Diario Quotidiano del 9 Giugno 2017 – Assegnazione agevolata ai soci e trasformazione agevolata in società semplice

di Vincenzo D'Andò

Pubblicato il 9 giugno 2017



1) Come si determina la svalutazione fiscale dei crediti: nuova prassi Entrate
2) Assegnazione agevolata ai soci e trasformazione agevolata in società semplice: il Fisco chiarisce
3) Antielusione: svolta dell’Ocse
4) Istituiti dei nuovi codici contratto all’interno del flusso UniEmens
5) Alle infrastrutture per fibra ottica e banda ultralarga non serve la rendita catastale
6) Entro due mesi le Camere di Commercio scenderanno a 60
7) Procedure di insolvenza, atti pregiudizievoli per la massa dei creditori
8) Definizione agevolata Equitalia: entro il 15 giugno comunicazione somme dovute
9) Ok al trasferimento del lavoratore che fruisce della legge n. 104/1992
10) Non è scontato che le somme sui c/c dei soci siano relative alla società
diario-quotidiano-articoli-9INDICE: 1) Ecco come si determina la svalutazione fiscale dei crediti: nuova prassi Entrate 2) Assegnazione agevolata ai soci e trasformazione agevolata in società semplice: il Fisco chiarisce 3) Antielusione: svolta dell’Ocse 4) Istituiti dei nuovi codici contratto all’interno del flusso UniEmens 5) Alle infrastrutture per fibra ottica e banda ultralarga non serve la rendita catastale 6) Entro due mesi le Camere di Commercio scendono a 60 7) Procedure di insolvenza, atti pregiudizievoli per la massa dei creditori: pronuncia della Corte Ue sul Regolamento n. 1346/2000 8) Definizione agevolata: comunicazione somme dovute entro il 15 giugno 9) Ok al trasferimento del lavoratore che fruisce della legge n. 104/1992 10) Non è scontato che le somme sui c/c dei soci siano relative alla società ************* 1) Ecco come si determina la svalutazione fiscale dei crediti: nuova prassi Entrate La svalutazione fiscalmente ammessa (comma 1 dell’art. 106 del TUIR) si determina secondo un criterio forfettario riferito all’insieme dei crediti iscritti in bilancio, senza alcuna indagine sul grado di esigibilità di ciascuno di essi; per effetto della forfetizzazione ivi prevista, la norma determina la configurazione di un “fondo fiscale” formato da tutte le svalutazioni e gli accantonamenti dedotti ai sensi dell’articolo 106 del TUIR (circolare n. 26/E del 2013). Secondo quanto ribadisce adesso l’Agenzia delle entrate, con la neo risoluzione n. 65/E del 8 giugno 2017, il confronto con il 5% del valore nominale o di acquisizione dei crediti deve essere effettuato con il totale delle svalutazioni e degli accantonamenti “dedotti” e non con quelli complessivamente imputati in bilancio. Così come, se in un esercizio l’ammontare complessivo delle svalutazioni e degli accantonamenti dedotti eccede il 5% del valore nominale: Concorre a formare il reddito dell’esercizio l’eccedenza e non tutti gli accantonamenti al fondo svalutazione crediti. Risulta evidente, quindi, che i due quesiti posti da una società con istanza di interpello, sono già stati chiariti dall’Agenzia delle entrate (circolare n. 26/E del 2013 e istruzioni al Modello Unico SC), nel senso che:
  • il confronto con il 5% del valore nominale o di acquisizione dei crediti - necessario per stabilire quando la deduzione fiscale della svalutazione non è più ammessa - deve essere effettuato con il totale delle svalutazioni e degli accantonamenti “dedotti” e non con quelli complessivamente imputati in bilancio;
  • se in un esercizio l'ammontare complessivo delle svalutazioni e degli accantonamenti dedotti eccede il 5% del valore nominale o di acquisizione dei crediti, concorre a formare il reddito dell’esercizio l’eccedenza e non tutti gli accantonamenti al fondo svalutazione crediti effettuati nell’esercizio medesimo.
Il dubbio interpretativo, tuttavia, nasce a parere dell’istante da una recente pronuncia della Corte di Cassazione (cfr. sentenza n. 13458 del 1° luglio 2015) che “parrebbe abbia accolto l’interpretazione dei verificatori, secondo cui l’importo limite del 5% deve essere raffrontato con l’ammontare complessivo delle svalutazioni e degli accantonamenti, comprendente tutti gli accantonamenti (civilistici) al fondo svalutazione crediti e non solo l’ammontare dedotto”. Al riguardo, viene evidenziato che la sentenza della Corte di Cassazione n. 13458 del 1° luglio 2015 - pur accogliendo il ricorso presentato dalla stessa Agenzia delle Entrate - non stabilisce espressamente un principio di diritto diverso rispetto a all’interpretazione sopra evidenziata dalla scrivente nei punti sopra indicati. Nel contesto attuale, peraltro, non risulta alla Entrate un orientamento giurisprudenziale consolidato in contrasto con le conclusioni sopra evidenziate. ****** 2) Assegnazione agevolata ai soci e trasformazione agevolata in società semplice: il Fisco chiarisce Al pari dell’assegnazione dei beni ai soci, anche in sede di trasformazione agevolata in società semplice, la minusvalenza realizzata sugli immobili non assuma rilevanza fiscale. Lo chiarisce l’Agenzia delle entrate, con la risoluzione n. 66/E del 8 giugno 2017, emesso a seguito di una istanza di interpello posta da una società. In particolare, l’Agenzia ritiene che tale sodalizio non possa utilizzare la minusvalenza sugli immobili realizzata in sede di trasformazione agevolata per ridurre l’importo delle plusvalenze sulle assegnazioni agevolate sulle quali è applicabile l’imposta sostitutiva prevista dall’art. 1, commi da 115 a 120, della legge n. 208 del 2015. Nel caso di specie, è stato chiesto se la minusvalenza realizzata in sede di trasformazione in società semplice sia deducibile dalla plusvalenza conseguita al momento dell’assegnazione dei beni in via agevolata ai soci. Al riguardo, viene ricordato che la circolare n. 37/E del 16 settembre 2016 ha chiarito che la minusvalenza generata per effetto dell’assegnazione di beni diversi da quelli merce non assume rilevanza ai fini della determinazione del reddito d’impresa. Ciò poiché il comma 1 dell’art. 101 del T.U.I.R., in tema di rilevanza fiscale delle minusvalenze conseguite, prevede che “Le minusvalenze dei beni relativi all’impresa, diversi da quelli indicati negli articoli 85, comma 1, e 87, determinate con gli stessi criteri stabiliti per la determinazione delle plusvalenze, sono deducibili se sono realizzate ai sensi dell’articolo 86, commi 1, lettere a) e b), e 2” del medesimo testo unico. Il richiamo alle sole lettere a) e b) del comma 1 dell’articolo 86 del T.U.I.R. consente la deduzione unicamente nei casi di cessione a titolo oneroso dei “beni merce”, nonché nelle ipotesi di risarcimento per la perdita o il danneggiamento dei medesimi beni, e non anche nei casi di assegnazione di beni ai soci o destinazione degli stessi a finalità estranee all’esercizio dell’impresa (vale a dire le ipotesi contenute nella successiva lettera c) del medesimo comma dell’articolo 86). Pertanto, così come in via ordinaria la minusvalenza che si genera per effetto dell’assegnazione di beni diversi da quelli merce non assume rilevanza ai fini IRES, allo stesso modo la minusvalenza realizzata in sede di assegnazione agevolata non può essere portata in abbattimento della base imponibile della sostitutiva. Tramite l’istituto della trasformazione in società semplice, i beni diversi da quelli merce delle c.d. immobiliari di gestione che escono dal regime d’impresa devono essere ricondotti nel novero dei beni destinati a finalità estranee all’esercizio dell'impresa individuati dalla lettera c) del comma 1 dell’articolo 86 del T.U.I.R.. ****** 3) Antielusione: svolta dell’Ocse Una pietra miliare nell’agenda della tassazione internazionale». Così l’Ocse definisce la firma, del 7 giugno 2017 a Parigi, della Convenzione multilaterale sulle misure per prevenire l’elusione e lo spostamento dei profitti in giurisdizioni più favorevoli. La nuova convenzione - pur con i limiti di un accordo politico sovracontitentale, e dell’assenza degli Usa - è il primo trattato multilaterale di questo genere. Si tratta in sostanza di uno strumento che permetterà ai paesi sottoscrittori di recepire nei rispettivi trattati bilaterali fiscali i principi di azione messi a punto dal G20 e dall’Ocse in materia di trasparenza e di collaborazione internazionale. Il punto di partenza del progetto, entrato in questa fase nel febbraio di due anni fa, è la stima ufficiale dell’imponibile che a livello globale sfugge alla tassazione, semplicemente sfruttando le vie di fuga verso paesi a bassissima imposizione, o anche senza del tutto gravami fiscali. Secondo l’Ocse si tratta di asset prudenzialmente stimati in una forbice tra 100 e 240 miliardi di dollari, vale a dire tra il 4 e il 10% del gettito mondiale delle imposte sulle società. Trend che, scrivono i sottoscrittori nella premessa alla Convenzione multilaterale, sono ormai osservati anche nelle economie emergenti e nei paesi in via di sviluppo, mentre «è importante assicurare che i profitti siano tassati dove l’attività economica genera i profitti e là dove si crea il valore». La convenzione tocca le questioni dei “disallineamenti ibridi” - riguarda in particolare per i soggetti fiscali con doppia residenza - e i metodi di eliminazione della doppia imposizione, l’abuso dei trattati (dividend transfer, capital gain, la regola antiabuso per le stabili organizzazioni situate in una giurisdizione terza), gli accordi fiscali a danno del diritto di un paese di tassare i propri residenti (fiscali). In aggiunta la Convenzione multilaterale fissa anche e implementa i criteri per la risoluzione delle controversie, fino a definire le regole di arbitrato da applicare nel perimetro dei paesi sottoscrittori - sistemi alternativi alle giurisdizioni nazionali. I 26 articoli della Convenzione, molto dettagliati, soffrono tuttavia di parecchie clausole “con riserva”, in sostanza offrendo la possibilità di disapplicazione anche di disposizioni “nevralgiche”. Se a questo si aggiunge l’atteggiamento degli Usa - che nel 2009 trascinarono l’Ocse e il G20 verso la trasparenza fiscale globale, ma che dal luglio scorso hanno smesso anche solo di ratificare qualsiasi accordo internazionale - la definizione di «pietra miliare» della Convenzione può apparire oggi più come un’aspirazione piuttosto che un punto di approdo. ****** 4) Istituiti dei nuovi codici contratto all’interno del flusso UniEmens L’INPS, con il messaggio n. 2357 del 8 giugno 2017, ha istituito, con decorrenza dal periodo di paga giugno 2017, i seguenti nuovi codici dell’elemento <CodiceContratto> di <DenunciaIndividuale> del flusso di denuncia Uniemens:
  • Il codice “424 “avente il significato di “CCNL FOR.ITALY, A.I.C., F.AGRI, ASSO.TEC F.AGRI. IMPRENDITORI&IMPRESE- FAMAR per addetti imprese del settore agricoltura e attività affini”.
  • Il codice “425 “avente il significato di “CCNL FOR.ITALY, A.I.C., F.AGRI, ASSO.TEC F.AGRI. IMPRENDITORI&IMPRESE- FAMAR per addetti imprese del settore pesca e attività affini”.
  • Il codice “426 “avente il significato di “CCNL FOR.ITALY, A.I.C., F.AGRI, ASSO.TEC F.AGRI. IMPRENDITORI&IMPRESE- FAMAR per addetti imprese del settore agroalimentare e attività affini”.
  • Il codice “427 “avente il significato di “CCNL primo settore: agricoltura-zootecnia-forestazione CONFIMI NORD INDUSTRIALE FASPI e CONFAEL FAL SNALP”.
  • Il codice “428 “avente il significato di “CCNL MULTISERVIZI CONFIMI NORD INDUSTRIALE FASPI e CONFAEL FAL SNALP”.
*** Convenzione per adesione tra l’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale e l’Ente Bilaterale Nazionale MPMI “EBINFORMA. L’INPS, con la circolare n. 98 del 8 giugno 2017, avverte che i datori di lavoro interessati compileranno il flusso Uniemens nel seguente modo: all’interno di <DenunciaIndividuale>, <DatiRetributivi>, <DatiParticolari>, valorizzeranno l’elemento <ConvBilat> inserendo nell’elemento <Conv> in corrispondenza di <CodConv> il valore “EBFO” e in corrispondenza dell’elemento <Importo> l’importo, a livello individuale, del versamento effettuato nel mod.F24 con il corrispondente codice. L’elemento <Importo> contiene l’attributo <Periodo> in corrispondenza del quale va indicato il mese di competenza del versamento effettuato con F24, espresso nella forma “AAAA-MM”. ****** 5) Alle infrastrutture per fibra ottica e banda ultralarga non serve la rendita catastale Per i nuovi immobili che costituiscono infrastrutture di reti pubbliche di comunicazione, dal 1° luglio 2016 non è più obbligatoria la dichiarazione in Catasto. Per quelli già iscritti, a seguito della modifica della procedura Docfa, dal 3 luglio 2017 è possibile presentare un atto di aggiornamento per richiedere l’attribuzione della nuova categoria catastale, denominata F/7 – Infrastrutture di reti pubbliche di comunicazione, senza l’attribuzione della rendita. Si tratta del chiarimento che è contenuto nella circolare n. 18/E del 8 giugno 2017, nella quale l’Agenzia delle entrate fornisce le indicazioni sulle modalità di iscrizione in catasto di beni costituenti infrastrutture di reti pubbliche di comunicazione, alla luce delle novità introdotte dal Dlgs n. 33/2016. Quali infrastrutture vanno censite in catasto e quali no Il Dlgs n. 33/2016 ha escluso dal concetto di “unità immobiliare” gli elementi di reti pubbliche di comunicazione elettronica ad alta velocità e le altre infrastrutture di reti pubbliche di comunicazione, comprese le opere di infrastrutturazione per la realizzazione delle reti pubbliche di comunicazione elettronica ad alta velocità in fibra ottica in grado di fornire servizi di accesso a banda ultralarga. Per le infrastrutture di questo tipo che risultano già iscritte in catasto, è possibile, quindi, presentare un atto di aggiornamento per variare la vecchia categoria catastale (con rendita) e attribuire la nuova categoria F/7 (senza rendita). Per le nuove realizzazioni, invece, l’iscrizione in catasto (sempre in categoria F/7 senza attribuzione di rendita) rappresenta una facoltà - generalmente connessa all’eventuale costituzione o trasferimento di diritti reali che richiedono l’identificazione catastale del bene - e non più, quindi, un obbligo. Resta fermo, invece, l’obbligo di dichiarazione in catasto dei fabbricati o porzioni di fabbricato con una destinazione d’uso non strettamente funzionale alle reti di comunicazione, come uffici, alloggi, autorimesse, magazzini, ecc., da censire nella apposita categoria, con attribuzione di rendita. (Agenzia delle entrate, comunicato n. 135 del 8 giugno 2017) ****** 6) Entro due mesi le Camere di Commercio scenderanno a 60 Unioncamere: via libera dell’Assemblea dei presidenti alla riorganizzazione delle Camere di commercio Con il comunicato del 30 maggio 2017, Unioncamere ufficializza il via libera dei presidenti delle Camere di commercio italiane alla proposta di riorganizzazione del sistema camerale. L’Assemblea ha approvato a larga maggioranza il documento messo a punto da Unioncamere dopo un’ampia consultazione. La proposta, che attua la legge Madia di riforma della Pa, contiene il piano degli accorpamenti delle Camere di commercio che da 105 passano a 60. Il documento verrà inviato al Ministero dello Sviluppo economico che, entro 60 giorni, varerà definitivamente, con proprio decreto, la nuova geografia del sistema camerale. “La proposta, messa a punto da Unioncamere e approvata dall’Assemblea, recepisce i suggerimenti giunti da tutte le Camere al termine di un lungo lavoro di ascolto e di analisi delle diverse realtà territoriali”, commenta il presidente di Unioncamere, Ivan Lo Bello. “La razionalizzazione salvaguarda la presenza capillare del sistema camerale in un’ottica di crescita dell’efficienza e dell’efficacia dell’azione delle Camere. Tutto ciò anche per adempiere al meglio ai nuovi compiti e alle nuove funzioni che la riforma ci affida”. La riforma affida alle Camere di commercio funzioni importanti sui temi centrali della digitalizzazione, del turismo, dell’orientamento e della formazione. Le Camere, inoltre, sono state chiamate a far parte del Network nazionale Industria 4.0. Di seguito, la mappa delle nuove Camere di commercio. Le nuove Camere di commercio
Regione Nuova Camera di commercio
Valle d’Aosta Camera Valdostana
Piemonte Torino Cuneo Biella e Vercelli-Novara-Verbano Cusio Ossola Alessandria-Asti
Liguria Genova Riviere di Liguria (Imperia, La Spezia, Savona)
Lombardia Brescia Bergamo Varese Camera Metropolitana di Milano-Monza  Brianza-Lodi Cremona-Mantova-Pavia Como-Lecco Sondrio
Trentino Alto Adige Bolzano Trento
Veneto Padova Verona Vicenza Venezia Rovigo-Delta Lagunare Treviso-Belluno
Friuli Venezia Giulia Venezia Giulia (Trieste-Gorizia) Pordenone-Udine
Emilia Romagna Bologna Modena Camera della Romagna-Forlì-Cesena e Rimini Camera dell’Emilia (Parma, Piacenza, Reggio Emilia) Ferrara-Ravenna
Toscana Firenze Camera della Maremma e del Tirreno (Livorno-Grosseto) Lucca-Massa Carrara-Pisa Arezzo-Siena Pistoia-Prato
Umbria Camera dell’Umbria (Perugia-Terni)
Marche Ancona-Ascoli Piceno-Fermo-Macerata-Pesaro e Urbino
Lazio Roma Frosinone-Latina Rieti-Viterbo
Abruzzo Chieti e Pescara Camera del Gran Sasso d’Italia (L’Aquila e Teramo)
Molise Camera del Molise (Campobasso- Isernia)
Campania Napoli Salerno Caserta Camera dell’Irpinia-Sannio (Avellino e Benevento)
Puglia Bari Lecce Foggia Brindisi-Taranto
Basilicata Camera della Basilicata (Potenza-Matera)
Calabria Cosenza Reggio Calabria Catanzaro-Crotone-Vibo Valentia
Sardegna Nuoro-Sassari Cagliari-Oristano
Sicilia Palermo e Enna Agrigento-Caltanissetta-Trapani Messina Catania-Ragusa-Siracusa (in corso di definizione)
****** 7) Procedure di insolvenza, atti pregiudizievoli per la massa dei creditori: pronuncia della Corte Ue sul Regolamento n. 1346/2000 Procedure di insolvenza, atti pregiudizievoli per la massa dei creditori: La Corte Ue, con la sentenza del 8 giugno 2017, causa C-54/16, si pronuncia sul Regolamento (CE) n. 1346/2000, artt.  4 e 13 Procedure di insolvenza – Regolamento (CE) n. 1346/2000 – Articoli 4 e 13 – Atti pregiudizievoli per la massa dei creditori: La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione dell’articolo 13 del regolamento (CE) n. 1346/2000 del Consiglio, del 29 maggio 2000, relativo alle procedure di insolvenza (GU 2000, L 160, pag. 1). Tale domanda è stata presentata nell’ambito di una controversia tra la Vinyls Italia SpA, in fallimento, e la Mediterranea di Navigazione SpA (in prosieguo: la «Mediterranea») relativamente a un’azione revocatoria per ottenere la restituzione, da parte di quest’ultima società, degli importi che la prima società le avrebbe corrisposto nei sei mesi precedenti la sua dichiarazione di fallimento. Dopo avere attentamente esaminato la questione, la Corte (Quinta Sezione) dichiara:
  • L’articolo 13 del regolamento (CE) n. 1346/2000 del Consiglio, del 29 maggio 2000, relativo alle procedure di insolvenza, deve essere interpretato nel senso che la forma e il termine nei quali colui che ha beneficiato di un atto pregiudizievole per la massa dei creditori ha l’onere di sollevare un’eccezione ai sensi di detto articolo, al fine di opporsi a un’azione diretta alla revoca di tale atto secondo le disposizioni della lex fori concursus, nonché la questione se il medesimo articolo sia applicabile anche d’ufficio da parte del giudice competente, eventualmente dopo che sia scaduto il termine impartito alla parte interessata, rientrano nel diritto processuale dello Stato membro nel cui territorio la controversia è pendente. Tale diritto non deve, tuttavia, essere meno favorevole rispetto a quello che disciplina situazioni analoghe assoggettate al diritto interno (principio di equivalenza) né rendere in pratica impossibile o eccessivamente difficile l’esercizio dei diritti conferiti dal diritto dell’Unione (principio di effettività), circostanze che spetta al giudice del rinvio verificare.
  • L’articolo 13 del regolamento n. 1346/2000 deve essere interpretato nel senso che la parte sulla quale incombe l’onere della prova deve dimostrare che, qualora la lex causae consenta di impugnare un atto ritenuto pregiudizievole, non sussistono in concreto i presupposti – differenti da quelli previsti dalla lex fori concursus – richiesti perché l’impugnazione di tale atto possa essere accolta.
  • L’articolo 13 del regolamento n. 1346/2000 può essere validamente invocato qualora le parti di un contratto, che abbiano sede in uno stesso Stato membro, nel cui territorio sono ubicati anche tutti gli altri elementi pertinenti alla situazione di cui trattasi, abbiano designato come applicabile a tale contratto la legge di un altro Stato membro, a condizione che dette parti non abbiano scelto tale legge fraudolentemente o abusivamente, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare.
****** 8) Definizione agevolata: comunicazione somme dovute entro il 15 giugno Tutti coloro che entro il 21 aprile 2017 hanno aderito alla definizione agevolata riceveranno entro il 15 giugno, per ciascuna richiesta presentata, la comunicazione di Equitalia con l’ammontare complessivo delle somme dovute, così come previsto dal decreto legge n. 193/2016, convertito con modificazioni dalla Legge n. 225/2016. A partire dal prossimo 16 giugno copia della suddetta comunicazione sarà disponibile anche nell’area riservata del portale www.gruppoequitalia.it. In particolare, la comunicazione che il cittadino riceverà conterrà informazioni in merito all’accoglimento o eventuale rigetto della adesione; agli eventuali carichi di debiti che non possono rientrare nella definizione agevolata; all'importo/i da pagare e alla data/e entro cui effettuare il pagamento. Tale comunicazione conterrà anche il/i bollettino/i di pagamento in base alla scelta effettuata al momento della compilazione del modulo DA1 e il modulo per l’eventuale addebito sul conto corrente dell’interessato. È possibile effettuare il pagamento utilizzando diversi canali e anche con il servizio di addebito diretto su conto corrente. Ma Equitalia avverte che la richiesta di attivazione del mandato dovrà essere presentata alla banca del titolare del conto almeno 20 giorni prima della scadenza della rata. Quindi, per fare un esempio, per la scadenza della prima rata del 31 luglio 2017 il servizio andrà richiesto entro e non oltre l’11 luglio. (Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro, nota del 8 giugno 2017) ****** 9) Ok al trasferimento del lavoratore che fruisce della legge n. 104/1992 La Corte di Cassazione, con sentenza n. 12729/2017, ha deciso che il trasferimento di un lavoratore che fruisce della legge n. 104/1992 per assistere un familiare disabile, anche convivente, è possibile in caso di accertata soppressione del posto di lavoro per giustificate ragioni organizzative. La Suprema Corte la stabilito che “la disposizione dell’art. 33, comma 5, della legge n. 104/1992 laddove vieta di trasferire, senza consenso, il lavoratore che assiste con continuità un familiare disabile convivente, deve essere interpretata in termini costituzionalmente orientati in funzione della tutela della persona disabile, sicche il trasferimento del lavoratore è vietato anche quando la disabilità del familiare che assiste, non si configuri come grave”. Tutto questo, prosegue, la Corte a condizione che il datore, sul quale incombe l’onere della dimostrazione, non provi “la sussistenza di esigenze aziendali effettive e urgenti, insuscettibili di essere altrimenti soddisfatte”. Somme nette per l’incentivo all’esodo e tassazione conseguente Il Tribunale di Roma, con la sentenza del 13 aprile 2017, si è soffermato sul tema della risoluzione incentivata del rapporto di lavoro con la corresponsione di somme al netto a seguito di un intervento dell’Agenzia delle entrate che aveva ricalcolato, le imposte dovute a carico del lavoratore. La questione faceva riferimento ad un accordo ex art. 411 cpc ove il rapporto si era risolto consensualmente con la corresponsione di una serie di somme (tra cui un incentivo all’esodo) corrisposte successivamente unitamente al TFR. L’Agenzia delle entrate contestava al lavoratore che quanto percepito, già tassato alla fonte dal datore, doveva essere assoggettato ad una aliquota maggiore, con conseguente differenza tra imposte versate e quelle effettivamente dovute. L’ex dipendente ha presentato ricorso contro il vecchio datore di lavoro chiedendo il pagamento della differenza. Il Tribunale di Roma ha rigettato la richiesta sostenendo che il datore di lavoro è sostituto d’imposta mentre il lavoratore è il soggetto titolare del debito tributario: i giudici hanno sottolineato che grava sul sostituto d’imposta l’onere di versare le sole imposte relative all’atto delle cessazione del rapporto secondo l’aliquota provvisoria e che nulla è tenuto a corrispondere nel caso in cui l’Agenzia delle Entrate proceda ad una riliquidazione, secondo un orientamento giurisprudenziale in base al quale sono nulli gli accordi finalizzati a traslare l’onere tributario a carico del datore. ***** 10) Non è scontato che le somme sui c/c dei soci siano relative alla società Vietato pensare che le somme rinvenute sui conti correnti dei soci siano relative alla società di appartenenza. Difatti, la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 14089 del 7 giugno 2017, ha affermato che il Fisco deve provare l’attività sui conti dei soci imputabile alla Snc. Per imputare alla società le movimentazioni bancarie risultanti dai conti personali dei soci è necessario che in qualche modo siano spiegate le ragioni e gli elementi presuntivi per i quali tali operazioni siano ritenute riconducibili all’impresa e non alla persona fisica. E comunque, se il contribuente risulta essere anche il rappresentante legale di altre società, non soltanto socio, si possono ripartire i dati estratti dai conti personali in quota proporzionale al volume di affari di ciascuna società. Sembra, quindi, attenuarsi il rigoroso automatismo presuntivo, ribadito in precedenti sentenze della Suprema Corte, secondo cui è sempre legittima l’imputazione di maggiori ricavi in capo alla società in presenza di movimentazioni sui conti dei soci, prive di valide giustificazioni. Nel caso di specie, a seguito di indagini finanziarie sui conti dei soci di una società di persone, erano contestati maggiori ricavi alla snc ed il corrispondente maggior reddito ai soci. Mentre la Ctp accoglieva parzialmente il ricorso dei contribuenti, la Ctr confermava gli atti impugnati. Per conseguenza, la società ed i soci ricorrevano per cassazione lamentando, tra l’altro, che le presunzioni derivanti dagli accertamenti bancari non sono applicabili a persone diverse dal contribuente ancorché ad esso legate da vincoli familiari e commerciali salvo non fosse provata la natura fittizia dell’intestazione. Inoltre, le medesime persone fisiche erano presenti nella compagine societaria di altri enti e quindi a maggior ragione non si comprendeva la riconducibilità dei ricavi in capo alla società verificata. La Suprema Corte ha accolto parzialmente le eccezioni difensive. I giudici, hanno innanzitutto evidenziato che le presunzioni in questione scattano anche con riferimento ai conti intestate a persone diverse a condizione però che l’ufficio opponga e poi provi in sede giudiziale che l’intestazione a terzi sia fittizia o comunque superata dalla sostanziale imputabilità al contribuente controllato delle posizioni debitorie e creditorie annotate sui conti dei terzi. Per le società di persone, l’ufficio può utilizzare in capo alla impresa le risultanze di conti personali dei soci purché provi adeguatamente che tali operazioni siano di fatto riconducibili alla società. Nella specie tale riferibilità era stata ammessa dagli stessi soci nel corso della verifica fiscale ma solo per operazioni relative ad alcuni conti. Per altri conti personali, invece, erano state del tutto omesse le ragioni e gli elementi presuntivi che avevano indotto l’Ufficio a riferire i movimenti alla snc. Limitatamente a tale circostanza è stato così accolto il ricorso con incarico al giudice del rinvio merito di svolgere una nuova valutazione anche sulla base del principio, già affermato (Cassazione, sentenza n. 1898/2016) secondo cui, in difetto di prova contraria, le movimentazioni riferite ai conti del soggetto terzo che risulta amministratore (ma non soltanto mero socio) di più società possono essere ripartite in proporzione al volume di affari di ciascun ente. Reati tributari: niente sequestro dei documenti professionali del legale La Guardia di Finanza può perquisire i luoghi dove lavora l’avvocato, indagato per reati fiscali, ma non può sequestrare i documenti relativi alla sua attività professionale. La Corte di Cassazione, con la sentenza 28069/2017, ha accolto in parte il ricorso del legale che contestava sia il diritto degli ufficiali di perquisire il suo studio sia quello di portare via gli atti. Inoltre il professionista considerava lesa la sua privacy perché i militari avevano fatto delle riprese durante la perquisizione dell’appartamento. Vincenzo D'Andò