La rottamazione delle liti pendenti con l’Agenzia delle Dogane – Diario quotidiano del 20 giugno 2017

Pubblicato il 20 giugno 2017



1) Ipoteca su beni immobili: prima ci vuole l’avviso al contribuente
2) Accertamento Irpef sintetico nullo
3) L’amministratore può prelevarsi i rimborsi spese dal c/c condominiale
4) Registro Telematico dei dati della contabilità del depositario autorizzato
5) Definizione delle liti fiscali pendenti con le Dogane
6) Con la cancellazione della società resta la legittimazione dei soci in giudizio
7) Domande per l’Ape sociale: decreti in G.U.
8) Adottato il nuovo principio professionale (SA Italia) 720B
9) Modificato anche il termine di versamento del diritto annuale
10) Filtro sull’azione di classe nella giurisprudenza della Cassazione
CT_Facebook_Cover_828x3151) Ipoteca su beni immobili: prima ci vuole l’avviso al contribuente 2) Accertamento Irpef sintetico nullo 3) L’amministratore può prelevarsi i rimborsi spese dal c/c condominiale 4) Registro Telematico dei dati della contabilità del depositario autorizzato 5) Definizione delle liti fiscali pendenti con le Dogane 6) Con la cancellazione della società resta la legittimazione dei soci in giudizio 7) Domande per l’Ape sociale: decreti in G.U. 8) Adottato il nuovo principio professionale (SA Italia) 720B 9) Modificato anche il termine di versamento del diritto annuale 10) Filtro sull’azione di classe nella giurisprudenza della Cassazione *****

In materia di ipoteca su beni immobili occorre la preventiva comunicazione dell’Amministrazione finanziaria.

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 14852 del 14 giugno 2017, ha accolto il ricorso del contribuente e ha condannato condanna Equitalia Sud SpA al pagamento delle spese del giudizio di legittimità liquidate in € 3.000,00, oltre € 200,00 per esborsi, oltre il 15% per spese generali, oltre accessori di legge.

Il ricorrente aveva ricevuto iscrizione di ipoteca, che ha impugnato davanti al giudice tributario, adducendo diversi vizi di forma dell’atto in questione. I giudici di merito hanno rigettato la domanda in parte in primo grado, ed integralmente in secondo.

Contro la decisione della CTR il contribuente ha proposto due motivi di ricorso, illustrati da memoria, ai quali si è opposta Equitalia con controricorso, eccependo che l’ipoteca è stata cancellata in data 14.5.2013 (dopo il giudizio di primo grado) e chiedendo, di conseguenza l’inammissibilità del ricorso per carenza d'interesse.

Secondo l’orientamento della Corte suprema, "In tema di riscossione coattiva delle imposte, l'Amministrazione finanziaria prima di iscrivere l'ipoteca su beni immobili ai sensi dell'art. 77 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 (nella formulazione vigente "ratione temporis"), deve comunicare al contribuente che procederà alla suddetta iscrizione, concedendo al medesimo un termine - che può essere determinato, in coerenza con analoghe previsioni normative (da ultimo, quello previsto dall'art. 77, comma 2 bis, del medesimo D.P.R., come introdotto dal d.l. 14 maggio 2011, n. 70, conv. con modif dalla legge 12 luglio 2011, n. 106), in trenta giorni - per presentare osservazioni od effettuare il pagamento, dovendosi ritenere che l'omessa attivazione di tale contraddittorio endoprocedimentale comporti la nullità dell'iscrizione ipotecaria per violazione del diritto alla partecipazione al procedimento, garantito anche dagli artt. 41, 47 e 48 della Carta dei diritti fondamentali della Unione europea, fermo restando che, attesa la natura reale dell'ipoteca l'iscrizione mantiene la sua efficacia fino alla sua declaratoria giudiziale d'illegittimità" (Cass. n. 19667/14).

Nel caso di specie, tale principio trova piena applicazione, giacché, il concessionario non ha inviato alla parte contribuente una comunicazione preventiva che lo mettesse in condizione di evitare l’evento pregiudizievole dell’iscrizione del gravame, anche attraverso l’adempimento spontaneo del debito sottostante all’iscrizione ipotecaria, inoltre, dall’esame degli atti è emerso che tale eccezione era stata sollevata dalla parte contribuente fin dal ricorso introduttivo e, quindi, non è una questione nuova, sollevata per la prima volta nella presente sede di legittimità.

In conclusione, la Cassazione ha, pertanto, accolto il ricorso del contribuente.

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2) Accertamento Irpef sintetico nullo

In relazione all’accertamento Irpef sul possesso di beni, la presunzione di capacità di spesa del contribuente necessita di attenta verifica.

E’ nullo l’accertamento Irpef “redditometrico” basato su un’imbarcazione vetusta e un immobile ricevuto per donazione.

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 14825 del 14 giugno 2017, ha condannato l’Agenzia delle entrate al pagamento, in favore del contribuente, delle spese del giudizio di legittimità liquidate in euro 2.000, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%.

Va, quindi, annullato l’accertamento basato sul redditometro basato su un’imbarcazione e su un immobile abitativo nel momento in cui il contribuente riesce a dimostrare che l’acquisto del natante risaliva a molti anni prima rispetto all’annualità accertata e l’immobile sia pervenuto per donazione.

Nel caso di specie, l'Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso per cassazione nei confronti della sentenza della Commissione tributaria regionale della Calabria che aveva accolto l'appello del contribuente contro la decisione della Commissione tributaria provinciale di Cosenza che, invece, aveva rigettato l'impugnazione contro l'avviso di accertamento IRPEF, per l'anno 2007.

Nella decisione impugnata, la CTR ha osservato come l'immobile era stato trasferito per donazione, mentre l'acquisto dell'imbarcazione risaliva a diversi anni precedenti l'anno di imposta contestato, mentre, d'altronde, nell'accertamento non vi sarebbero state indicazioni chiare in ordine al maggior reddito da capitale percepito nell'anno di riferimento.

L’Agenzia delle entrate ha, quindi, perso su tutti i fronti. Difatti, la Cassazione non ha accolto neppure il secondo motivo, in tema di accertamento dei redditi con metodo sintetico ex art. 38 del D.P.R. n. 600 del 1973, attinge la ratio della sentenza di secondo grado: non si discute del fatto che la disponibilità di un alloggio e di un natante possano integrare, ai sensi dell'art. 2 del d.P.R. citato, nella versione ratione temporis vigente, una presunzione di capacità contributiva "legale" ai sensi dell'art. 2728 c.c., quanto piuttosto del fatto che, secondo la CTR, l'avviso di accertamento (ancora una volta) sia carente ab origine degli elementi idonei ad integrare la presunzione; che al rigetto del ricorso segue la condanna della ricorrente alla rifusione delle spese processuali in favore del contribuente.

In conclusione, ricorso dell’Amministrazione finanziaria respinto.

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3) L’amministratore può prelevarsi i rimborsi spese dal c/c condominiale

L’amministratore si può prelevare i rimborsi spese a lui spettanti dal c/c del condominio. Dunque l’eventuale responsabilità dell’amministratore si vede dai conti condominiali.

E' imprescindibile l’esame della contabilità dello stabile, nell’accertamento di un’eventuale responsabilità dell’amministratore di condominio. Lo ha deciso dal Tribunale di Milano, con la sentenza del 21 marzo 2017, che ha revocato il decreto ingiuntivo con cui era stato contestato a un amministratore il prelievo ingiustificato di somme dal conto corrente condominiale. Per controllare l’esistenza di un credito a carico dell’amministratore verso i condòmini, infatti, è necessario verificare la corrispondenza tra «le somme corrisposte dai condomini e i debiti del condominio verso i fornitori».

L’amministratore, nello svolgere le attività disposte dall’articolo 1130 del Codice civile, ha fra i suoi obblighi quello di incassare le rate condominiali e pagare i fornitori per i servizi necessari allo stabile, servendosi di uno specifico conto corrente condominiale, previsto dall’articolo 1129, comma 7, del Codice civile. L’esistenza del conto è quindi finalizzata a evitare «confusioni e sovrapposizioni tra il patrimonio del condominio e il conto personale dell’amministratore o eventualmente quello di altri differenti condomini, da lui amministrati» (Cassazione, sentenza 7162/2012). La legge, fra l’altro, prevede che ciascun condomino, in qualsiasi momento, possa prendere visione del conto ed estrarre copia della rendicontazione.

Come precisato più volte anche dai giudici di merito, la predisposizione del conto è necessaria per garantire la «tutela del diritto di ciascun condomino a verificare la destinazione dei propri esborsi, a prescindere dall’effettiva e concreta destinazione delle somme medesime, dalla mancanza di irregolarità di gestione dei fondi, dall’approvazione dei rendiconti da parte dell’assemblea» (Tribunale Salerno, 3 maggio 2011).

Nel caso in esame, pur avendo il Tribunale riscontrato una «non corretta gestione della contabilità condominiale, con commistione continua tra la contabilità condominiale e quella privata dell’amministratore e con passaggi di denaro dai conti correnti dell’uno a quelli dell’altro», l’amministratore è stato in grado di giustificare come le somme prelevate dal conto corrente condominiale fossero delle forme di rimborsi di spese effettuate per servizi resi a favore del condominio e preventivamente sostenute con i suoi stessi soldi.

Allo stesso tempo, i giudici milanesi hanno verificato che il condominio non ha riportato la documentazione necessaria ad accertare le ragioni a fondamento del credito, come la rendicontazione di gestione. Per il riconoscimento della prova del credito, infatti, non basta la sola «dimostrazione dei prelievi effettuati dagli amministratori operati sul conto corrente condominiale», visto che ciò potrà essere confermato solo con un approfondito esame della contabilità del condomino. Provando l’assoluta equivalenza tra i versamenti al conto condominiale e i prelievi da lui effettuati per pagare i servizi necessari alla gestione condominiale, l’amministratore ha dato prova certa dell’inesistenza del suo debito verso i condomini.

Non solo. Per i periodi successivi a quelli contestati, ha anche dimostrato come i versamenti effettuati a favore del condominio abbiano superato i rimborsi incassati e come si sia ugualmente limitato a non pretendere ulteriori somme da parte degli stessi. Per questi motivi, il tribunale ha revocato definitivamente il decreto ingiuntivo, che avrebbe condannato l’amministratore al pagamento della somma contestata.

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4) Registro Telematico dei dati della contabilità del depositario autorizzato

Pubblicata la determina dell’Agenzia delle Dogane del 15 giugno 2017.

Il Registro Telematico dei dati della contabilità risiede sul sistema informativo dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli e sostituisce, per i depositari autorizzati che intendono avvalersene nei modi e termini descritti al successivo articolo 2, i registri cartacei la cui tenuta è obbligatoria ai sensi del decreto legislativo 26 ottobre 1995 n. 504.

Il Registro Telematico è unico per depositario autorizzato che lo alimenta con i dati delle contabilità trasmessi esclusivamente in forma telematica secondo le modalità e i termini specificati all’articolo 4 a seguito della chiusura dei registri cartacei e all’avvenuta inizializzazione del Registro Telematico da effettuarsi nelle forme disposte.

La conservazione dei dati del Registro Telematico mediante archiviazione elettronica nel Sistema informativo dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli sostituisce la custodia cartacea di cui al comma 1 e non esime da rilievi che potranno essere formalizzati per accertate irregolarità commesse, per discordanza tra i dati inviati telematicamente e quelli risultanti dai documenti a scorta delle movimentazioni o per la constatazione di eccedenze e deficienze nel deposito o nella circolazione superiori ai limiti consentiti.

Adesione al Registro Telematico e Istruttoria per l’aggiornamento dell’Anagrafica Accise.

I depositari autorizzati che intendono avvalersi del Registro Telematico presentano istanza telematica di adesione.

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5) Definizione delle liti fiscali pendenti con le Dogane

Possibile definizione delle liti fiscali pendenti con le Dogane. Art. 5-bis della Legge 1° dicembre 2016, n. 225, di conversione, con modificazioni, del decreto-legge 22 ottobre 2016, n. 193, recante “Disposizioni urgenti in materia fiscale e per il finanziamento di esigenze indifferibili”.

L’Agenzia delle dogane ha dedicato la nota n. 71066 del 15 giugno 2017.

Il Generale Organo Legale ricomprende nell’alveo della disposizione normativa la generalità dei giudizi tributari pendenti volti al recupero dell’accisa e dell’IVA afferente, su prodotti energetici, alcole e bevande alcoliche.

La norma pone come limite temporale che debba trattarsi di contenzioso ingeneratosi per fatti posti in essere antecedentemente al 1° aprile 2010.

E’ questa la prima delle condizioni cui il legislatore subordina l’autorizzazione, riconosciuta in capo all’Agenzia, a definire, entro il 30 settembre 2017.

Per quanto riguarda l’espresso riferimento alla data del 1° aprile 2010, contenuto nell’art. 5 bis, è manifesto l’intendimento del legislatore di rivolgere, principalmente, l’attenzione ai giudizi tributari derivanti dall’applicazione dell’art. 4, comma 1, del decreto legislativo 26 ottobre 1995, n. 504, nella formulazione in vigore fino alla predetta data, che disponeva, ai fini dell’abbuono dell’accisa in caso di perdita o distruzione dei prodotti in regime sospensivo, l’equiparazione al caso fortuito ed alla forza maggiore dei fatti dolosi o colposi compiuti da terzi purché gli eventi verificatisi non fossero riconducibili a fatti imputabili al soggetto passivo a titolo di dolo o colpa grave.

In sostanza, veniva ammesso l’abbuono dell’imposta in favore del soggetto passivo nell’ipotesi in cui il procedimento penale instauratosi si fosse concluso con decreto di archiviazione o sentenza irrevocabile da cui non risultasse il coinvolgimento del medesimo. Restava fermo il recupero dell’imposta nei confronti degli effettivi autori del reato.

Invero, la controversa applicazione della norma ha comportato l’insorgere di contenzioso, ancora non definitosi, che potrebbe trovare ora soluzione nella composizione transattiva.

Peraltro, a decorrere dal 1° aprile 2010 il recepimento della direttiva 2008/118/CE ha determinato la modifica dell’art. 4 del Testo Unico delle Accise e il conseguente venir meno del riconoscimento dell’abbuono di accisa per fatti dolosi o colposi compiuti da terzi, precludendo in radice l’instaurarsi di nuovi contenziosi.

La seconda condizione individuata dal legislatore perché si possa accedere a transazione è che il soggetto obbligato eserciti la facoltà di offrire in pagamento una somma pari almeno al 20% dell’importo dovuto a titolo di accisa e IVA afferente. Considerato che la misura del 20% costituisce il limite minimo, prescritto dalla legge, il soggetto obbligato può proporre in pagamento una percentuale del tributo dovuto pari o superiore al predetto limite, ferma restando la non debenza di interessi, indennità di mora e sanzioni.

Il soggetto obbligato ha inoltre la possibilità di procedere al pagamento di quanto definito per effetto dell’atto transattivo attraverso due modalità tra loro alternative:

- in un’unica soluzione, entro 60 giorni dalla stipula della transazione;

- in rate annuali, di pari ammontare, di numero non superiore a 7, con la corresponsione degli interessi nella misura stabilita dall’art. 1284 c.c. maggiorata di 2 punti.

Qualora i fatti che hanno ingenerato il contenzioso tributario ammissibile a transazione abbiano determinato l’instaurazione di un procedimento penale, ai sensi del comma 4 dell’art. 5-bis, lo stesso deve essersi concluso, “senza che sia stata pronunciata una sentenza di condanna passata in giudicato in cui sia riconosciuto dolo o colpa grave dello stesso soggetto obbligato”.

Per quanto riguarda le fasi prodromiche alla transazione, l’Avvocatura Generale dello Stato ha, preliminarmente, enfatizzato il dato ontologico secondo cui «l’Agenzia non è vincolata per legge ad accettare ogni e qualsiasi proposta proveniente dalla controparte, dovendo e potendo liberamente determinarsi a concludere il contratto transattivo. Non si è infatti in presenza di un “condono”, ma, sempre sulla base della formulazione letterale della norma, ad una “transazione”, caratterizzata da reciproche concessioni […] ».

Queste ultime, aggiunge, andranno valutate “caso per caso”, così da evitare che si possa ipotizzare la realizzazione di una rinuncia generale ed indiscriminata alle pretese tributarie.

A tal fine le reciproche concessioni dovranno comunque essere ispirate ai seguenti criteri:

1) garantire che l’accordo transattivo non risulti manifestamente sproporzionato rispetto alla pretesa tributaria originaria;

2) assicurare la parità di trattamento tra i soggetti interessati da situazioni simili.

Oltre a ciò si dovrà procedere all’apprezzamento dei profili di natura oggettiva ed a quelli relativi alla sfera patrimoniale del soggetto obbligato.

Nella stima della congruità dell’importo si terrà conto dello stato e grado del contenzioso pendente, della durata della controversia, nonché dell’aleatorietà dell’esito dello stesso. In ordine alla valutazione sulla solvibilità del soggetto obbligato occorrerà fare riferimento, oltre che alla reale consistenza patrimoniale, anche al rischio dell’incombenza di possibili e probabili esposizioni a procedure concorsuali con la conseguente compromissione delle ragioni dell’erario.

Nella valutazione delle proposte di transazione aventi ad oggetto fattispecie per le quali, pur in presenza di notizia di reato, non si fosse instaurato il procedimento penale, si dovrà comunque tener conto del concreto comportamento tenuto dal soggetto obbligato, con particolare riferimento agli eventuali profili di gravità della condotta.

Per altra via, con specifico riguardo al contenzioso tributario pendente in relazione all’applicazione delle disposizioni dell’art. 4 del Testo Unico delle Accise nella versione in vigore fino al 1° aprile 2010, l’Avvocatura Generale dello Stato scandisce testualmente: “L’intervenuta modifica legislativa dell’art. 4 D.Lgs. 504/1995, che ha espunto il fatto del terzo, collegando l’abbuono solo alla perdita irredimibile e alla distruzione del prodotto, rende tali fattispecie non più attuali, sicché per questa tipologia di transazione, ci si potrà attestare sul limite inferiore (almeno il 20%) della percentuale indicata dalla norma”.

Conseguentemente, al di là dei criteri sin qui delineati, la valutazione delle proposte di transazione aventi ad oggetto le fattispecie da ultimo individuate dovrà necessariamente tener conto della circostanza che le stesse non risultano essere più attuali, essendo venuta meno l’equiparazione al caso fortuito ed alla forza maggiore dei fatti dolosi o colposi compiuti da terzi, sicché paiono definibili con lo strumento allo scopo prescelto dal legislatore.

Riguardo allo schema procedimentale da seguire per addivenire alla transazione, l’Avvocatura ha condiviso i passaggi operativi delineati dall’Amministrazione che qui di seguito si declinano:

1) formulazione da parte del soggetto obbligato della proposta di transazione rivolta, per il tramite dell’Ufficio delle dogane che ha emesso l’atto impugnato, alla Struttura territoriale di vertice nel cui ambito insiste il predetto Ufficio. La proposta deve prevedere oltre che l’importo offerto in pagamento, anche le modalità di versamento dello stesso (unica soluzione o rate annuali di pari importo) e della definizione del contenzioso pendente. In linea con quanto previsto dall’art. 3, comma 4-bis, del decreto legislativo n. 504 del 1995, in tema di rateizzazione

dell’accisa, dovrà prevedersi che, in caso di mancato o ritardato pagamento anche di una sola rata, opererà la risoluzione automatica del contratto e il conseguente diritto dell’Amministrazione di pretendere l’intero importo;

2) l’Ufficio delle dogane trasmette gli atti alla sovraordinata Struttura territoriale di vertice, corredando la proposta del proprio parere, anche in ordine alla sussistenza delle condizioni imposte dall’art. 5-bis, richiamate in epigrafe, nonché all’ammontare offerto in transazione;

3) la Struttura territoriale di vertice procede alla valutazione della proposta, alla luce dei contributi trasmessi dall’Ufficio delle dogane e, occorrendo, di eventuali ulteriori autonomi approfondimenti, allo scopo di formarsi il convincimento in ordine alla congruità dell’offerta del soggetto obbligato, ovvero di formulare una proposta alternativa; nel caso in cui la proposta difetti delle condizioni e dei presupposti di cui all’art. 5-bis, la Struttura territoriale di vertice ne determinerà l’inammissibilità;

4) trasmissione all’Avvocatura Distrettuale competente nell’ambito delle rispettive circoscrizioni della bozza dell’atto di transazione che la Struttura territoriale di vertice è disponibile a sottoscrivere, corredata di tutta la documentazione utile, inclusa, nell’eventualità della formulazione di una proposta alternativa, quella originaria formulata dal soggetto obbligato, ai fini dell’acquisizione di un parere di legittimità e congruità. L’Avvocatura Distrettuale può essere interpellata anche per l’assistenza alla redazione dell’atto transattivo ai sensi del punto 4 del protocollo d’intesa;

5) acquisito il parere dell’Avvocatura Distrettuale, la Struttura territoriale di vertice trasmette al soggetto obbligato il testo del contratto di transazione in relazione al quale sussiste la disponibilità alla sottoscrizione, fissando la data nella quale procedere alla reciproca sottoscrizione dell’atto. Trascorso inutilmente detto termine, in assenza di un giustificato motivo che ne legittimi il differimento, addotto dal soggetto obbligato, la disponibilità alla transazione dovrà intendersi revocata.

Il soggetto obbligato procederà al pagamento dell’intero importo pattuito in transazione o della prima rata convenuta entro il termine perentorio di 60 giorni decorrenti dalla sottoscrizione dell’atto transattivo, fornendone prova alla Struttura territoriale di vertice e all’Ufficio delle dogane competenti.

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6) Con la cancellazione della società resta la legittimazione dei soci in giudizio

La società estinta non cancella le pretese del fisco verso i soci. La Corte di Cassazione, con la sentenza 15035 del 16 giugno 2017, ha stabilito che l’estinzione della società non fa venir meno la legittimazione attiva e passiva dei soci in giudizio, anche se la pretesa del fisco resta comunque vincolata a quanto eventualmente percepito nel riparto dell’attivo di liquidazione. La pronuncia sembra confermare il nuovo orientamento emerso di recente che contrasta con le consolidate passate posizioni giurisprudenziali.

Cancellazione di una società di capitali dal registro delle imprese: effetti sui debiti insoddisfatti

Secondo la Corte di Cassazione (Cass. 7 aprile 2017 n. 9094), in caso di cancellazione di una società di capitali dal registro delle imprese nel corso di un procedimento giudiziario, il creditore può proseguire l’azione nei confronti degli ex soci anche quando la chiusura della società è avvenuta a seguito di una liquidazione senza ripartizione dell’attivo.

La sentenza si pone in contrasto con un’altra recente sentenza della Cassazione (Cass. 31 gennaio 2017 n. 2444) secondo la quale gli ex soci subentrano nei rapporti debitori solo se e nei limiti in cui abbiano goduto di un qualche riparto ad esito della liquidazione.

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7) Domande per l’Ape sociale: decreti in G.U.

Dal 17 giugno 2017 le domande per l'Ape sociale, nel 2017 pensione per 60mila persone.

I decreti (n. 87 e n. 88 del 23 maggio 2017) sul pensionamento anticipato dei lavoratori precoci e sull'Ape sociale sono stati pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale n. 138 del 16 giugno 2917 e dal giorno successivo possono essere inviate le domande all'Inps. Nel 2017 potranno andare a riposo, secondo le stime del Governo, circa 60.000 persone (35.000 per l'Ape sociale e 25.000 per i precoci), mentre altri 45.000 potrebbero avere i requisiti nel 2018 (20.000 Ape sociale e 25.000 precoci).

iene data l'opportunità a lavoratori in condizioni di difficoltà di anticipare fino a tre anni e sette mesi l'età di pensionamento, con potenziali effetti positivi sul ricambio generazionale in azienda e quindi sulle opportunità di ingresso al lavoro per i giovani.

Le domande potranno essere fatte esclusivamente per via telematica e per il 2017 andranno inviate entro il 15 luglio. Se qualcuno avesse già presentato la richiesta questa andrà nuovamente inviata perchè valida solo dopo la pubblicazione dei decreti in Gazzetta. Per l'Ape le domande per il 2017 andranno accolte entro una spesa di 300 milioni. L'Inps metterà a punto una graduatoria entro il 15 ottobre. In caso di risorse insufficienti avranno la priorità coloro che sono più vicini all'età per la pensione di vecchiaia.

Ecco in sintesi cosa prevedono le norme che consentiranno il pensionamento anticipato ai lavoratori precoci con almeno 41 anni di contributi e di ottenere l'indennità l'Ape ai disoccupati e disabili con almeno 63 anni e con ammortizzatori sociali esauriti. La misura "sociale" è sperimentale in vigore dal 1 maggio 2017 al 31 dicembre 2018, mentre quella per i precoci e' stabile e prevede un pensionamento a tutti gli effetti.

APE: A CHI E' RIVOLTO

L'Anticipo spetta ai lavoratori pubblici e privati con almeno 63 anni di età purché siano disoccupati che hanno esaurito gli ammortizzatori da almeno tre mesi; persone che assistono il coniuge o un parente di primo grado convivente con handicap grave; invalidi civili almeno al al 74%; dipendenti che svolgono da almeno sei anni (negli ultimi sette) in via continuativa un lavoro particolarmente difficoltoso o rischioso.

COME FUNZIONA: L'indennità e' corrisposta per 12 mensilità nell'anno, fino all'età prevista per il conseguimento della pensione di vecchiaia o comunque fino al raggiungimento dei requisiti per la pensione anticipata. Nel caso in cui le risorse finanziarie stanziate siano insufficienti rispetto al numero degli aventi diritto, la decorrenza dell'indennità e' differita dando priorità ai richiedenti più anziani.

QUANTO SPETTA: L'indennità è pari all'importo della rata mensile di pensione calcolata al momento dell'accesso alla prestazione (se inferiore a 1.500 euro) o pari a 1.500 euro se la pensione è pari o maggiore di questo importo. L'importo non è rivalutato.

REQUISITI: Bisogna avere almeno 63 anni di età e almeno 30 anni di anzianità contributiva per disoccupati e disabili. Per i lavoratori che svolgono attività difficoltose o rischiose l'anzianità contributiva minima è di 36 anni; maturare il diritto alla pensione di vecchiaia entro tre anni e sette mesi; non essere titolari di pensione diretta.

SI PUO' LAVORARE: Il beneficiario dell'Ape sociale può lavorare purché i redditi da lavoro percepiti non superino gli 8.000 euro lordi annui, e quelli derivanti da lavoro autonomo non superino i 4.800 euro. In caso di superamento dei limiti il soggetto decade dall'Ape sociale, l'indennità percepita nel corso dell'anno diventa indebita e si procede al recupero.

PRECOCI: I lavoratori precoci, ovvero coloro che hanno lavorato almeno un anno prima dei 19 anni, potranno andare in pensione con 41 anni di contributi, anche prima dei 63 anni di età. Il requisito in futuro (nel 2019) sarà adeguato alla speranza di vita. Potranno fare richiesta i lavoratori precoci disoccupati che hanno esaurito gli ammortizzatori da almeno tre mesi, invalidi con un grado di almeno il 74% o coloro che svolgono da almeno sei anni in via continuativa un'attività gravosa. La domanda va presentata all'Inps entro il 15 luglio in caso di requisiti raggiunti entro il 2017 e entro il 1 marzo degli anni successivi per i requisiti che si raggiungono entro l'anno. Il limite di spesa per il 2017 per i precoci è di 360 milioni.

(GDS, nota del 17 giugno 2017)

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8) Adottato il nuovo principio professionale (SA Italia) 720B

Con determina del Ragioniere generale dello Stato prot. n. 129507 del 15 giugno 2017 è stato adottato il nuovo principio professionale (SA Italia) 720B, concernente le responsabilità del soggetto incaricato della revisione legale relativamente alla relazione sulla gestione e ad alcune specifiche informazioni contenute nella relazione sul governo societario e gli assetti proprietari.

La nuova versione del principio di revisione (SA Italia) 720B, é stata pubblicata, sul sito della revisione legale (www.revisionelegale.mef.gov.it).

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9) Modificato anche il termine di versamento del diritto annuale

Dal 16 è passata al 30 giugno la scadenza per il pagamento del diritto annuale dovuto dalle imprese iscritte nel Registro Imprese.

Lo ha precisato il Ministero Sviluppo Economico con la nota n. 183730 del 17 maggio 2017.

Il versamento dovrà essere effettuato entro il termine previsto per il pagamento del primo acconto delle imposte sui redditi, che per il 2017 è il 30 giugno (salvo il diverso termine previsto dall’art. 17 del D.P.R. n. 435/2001, per le società di capitali con esercizio non coincidente con anno solare).

Per i pagamenti effettuati nei trenta giorni successivi ai suddetti termini si applica la maggiorazione dello 0,40%, ai sensi dell’art. 17 comma 2 del D.P.R. n. 435/2001.

Tale maggiorazione deve essere versata in centesimi, con arrotondamento matematico in base al 3° decimale, ed è, comunque, dovuta anche in caso di compensazione di crediti, per versamenti effettuati entro 30 giorni dal termine di scadenza.

Versamenti F24

Il versamento del diritto annuale, eseguito con il modello F24, deve essere compilato nella sezione “IMU ED ALTRI TRIBUTI LOCALI” ed utilizzando il codice tributo 3850.

Deve, inoltre, essere indicato negli appositi spazi quale “codice ente” la sigla della provincia in cui ha sede la Camera di Commercio destinataria del versamento e quale “anno di riferimento”, l'anno d'imposta cui si riferisce il versamento.

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10) Filtro sull’azione di classe nella giurisprudenza della Cassazione

Le Sezioni unite della Corte di Cassazione, con la sentenza 1 febbraio 2017, n. 2610, hanno affrontato la questione se sia possibile o meno il ricorso per cassazione contro l’ordinanza che dichiara inammissibile l’azione di classe ai sensi dell’articolo 140-bis del Codice del consumo. La pronuncia chiarisce inoltre gli effetti di tale ordinanza per i soggetti coinvolti, indicando quali opzioni restano a loro disposizione per far valere la pretesa risarcitoria. Assonime, con il Note e Studi n. 8 del 19 giugno 2017, dopo aver ricordato la ratio del “filtro” di ammissibilità dell’azione di classe e i tratti essenziali della disciplina, ripercorre la precedente giurisprudenza della Cassazione sul tema e si sofferma sulle indicazioni rese da ultimo dalle Sezioni Unite.

Quadro normativo e termini della questione

In Italia, come nella maggior parte degli ordinamenti europei ed extraeuropei in cui esistono meccanismi processuali di tutela risarcitoria in forma collettiva, la domanda che introduce un’azione di classe è sottoposta a un vaglio preliminare di ammissibilità, cosiddetto filtro, da parte del giudice. L’obiettivo è limitare l’applicazione dell’azione di classe alle ipotesi in cui essa costituisce uno strumento appropriato per la trattazione congiunta di una pluralità di richieste di risarcimento e arrestare le iniziative pretestuose, che generano inefficienze per l’amministrazione della giustizia e costi elevati per il convenuto, anche in termini di reputazione.

L’articolo 140-bis identifica quattro cause di inammissibilità della domanda: la sua manifesta infondatezza, la sussistenza di un conflitto di interessi, la mancanza di omogeneità dei diritti individuali tutelabili e l’inidoneità del proponente a curare adeguatamente l’interesse della classe.

Nel caso in cui la domanda venga ritenuta inammissibile, il giudice con l’ordinanza regola le spese, condannando eventualmente il promotore soccombente a risarcire i danni da lite temeraria, e determina il regime di pubblicità a carico del medesimo soggetto.

Se invece l’azione di classe viene ammessa, l’ordinanza fissa termini e modalità per dare pubblicità all’iniziativa e consentire così la tempestiva adesione degli appartenenti alla classe. Allo stesso tempo, l’ordinanza ammissiva definisce i caratteri dei diritti individuali oggetto del giudizio e i criteri di appartenenza alla classe, fissa il termine per l’adesione degli interessati e determina le disposizioni sul corso della procedura nonché le necessarie misure organizzative (che possono però anche essere definite con una diversa e successiva ordinanza).

Ordinanza di inammissibilità dell’azione di classe: la pronuncia delle Sezioni unite

Nella sentenza 1 febbraio 2017, n. 2610, le Sezioni unite ricordano anzitutto che, alla luce della disciplina di cui all’articolo 140-bis, l’azione di classe è un “mezzo processuale di tutela” apprestato dal legislatore per far valere una pretesa risarcitoria, che “si aggiunge a quello ordinario spettante al singolo interessato”. Sebbene sia vero che l’aggregazione delle pretese conferisce alle stesse una efficacia più incisiva nei confronti del danneggiante, resta comunque il fatto che l’obiettivo dell’azione di classe – nel caso in siano coinvolti diritti soggettivi (come nella causa in questione) e non un interesse collettivo (come pure sarebbe consentito dall’articolo 140-bis a seguito delle modifiche introdotte nel 2012) – è conseguire il ristoro del pregiudizio subito dai singoli appartenenti alla classe. Si tratta quindi dello stesso obiettivo che potrebbe essere realizzato mediante un’azione individuale.

Venendo quindi al cuore della questione controversa, le Sezioni unite escludono in modo categorico la natura decisoria della pronuncia di inammissibilità resa dalla Corte d’appello in sede di reclamo, facendo leva sulla formulazione dell’articolo 140-bis. In particolare, il comma 15 fa salvi i diritti degli aderenti nei casi di “chiusura anticipata del processo”. Poiché la dichiarazione di inammissibilità configura un’ipotesi di chiusura anticipata del processo (che anzi non ha mai avuto accesso alla trattazione della domanda di merito), si deve ritenere che essa non pregiudichi i diritti degli aderenti. Tale dichiarazione dà luogo a un accertamento definitivo sulle modalità di svolgimento dell’azione in giudizio, cioè su un diritto processuale, ma non sulla situazione sostanziale dedotta in giudizio: una volta che l’azione sia stata dichiarata inammissibile, non viene meno per il singolo che l’aveva proposta (o vi aveva aderito prima che la stessa fosse sottoposta al vaglio di ammissibilità) la possibilità di ottenere altrimenti il risarcimento.

Chiarito questo punto fondamentale della disciplina, le Sezioni unite colgono l’occasione per specificare che l’azione di classe dichiarata inammissibile non è riproponibile dai medesimi soggetti che l’hanno proposta o vi hanno aderito. Da un lato, infatti, va considerato che in sede di vaglio di ammissibilità la cognizione del giudice competente può spingersi anche ad esaminare profili di merito della pretesa azionata, essendo il giudice chiamato a verificare che essa non sia manifestamente infondata. Dall’altro, predicare la riproponibilità della stessa azione da parte dei medesimi soggetti destinatari della statuizione di inammissibilità contrasterebbe, secondo le Sezioni unite, con l’esigenza di non reiterare l’esercizio della giurisdizione in relazione al medesimo oggetto da parte dei medesimi soggetti.

Le Sezioni unite sottolineano che tale conclusione non riguarda gli appartenenti alla classe rimasti estranei alla precedente iniziativa giudiziaria e ai quali quindi la dichiarazione di inammissibilità non è opponibile. Questi soggetti restano legittimati a dare avvio a una nuova azione di classe. In tal caso, peraltro, qualora la nuova azione di classe dovesse superare il vaglio di ammissibilità si riaprirebbe la possibilità di aderirvi anche per coloro che erano stati destinatari della dichiarazione di inammissibilità relativa alla precedente azione di classe, sempre che non abbiano nel frattempo scelto di promuovere un’azione risarcitoria in via individuale.

In sostanza, le Sezioni unite confermano l’approccio seguito dalla Prima sezione nel 2012 nel senso di escludere la natura decisoria, e conseguentemente l’impugnabilità in Cassazione, dell’ordinanza di inammissibilità dell’azione di classe. Rispetto alla posizione della Prima sezione viene chiarito un aspetto rilevante, ossia che la possibilità di riproporre l’azione di classe riguarda solo quanti sono rimasti estranei all’azione dichiarata inammissibile, mentre i destinatari dell’ordinanza di inammissibilità restano liberi di promuovere azioni risarcitorie individuali oppure di aderire alla successiva azione di classe che superi il filtro di ammissibilità. Anche se non immune da rilievi critici, la pronuncia delle Sezioni unite sembra realizzare un equilibrato contemperamento tra l’esigenza di garantire la tutela giurisdizionale dei diritti e quella di evitare un utilizzo improprio dello strumento dell’azione di classe, che comprometterebbe il buon funzionamento del sistema.

Vincenzo D’Andò