004 il professionista non poteva sapere di dovere annotare tutte le entrate e le uscite relative alla propria attività in modo distinto o di dovere analogamente annotare i costi.

Contro questa sentenza l'Agenzia delle entrate propone ricorso per ottenerne la cassazione, che affida ad un unico motivo, cui il contribuente replica con controricorso.

La decisione

Secondo l’orientamento consolidato della massima Corte (tra varie, vedi Cass. 14 gennaio 2011, n. 802), anche prima dell'entrata in vigore della L. 30 dicembre 2004 n. 311, si applicava nei confronti dei professionisti la presunzione di cui all'art. 32, comma 1, n. 2, del D.P.R. n. 600/1973, secondo cui tutti i movimenti operati sul conto corrente si presumono - salva la prova contraria - entrate di carattere professionale (da ultimo, Cass. 26 aprile 2017, nn. 10249, 10250 e 10251). Tuttavia, questa presunzione resta invariata anche con riguardo al professionista o lavoratore autonomo, limitatamente ai versamenti operati sui relativi conti correnti. È, invece, venuta meno, in esito alla sentenza della Corte costituzionale n. 228 del 2014, l'equiparazione logica tra attività imprenditoriale e professionale con riguardo ai prelevamenti sui conti correnti (tra varie, Cass. 9 agosto 2016, n. 16697 e 16999; ord. 10 febbraio 2017, n. 3628; ord. 16 febbraio 2017, n. 4087; 28 febbraio 2017, nn. 5152 e 5153; 17 marzo 2017, n. 6947; nn. 10249, 10250 e 10251/17, cit.).

La Corte suprema precisa che la Consulta, pur riferendosi in dispositivo ai compensi, ha specificato in motivazione che è arbitraria l'omogeneità di trattamento tra imprenditori da un lato e liberi professionisti e lavoratori autonomi dall'altro soltanto in relazione alla costruzione presuntiva del prelevamento come un costo a sua volta produttivo di un ricavo. È quindi soltanto con riguardo alla somma prelevata che la Corte ha escluso l'operatività della doppia correlazione in virtù della quale si ritiene che essa sia stata utilizzata per l'acquisizione, non contabilizzata o non fatturata, di fattori produttivi e che tali fattori abbiano prodotto beni o servizi venduti a loro volta senza essere contabilizzati o fatturati. Ciò perchè per un verso l'attività svolta dai lavoratori autonomi si caratterizza per la preminenza dell'apporto del lavoro proprio e la marginalità dell'apparato organizzativo e, per altro verso, gli eventuali prelevamenti (che peraltro dovrebbero essere anomali rispetto al tenore di vita secondo gli indirizzi dell'Agenzia delle entrate) vanno ad inserirsi in un sistema di contabilità semplificata di cui generalmente e legittimamente si avvale la categoria, da cui deriva la fisiologica promiscuità delle entrate e delle spese professionali e personali.

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2) Se il professionista si trova quasi sempre nell’azienda non è detto che sia un lavoratore dipendente

Non è la presenza in azienda che fa scattare la presunzione che il lavoratore autonomo sia in realtà un dipendente.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 19436 del 3 agosto 2017, che interviene in merito ai requisiti necessari per la riconducibilità a subordinazione delle prestazioni autonome dei lavoratori.

In particolare, la Suprema Corte ha affermato che non basta la presenza assidua di un lavoratore per vantare il rapporto di subordinazione in luogo della prestazione autonoma: va provata la percezione di una retribuzione fissa, nonché l’obbligo di presenza in determinate fasce orarie.

Secondo la Suprema Corte, ai fini della qualificazione del rapporto di lavoro come autonomo o subordinato, è censurabile in sede di legittimità soltanto la determinazione dei criteri generali ed astratti da applicare al caso concreto, mentre costituisce accertamento di fatto, come tale incensurabile in detta sede, se sorretto da motivazione adeguata ed immune da vizi logici e giuridici, la valutazione delle risultanze processuali che hanno indotto il giudice del merito ad includere il rapporto controverso nell’uno o nell'altro schema contrattuale.

Nel caso esaminato dalla dal giudice di legittimità, non è riscontrabile il suddetto vizio, avendo la Corte d’appello motivatamente dato conto delle acquisite risultanze testimoniali e delle allegazioni di parte, concludendo nel senso che non poteva affermarsi che l’appellante fosse tenuta all’osservanza di un orario di lavoro e a giustificare le proprie assenze, laddove d’altro canto la presenza, anche continuativa, della ricorrente presso il centro estetico gestito dalla società convenuta non era incompatibile con lo svolgimento, da parte della lavoratrice, di un’attività lavorativa autonoma. Inoltre, risultava evidente, secondo le testimonianze all’uopo citate, che l’appellante non aveva e non poteva un rapporto di lavoro subordinato con la società appellata, perché aveva una sua “lavorante”, eseguiva trattamenti estetici in proprio anche a domicilio ed organizzava il lavoro secondo le proprie esigenze. Per di più, l’attrice non aveva comprovato di aver percepito una retribuzione mensile, come invece allegato co