Diario quotidiano del 3 novembre 2016: i registri immobiliari passano al supporto informatico

Pubblicato il 3 novembre 2016



1) Conservazione su supporti informatici dei registri immobiliari: provvedimento pubblicato in G.U.
2) Quando l’associazione perde le agevolazioni fiscali
3) Cumulo giuridico anche per le sanzioni sui mancati versamenti
4) La pizzeria rimborsa i danni ai vicini per gli odori non tollerabili
5) Verbali di contestazione impositiva: annualità prescritta
6) Presentazione del modello Unico integrativo o tardivo: dalla Fondazione commercialisti arriva la guida pratica
7) Denuncia penale: regime transitorio sul raddoppio dei termini
8) Welfare: FAQ sulle comunicazioni per Lavoro Accessorio
9) Sostituzioni per maternità e cambio motivazione
10) Reti di impresa: previdenza e discipline sociali chiarite dal CNDCEC
penna oca1) Conservazione su supporti informatici dei registri immobiliari: provvedimento pubblicato in G.U. 2) Quando l’associazione perde le agevolazioni fiscali 3) Cumulo giuridico anche per le sanzioni sui mancati versamenti 4) La pizzeria rimborsa i danni ai vicini per gli odori non tollerabili 5) Verbali di contestazione impositiva: annualità prescritta 6) Presentazione del modello Unico integrativo o tardivo: dalla Fondazione commercialisti arriva la guida pratica 7) Denuncia penale: regime transitorio sul raddoppio dei termini 8) Welfare: FAQ sulle comunicazioni per Lavoro Accessorio 9) Sostituzioni per maternità e cambio motivazione 10) Reti di impresa: previdenza e discipline sociali chiarite dal CNDCEC ****

1) Conservazione su supporti informatici dei registri immobiliari: provvedimento pubblicato in G.U.

E’ stato pubblicato, sulla Gazzetta Ufficiale n. 255 del 31 ottobre 2016, il provvedimento 20 ottobre 2016 dell’Agenzia delle Entrate.

Dunque, registri immobiliari conservati dall’Agenzia delle Entrate in conformità col nuovo CAD.

I registri immobiliari formati adesso vengono conservati dall’Agenzia delle Entrate solo su supporti informatici in conformità alle regole tecniche di cui all’art. 71 del Codice dell’Amministrazione digitale.

Con successivi provvedimenti le disposizioni potranno essere estese anche ai registri immobiliari formati su supporti informatici in data antecedente.

Registri immobiliari conservati su supporti informatici

I registri immobiliari formati a decorrere dalla data di entrata in vigore del presente provvedimento sono conservati dall'Agenzia delle entrate unicamente su supporti informatici in conformità alle regole tecniche di cui all'art. 71 del decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82 (Codice dell'amministrazione digitale).

Con successivi provvedimenti le citate disposizioni potranno essere estese anche a registri immobiliari formati su supporti informatici in data antecedente.

Il presente provvedimento é entrato in vigore il giorno stesso della sua pubblicazione.

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Registri di pubblicità immobiliare: Stop all’archiviazione cartacea, al via la conservazione online

Continua la rivoluzione digitale dell’Agenzia. Dopo gli atti di aggiornamento catastale, l’Agenzia delle Entrate conserverà digitalmente anche i documenti di pubblicità immobiliare, quelli cioè che interessano, ad esempio, le trascrizioni e le iscrizioni ipotecarie, le cancellazioni e le altre formalità relative ai beni immobili. La conservazione informatica dei registri, avviata nell’ambito del Sistema di Conservazione dei Documenti digitali (SCD), porterà notevoli vantaggi in termini di trasparenza, efficienza e spending review della macchina amministrativa.

Addio alla carta per i registri di pubblicità immobiliare

Con il provvedimento interdirigenziale del 20 ottobre 2016, emanato dall’Agenzia delle Entrate di concerto con il Ministero della Giustizia e pubblicato il 31 ottobre nella Gazzetta Ufficiale n. 255, è stato stabilito che i registri immobiliari formati a partire dal 31 ottobre siano conservati esclusivamente su supporti informatici.

In particolare, la conservazione sostitutiva riguarda:

- il registro generale d’ordine;

- i registri particolari delle trascrizioni, delle iscrizioni e delle annotazioni;

- il registro delle comunicazioni e le relative comunicazioni di cancellazione.

L’Agenzia è sempre più digitale

L’archiviazione informatica dei documenti di pubblicità immobiliare aggiunge un importante tassello al processo di digitalizzazione che sta interessando le banche dati immobiliari dell’Agenzia. Dallo scorso maggio gli atti di aggiornamento catastale sono conservati digitalmente: ora la conservazione digitale del complesso dei Registri di Pubblicità Immobiliare dà una forte spinta alla modernizzazione dell’intero sistema ipotecario e catastale italiano.

(Agenzia delle entrate, comunicato n. 210 del 2 novembre 2016)

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2) Quando l’associazione perde le agevolazioni fiscali

Se gli associati non partecipano nel sodalizio l’associazione perde le agevolazioni fiscali. Questo secondo quanto ha stabilito la Commissione Tributaria provinciale di Milano con la decisione n. 7424/1/16, secondo cui il rispetto dei vincoli statutari posti a carico delle associazioni deve riguardare non soltanto gli aspetti formali, ma anche quelli sostanziali della vita dell’ente, pena la revoca dei benefici previsti dalla legge 398/91. Pertanto, l’associazione che non abbia approvato il rendiconto annuale e che sia stata inadempiente agli obblighi previsti dallo statuto va tassata come un’attività commerciale.

Soltanto la stretta osservanza dell’art. 148 del Tuir giustifica la fruizione delle agevolazioni fiscali previste.

L’ente non commerciale, come è noto, fruisce di particolare normativa densa di agevolazioni fiscali che, tuttavia, spettano nel rispetto di determinate condizioni.

Tra le varie normative vi rientrano:

- La Legge n. 398/1991, che ha introdotto un particolare regime speciale per gli enti non profit;

- l’art. 90 della Legge n. 289/2002, contenente disposizioni per l’attività sportiva dilettantistica.

- gli art. 67 e 69 del Tuir, particolarmente in tema di tassazione dei compensi per lo sport dilettantistico;

- l’art. 25 della Legge n. 133/1999, contenente ulteriori disposizioni agevolative.

Si assiste, quindi, alla detassazione comunque generica per gli introiti di natura istituzionale e poi ad altre agevolazioni più specifiche e settoriali.

Proprio per questo l’Agenzia delle entrate, con la C.M. 16/E del 28.04.2016, ha diramato le linee guida per i controlli relativi all’anno 2016 sul “terzo settore”.

Si punta, se non al completo disconoscimento della natura di ente non commerciale (si pensi ai soggetti lucrativi camuffati da associazioni senza fine di lucro), sulla cancellazione dei rilevanti bonus fiscali concessi dal legislatore per il settore.

Tra le condizioni da rispettare per potere fruire dei vantaggi fiscali vi sono anche quelle contenute nelle clausole elencate nel D.Lgs. 460/1997.

Proprio su tale versante è intervenuta la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 19238 del 28 settembre 2016, che si è soffermata su taluni presupposti per la spettanza delle agevolazioni fiscali a favore degli enti non commerciali.

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3) Cumulo giuridico anche per le sanzioni sui mancati versamenti

Versamenti, ok al cumulo giuridico dalla Corte di Cassazione, con la sentenza n. 21570 del 26 ottobre 2016, con la quale ha stabilito che il cumulo giuridico è applicabile anche alle cartelle di pagamento per gli omessi versamenti.

Difatti, la norma non esclude l’applicazione del beneficio e, per tali ipotesi, occorre la verifica delle sanzioni più favorevoli al contribuente. È, quindi, corretta l’applicazione dell’istituto del cumulo giuridico anche alle sanzioni di omesso versamento. Nella specie plurime omissioni relative al pagamento degli acconti cui sono seguite le omissioni dei saldi delle imposte dovute, commesse in tempi diversi, sono ricomprese nella previsione della continuazione. Si tratta ora di verificare se l’interpretazione della Corte di Cassazione verrà confermata da altre pronunce e, quindi, se l’Agenzia delle Entrate ne prenderà atto procedendo in senso favorevole al contribuente

Ad una società veniva notificata una cartella di pagamento per omesso versamento delle imposte IVA, IRPEG ed IRAP, oltre alle ritenute effettuate come sostituto di imposta per l’anno 2003.

Il contribuente impugnava tale cartella per ottenere l’applicazione del cumulo giuridico delle sanzioni irrogate, secondo le disposizioni dell’art. 12, comma 1, D.Lgs. n. 472/1997.

Il richiesto beneficio era riconosciuto in primo grado dalla CTP adita e confermato in secondo grado. La CTR in particolare chiariva che si era in presenza di un concorso formale, disciplinato dall’art. 12, comma 1, D.Lgs. n. 472/1997, poiché si trattava di una commissione in tempi diversi di più violazioni, che nella loro progressione realizzano l’evasione fiscale.

In sostanza si erano verificate più omissioni relative al versamento prima degli acconti e successivamente dei saldi delle imposte dovute.

Dunque, se il contribuente, in anni diversi, omette di versare ad esempio il saldo IRES e gli acconti, non è possibile applicare tante sanzioni quante sono le violazioni, dovendosi irrogare la sanzione unica, con gli aumenti dell’art. 12 del DLgs. 472/97. In sostanza, la decisione della Suprema Corte muove dal fatto che, dopo la riforma del sistema sanzionatorio del DLgs. 472/97, il cumulo e la continuazione sono istituti obbligatori, che non lasciano alcuna discrezionalità al funzionario.

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4) La pizzeria rimborsa i danni ai vicini per gli odori non tollerabili

Il titolare della pizzeria deve risarcire i vicini qualora gli odori derivanti dalla cotture della pizze superino il limite della normalità tollerabilità. La condanna può scattare nel caso in cui tali odori siano avvertiti anche nelle proprietà private adiacenti l’attività.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 45225 del 26 ottobre 2016. Così, può scattare il reato di disturbo delle persone tutte le volte in cui gli odori provenienti dal locale sotto casa si sentono anche a finestre chiuse e sono tali da diventare intollerabili. Per il caso di odori e puzze, già il codice civile predispone la prima tutela. Essa consiste in una richiesta di risarcimento del danno che scatta tutte le volte in cui le immissioni superano la normale tollerabilità. Si tratta di un criterio generico, è vero, ma che consente al giudice di valutare caso per caso, anche tenendo conto delle esigenze della produzione: non si può certo impedire a una pizzeria di aspirare completamente gli odori, né a una pompa di benzina di neutralizzare le esalazioni dei carburanti. Ma quantomeno di contenerli. Così, quando si supera questa soglia, è consentito ottenere già un risarcimento del danno, con la condanna del colpevole a fare in modo che, in futuro, non si verifichino le medesime molestie.

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5) Verbali di contestazione impositiva: annualità prescritta

In relazione alla consegna dei verbali emessi dal Fisco a fine anno, ormai l’annualità 2011 è pressoché prescritta. Sono, quindi, a rischio nullità quelli emessi in questo periodo. Si tratta di “un rituale che si ripete ormai ogni anno”.

In particolare, secondo quanto rilevato da un noto “quotidiano”, i verbali consegnati dal 2 novembre 2016 per contestazioni relative al periodo di imposta 2011 possono “determinare atti impositivi nulli se non motivati da specifici motivi di urgenza”.

Questo poiché (come è noto), l’Agenzia delle Entrate, per rispetto delle norme sullo statuto del contribuente (Legge n. 212/2000), è costretta ad aspettare i fatidici 60 giorni per la notifica degli accertamenti che pertanto andrebbero a scadere dopo il 31 dicembre 2016 “con la conseguente decadenza del potere impositivo per l'anno 2011”.

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6) Presentazione del modello Unico integrativo o tardivo: dalla Fondazione commercialisti arriva la guida pratica

Come è noto, lo scorso 28 ottobre 2016, la Fondazione nazionale commercialisti (Fnc) ha pubblicato sul proprio sito internet la check list, ad uso e consumo, non soltanto dei propri aderenti, ma ovviamente di tutto coloro che si occupano anche di consulenza tributaria.

Il documento, peraltro, fa seguito all’emissione della C.M. n. 42/E/2016, con la quale l’Agenzia delle Entrate ha già fornito i propri chiarimenti sul tema del ravvedimento operoso.

Ecco di seguito le principali linee guida fornite dalla Fnc:

Vengono prima esposti i casi, che divergono tra loro, tra la dichiarazione integrativa e la dichiarazione tardiva.

Indi si procede a rilevare le due classiche tipologie di errori, al fine di individuarne le corrette sanzioni applicabili:

- errori non rilevabili in sede di controllo automatizzato o formale (ossia l’omessa o erronea indicazione dei redditi, l’errata determinazione dei redditi, l’indicazione nel modello dichiarativo di indebite detrazioni d’imposta ovvero di deduzioni dalla base imponibile);

- errori rilevabili in sede di controllo automatizzato o formale (ossia errori materiali/di calcolo in fase di determinazione della base imponibile e/o delle imposte, indicazione in misura eccedente rispetto a quella spettante degli oneri deducibili o detraibili).

Infine, la Fnc fornisce alcune tabelle di riepilogo.

Errori non rilevabili in sede di controllo automatizzato o formale

In relazione a tale tipologia di errori, se la dichiarazione integrativa viene presentata entro 90 giorni dalla scadenza dei termini per la presentazione della dichiarazione dei redditi, per la determinazione della sanzione ordinaria occorre avere riguardo al contenuto dell’art. 8, del D.Lgs. n. 471/1997, disposizione che concerne le violazioni sul contenuto della dichiarazione.

Nell’ipotesi di infedeltà dichiarativa dovrà essere applicata sia l’apposita sanzione, sia la sanzione pari al 30% della maggiore imposta dovuta.

Tracorsi 90 giorni dalla scadenza del termine di presentazione della dichiaraione, le violazioni che consistono in errori non rilevabili tramite controlli automatizzati e formali vanno ad integrare la fattispecie di infedele dichiarazione, in relazione alla quale, a partire dal 1° gennaio del 2016 si applica la sanzione compresa tra il 90% e il 180% della maggiore imposta dovuta.

Errori rilevabili in sede di controllo automatizzato o formale

In tale circostanza, la Fnc, come evidenziato nella C.M. n. 42/E/2016, ricorda l’applicazione della sanzione pari al 30% della maggiore imposta dovuta.

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7) Denuncia penale: regime transitorio sul raddoppio dei termini

Come è risaputo, il raddoppio dei termini di decadenza dal potere di accertamento per violazioni penali, per effetto della Legge n. 208/2015, è venuto meno dall’anno 2016, quindi a partire dagli accertamenti sulle dichiarazioni presentate nel 2017. A tal proposito, dalla Fondazione nazionale commercialisti (Fnc), mediante la pubblicazione il 28 ottobre 2016 sul proprio sito internet, è arrivato anche il documento (datato appunto 28 ottobre 2016) che analizza la sentenza della Corte di Cassazione, n. 16728 del 9 agosto 2016.

Sul raddoppio dei termini è già intervenuta la Corte Costituzionale con la sentenza n. 247 del 2011.

Dal canto suo, il legislatore, ha poi regolato la materia. Infatti, mediante l’art. 2 del DLgs. 128/2015, da un lato, esso ha sancito che il raddoppio opera a condizione che la denuncia penale sia trasmessa prima del decorso dei termini decadenziali ordinari, dall’altro, al comma 3, ha previsto che rimangono salvi gli accertamenti notificati fino al 2 settembre 2015. Pertanto: - se l’accertamento è stato notificato fino al 2 settembre 2015, il raddoppio può operare, in costanza, naturalmente, dei requisiti di legge, a prescindere da quando è emerso l’elemento penalmente rilevante;

- se l’accertamento è stato notificato dal 3 settembre 2015, il raddoppio sussiste solo se la denuncia risulta trasmessa entro i termini ordinari, scongiurando così ogni ipotesi di surrettizia riapertura degli stessi.

Poi è stata introdotta la modifica dell’art. 1 comma 132 della Legge n. 208/2015, che, a decorrere dalle dichiarazioni da presentare nell’anno 2017, ha, nello stesso tempo, allungato il termine decadenziale per le ipotesi ordinarie (il termine è passato da quattro a cinque anni per le dichiarazioni presentate, e da cinque a sette anni per le dichiarazioni omesse) e abrogato il raddoppio dei termini per violazioni penali.

Il legislatore non ha però previsto un meccanismo di raccordo tra la menzionata abrogazione e la pregressa modifica dell’art. 2 del DLgs. 128/2015, specie in merito alla disciplina transitoria.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 16728/2016, ha precisato che, nonostante l’abrogazione, a decorrere dal periodo d’imposta 2016, del raddoppio dei termini, rimane la disciplina transitoria dell’art. 2 comma 3 del D.Lgs. 128/2015.

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8) Welfare: FAQ sulle comunicazioni per Lavoro Accessorio

Ecco le FAQ sulle comunicazioni per Lavoro Accessorio: La Direzione Generale per l’Attività Ispettiva, del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, ha emanato la nota n. 20137 del 2 novembre 2016, con la quale fornisce alcune risposte a quesiti inerenti il nuovo obbligo di comunicazione delle prestazioni lavoro accessorio.

FAQ voucher:

- Nelle ipotesi in cui il prestatore di lavoro accessorio svolga l’attività per tutta la settimana dal lunedì al venerdì i committenti non agricoli o professionisti devono effettuare la comunicazione alla sede territoriale competente dell’Ispettorato nazionale del lavoro per ciascun singolo giorno ovvero possono effettuare un’unica comunicazione?

Nelle ipotesi in cui il prestatore svolga l’attività per l’intera settimana, i datori di lavoro non agricoli possono effettuare una sola comunicazione con la specifica indicazione delle giornate interessate, del luogo e dell’ora di inizio e fine della prestazione di ogni singola giornata.

- I datori di lavoro agricoli come devono effettuare la comunicazione? La comunicazione per i datori di lavoro agricoli presenta contenuti parzialmente diversi rispetto a quella degli altri committenti. Può essere effettuata con riferimento ad un arco temporale “fino a tre giorni” e non è necessario comunicare gli orari di inizio e fine dell’attività.

- Per il prestatore che svolge l’attività in un’unica giornata ma con due fasce orarie differenziate – ad esempio dalle 11:00 alle 15:00 e dalle 18:00 alle 24:00 – occorre effettuare due comunicazioni distinte oppure risulta sufficiente un’unica comunicazione?

È sufficiente effettuare un’unica comunicazione con la specificazione degli orari in cui il lavoratore è impegnato in attività lavorativa.

- Le variazioni e/o modifiche devono essere comunicate almeno sessanta minuti prima delle attività cui si riferiscono?

La variazione della comunicazione già effettuata va comunicata almeno 60 minuti prima delle attività cui si riferiscono. Più in particolare, a titolo esemplificativo, è possibile individuare le seguenti ipotesi:

- se cambia il nominativo del lavoratore: almeno 60 minuti prima dell’inizio della attività lavorativa;

- se cambia il luogo della prestazione: almeno 60 minuti prima dell’inizio della attività lavorativa presso il nuovo luogo della prestazione;

- se si anticipa l’orario di inizio della prestazione: almeno 60 minuti prima del nuovo orario;

- se si posticipa l’orario di inizio della prestazione: entro 60 minuti prima del nuovo orario;

- se il lavoratore prolunga il proprio orario di lavoro rispetto a quanto già comunicato: prima dell’inizio dell’attività lavorativa ulteriore; - se il lavoratore termina anticipatamente l’attività lavorativa: entro i 60 minuti successivi;

- se il lavoratore non si presenta: entro i 60 minuti successivi all’orario di inizio della prestazione già comunicata.

- La mancata comunicazione delle variazione viene sanzionata con la medesima sanzione prevista per la mancata comunicazione?

Ogni variazione e/o modifica che comporta una violazione dell’obbligo di comunicare entro 60 minuti dall’inizio della prestazione il nome, il luogo e il tempo di impiego del lavoratore si risolve in una mancata comunicazione di cui all’articolo 49, comma 3, penultimo periodo, del decreto legislativo n. 81 del 2015 e dà luogo, pertanto, all’applicazione della relativa sanzione.

- Nelle ipotesi in cui non siano state effettuate né la dichiarazione di inizio di attività da parte del committente nei confronti dell’INPS né la comunicazione alla sede territoriale competente dell’Ispettorato nazionale del lavoro si procede esclusivamente con il provvedimento di maxi sanzione per lavoro “nero” oppure occorre contestare anche la mancata comunicazione.

Si procede esclusivamente con la contestazione della maxi sanzione per lavoro nero in quanto la mancata comunicazione risulta assorbita dalla prima.

- I soggetti che, pur in possesso di partita IVA non sono imprenditori (P.A., ambasciate, partiti, associazioni sindacali, ONLUS ecc.) devono effettuare la comunicazione alla DTL competente per territorio?

No. I soggetti indicati e gli altri soggetti che non rientrano nella nozione di imprenditore o professionista non sono tenuti ad effettuare la comunicazione all’Ispettorato nazionale del lavoro, ma provvedere esclusivamente alla dichiarazione di inizio di attività nei confronti dell’INPS.

- La comunicazione può essere effettuata da un consulente del lavoro o altro professionista abilitato per conto dell’impresa?

Si. I consulenti del lavoro e gli altri professionisti abilitati ai sensi della L. n. 12/1979 possono effettuare le comunicazioni in questione per conto dell’impresa ferma restando, come richiesto dalla circ. n. 1/2016 dell’Ispettorato nazionale del lavoro, l’indicazione anche nell’oggetto della e-mail del codice fiscale e della ragione sociale dell’impresa utilizzatrice dei voucher.

- Ogni comunicazione deve riguardare un singolo lavoratore al massimo? No, le comunicazioni possono riguardare cumulativamente anche una pluralità di lavoratori, purché riferite allo stesso committente e purché i dati riferiti a ciascun lavoratore siano dettagliatamente ed analiticamente esposti.

- Qual è la sede competente dell’Ispettorato dove inviare la comunicazione? È quella individuata in base al luogo di svolgimento della prestazione. Se viene effettuata una comunicazione presso una sede diversa il committente potrà comunque comprovare l’adempimento dell’obbligo.

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9) Sostituzioni per maternità e cambio motivazione

La Fondazione studi del Consiglio nazionale consulenti del lavoro, con la nota pubblicata il 2 novembre 2016, sul proprio sito internet, risponde a quesito

Quesito

Oggetto: proroghe nel tempo determinato DL81/2015. Assunzione a termine effettuata con l'indicazione delle ragioni sostitutive (ancorché non più obbligatorie). Si chiede se alla scadenza del periodo:

n.1) si deve interrompere il rapporto e dopo aver rispettato il periodo di pausa previsto (10/20 gg), stipulare un nuovo contratto;

n.2) è possibile prorogare il contratto non più per motivi sostitutivi, ma senza obbligo di alcuna motivazione, informando la lavoratrice che viene meno la condizione sostitutiva, e con il suo consenso.

Risposta

Il rientro in servizio della lavoratrice costituisce condizione al cui verificarsi cessa il contratto di lavoro a termine se costituito per sostituire un lavoratore ad esempio in maternità, pertanto il contratto può essere prorogato, purché il lavoratore sostituito sia ancora assente e nei limiti di tale assenza.

Infine, anche nel caso di sostituzione vanno rispettati i periodi di intervallo tra un contratto a termine ed un altro contratto a termine tra le stesse parti, previsti dal D.Lgs. n.81/2015. Si vedano le FAQ su cliclavoro in caso di contratto per sostituzione per maternità.

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10) Reti di impresa: previdenza e discipline sociali chiarite dal CNDCEC

Le reti di impresa nel diritto del lavoro, della previdenza e delle discipline sociali: dalla teoria alla pratica. Sul tema il Consiglio nazionale commercialisti ha pubblicato il 2 novembre 2016, sul proprio sito internet il manuale di ben 159 pagine.

Ecco di seguito la relativa premessa:

Le reti di impresa rappresentano un’opportunità a disposizione soprattutto delle micro e piccole imprese per un nuovo modello di sviluppo. Questa fattispecie, nonostante sia un’importante innovazione nel diritto contrattuale italiano, ancora oggi, a distanza di parecchi anni, si muove in uno scenario altamente opinabile. Questo manuale vuole rispondere proprio all’esigenza di dare una regolamentazione di supporto che possa essere di reciproco aiuto nell’individuazione delle “reti buone” rispetto alle “reti cattive” e vuole provare a riempire le molteplici lacune della disciplina lavoristica sulle reti di imprese almeno in ambito giuslavoristico.

Con il presente lavoro, inoltre, si tenta di mettere a disposizione della categoria professionale le singole esperienze degli operatori del settore, indicando le casistiche di studio, siano esse positive che negative, delle quali non si ha evidenza e traccia. Gli addetti ai lavori (imprese, lavoratori e loro avvocati, commercialisti, consulenti del lavoro e ispettori del lavoro) si sono infatti troppo spesso avventurati nella gestione delle reti d’impresa al buio, senza una legislazione specifica di matrice giuslavoristica, senza documenti di prassi amministrativa del Ministero e degli Enti di previdenza ed assistenza completi, senza giurisprudenza di riferimento, né di merito che di legittimità: quindi senza riferimenti certi e precedenti noti.

Nell’affrontare le tematiche delle reti nel mondo del diritto del lavoro, emerge anche la necessità di procedere alla certificazione del contratto di rete e delle sue regole. La possibilità data dalla codatorialità ha fatto ingresso nel nostro ordinamento con regole scarne, rinviate a prassi negoziali non sempre bilanciate, dove occorre un’attenta indagine dell’effettiva autonomia delle parti, che è opportuno sia rimessa ad un organismo terzo.

Il mercato ha accolto dapprima favorevolmente questa opportunità di flessibilità per imprese aggregate, che scardinano il dogma dell’unicità del datore di lavoro, ma gli operatori si sono trovati successivamente impossibilitati a darvi seguito, visti i pochissimi riferimenti a documenti chiari di prassi amministrativa.

Brevemente, nella consapevolezza che questo lavoro è destinato a esperti del settore, si rammenta che la disciplina del Contratto di Rete è contenuta nell’art. 3, commi 4-ter e seguenti della L. n. 33/2009 di conversione del D.l. n. 5/2009, come modificata e integrata dall’art. 1 della L. n. 99/2009 e dall’art. 42 del D.l. n. 78/2010 ss. mm. ii.

Questo tipo di contratto permette a più imprenditori di accrescere, individualmente e collettivamente, la propria capacità innovativa e la propria competitività sul mercato, obbligandosi a collaborare, scambiandosi informazioni o esercitando in comune una o più attività rientranti nell’oggetto della propria impresa.

Dal punto di vista formale è possibile distinguere tra la c.d. “rete-contratto”, che regola una collaborazione tra imprese senza dar luogo alla nascita di un ente autonomo e distinto rispetto alle imprese contraenti, e la “rete-soggetto”, costituita da un contratto con fondo patrimoniale comune che, invece, dà luogo alla nascita di un autonomo soggetto di diritto, distinto dalle imprese che hanno sottoscritto il contratto (v. Agenzia delle Entrate, Circ. del 18 giugno 2013, n. 20/E).

Questo istituto, come si è detto, risulta essere, a distanza di anni dalla sua introduzione, ancora scarsamente utilizzato rispetto alle sue indubbie potenzialità, a causa delle incertezze in ordine ai confini di effettiva legittimità. Sebbene si tratti di uno strumento che consente di gestire il personale in maniera più flessibile e di superare il “tradizionale” rapporto dualistico datore/lavoratore, non è del tutto ingiustificata la cautela che si ha nel ricorrere ad esso. La motivazione di tale prudenza è da rintracciarsi nell’esistenza di questioni ancora aperte e la cui soluzione è del tutto opinabile in assenza di una puntuale normativa, di prassi consolidate, e di interventi giurisprudenziali in materia.

Con il presente lavoro – pur nella consapevolezza di non poter fornire soluzioni esaustive a tutti gli interrogativi ed ai dubbi interpretativi/operativi – si intende mettere a disposizione degli operatori materiale utile sotto il profilo teorico e pratico, in modo da consentire la soluzione delle questioni concrete senza dimenticare la base teorica che sempre deve fungere da guida nel campo giuridico-lavoristico.

Di qui la suddivisione del lavoro in tre parti: la prima , destinata alla ricostruzione normativa ed interpretativa degli istituti significativi del fenomeno “Rete” per meglio comprendere la ratio della loro introduzione ed il loro inserimento nel sistema già esistente della flessibilità nel mondo del lavoro; la seconda, di taglio misto teorico/ pratico che, pur partendo dagli istituti giuridici, spiega, anche con esempi concreti in sede processuale, la fattibilità di quanto promosso dal legislatore; la terza, di taglio squisitamente pratico, destinata a fornire indicazioni sugli aspetti contrattuali e le c.d. “regole di ingaggio”, alla quale fa da appendice una sorta di “formulario” con modelli contrattuali e non, inerenti anche agli aspetti amministrativo-burocratici.

Questo contributo pubblicato dal Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili costituisce il risultato di un confronto tra diverse professionalità con rispettivi ruoli e funzioni nell’area giuridico-economica, con l’obiettivo di pervenire ad un punto di possibile convergenza delle esperienze svolte sul campo da magistrati, avvocati e commercialisti che si occupano abitualmente della materia del lavoro, della previdenza e delle discipline sociali.

Vincenzo D’Andò