Per godere dell’iperammortamento al 250% servirà una perizia giurata? Diario quotidiano del 22 novembre 2016

Pubblicato il 22 novembre 2016



1) La CTR nella sentenza deve motivare le proprie decisioni
2) Cessione dell’immobile strumentale non ancora ultimato
3) Valore della società è dei marchi posseduti: Ok alla rettifica dei prezzi di cessione
4) Chiusura senza sanzioni delle partite Iva inattive
5) Bilanci: le Start up anche se micro-imprese non sono esonerate dalla Nota integrativa
6) L’omissione delle ritenute si desume dal 770
7) Per l'iperammortamento ci vorrà la perizia giurata
8) Per gli atti esattoriali non contestati vale la prescrizione breve
9) D.L. fiscale: opzioni fiscali tardive con remissione in bonis
10) Spese sponsorizzazioni: a chi spetta dimostrare che siano inerenti
diario-quotidiano-articoli-91) La CTR nella sentenza deve motivare le proprie decisioni 2) Cessione dell’immobile strumentale non ancora ultimato 3) Valore della società è dei marchi posseduti: ok alla rettifica dei prezzi di cessione 4) Chiusura delle partite Iva inattive senza sanzioni 5) Bilanci: le Start up anche se micro-imprese non sono esonerate dalla Nota integrativa 6) L’omissione delle ritenute si desume dal 770 7) Per il superammortamento ci vorrà la perizia giurata 8) Per gli atti esattoriali non contestati vale la prescrizione breve 9) D.L. fiscale: opzioni fiscali tardive con remissione in bonis 10) Spese sponsorizzazioni: a chi spetta dimostrare che siano inerenti ******

1) La CTR nella sentenza deve motivare le proprie decisioni

Non va bene la sentenza della Commissione tributaria regionale che fa proprie le conclusioni fatte dal giudice di primo grado senza spiegarne le motivazioni.

Lo afferma la Corte di Cassazione con la sentenza n. 23484 del 19 novembre 2016.

Dunque, la Suprema Corte conferma l’orientamento secondo cui é viziata da omessa motivazione la sentenza della Commissione tributaria regionale che si limita alla condivisione delle conclusioni del primo giudice senza spiegarne le ragioni. I giudici di legittimità hanno sostenuto che i giudici d’appello si erano limitati ad affermazioni generiche, senza indicare leggi di riferimento; erano stati ritenuti insussistenti i vizi sollevati dalla contribuente senza indicare quali fossero nello specifico. Mancava una spiegazione sulla fondatezza e sull’iter logico seguito dai giudici per giungere a condividere le conclusioni della Ctp.

L’agenzia delle Entrate aveva notificato ad una società immobiliare un avviso di accertamento con il quale rettificava i ricavi derivanti dalla vendita di alcuni immobili. La contribuente, nell’impugnare l’atto, aveva evidenziato vizi di legittimità e di merito non tenuti in considerazione dal giudice di merito.

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2) Cessione dell’immobile strumentale non ancora ultimato

E’ soggetta ad Iva la cessione dell’immobile strumentale, in corso di costruzione, non ancora ultimato. Si tratta di un operazione che non rientra nell’esenzione da tale imposta prevista nell’art. 10 (co. 1, n. 8 ter) del Dpr 633/72.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 23499 del 19 novembre 2016, conferma l’imponibilità per obbligo, per la cessione di un fabbricato strumentale non ultimato.

Ulteriore conferma che, secondo Suprema Corte, viene data dalla stessa ratio della norma, la quale esclude dal regime di esenzione (e, quindi, di imponibilità su opzione) le imprese costruttrici, per i primi 5 anni dalla data di ultimazione dei lavori di costruzione.

Peraltro, la tesi dell’imponibilità per obbligo per i fabbricati non ultimati viene giustificata, indirettamente dal fatto che è legittimo il regime di esenzione Iva per l’immobile ceduto al “consumatore finale” (che poi provvede da se ad ultimare il fabbricato stipulando un contratto di appalto per l’esecuzione dei lavori).

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3) Valore della società è dei marchi posseduti: Ok alla rettifica dei prezzi di cessione

Il fisco può, quindi, rettificare i prezzi di cessione delle quote assunti nel valore nominale. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 23498 del 18 novembre 2016, da il via agli accertamenti con i quali l’Agenzia delle Entrate procede a rettificare le plusvalenze derivanti da cessioni di partecipazioni sulla base del presunto valore effettivo delle azioni o quote cedute. Viene, così, bocciata la decisione della Commissione tributaria regionale che riteneva legittima la cessione delle stesse partecipazioni al loro valore nominale.

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4) Chiusura delle partite Iva inattive senza sanzioni

La chiusura delle partite Iva inattive da almeno tre anni avverrà d’ufficio e senza l’applicazione di sanzione. Comunque, la chiusura verrà comunicata preventivamente al titolare della posizione Iva “dormiente” che potrà evitarla fornendo risposta all’Amministrazione finanziaria. Questo secondo quanto dispongono i commi 44 e 45 dell’articolo 7-quater del D.L. 193/2016, attualmente al Senato, per la sua conversione in legge.

Le norme prevedono, rispettivamente, la modifica della procedura vigente per la chiusura delle partite Iva inattive, prevista dall’art. 35, comma 15-quinquies, del Dpr 633 del 1972, e l’eliminazione delle sanzioni previste per la mancata presentazione della dichiarazione di cessazione di attività a fini Iva, in atto disciplinate dall’art. 5, comma 6, primo periodo, del Dlgs 471 del 1997.

Procedura di chiusura

L’art. 35 prevede che l’Agenzia delle Entrate, sulla base dei dati e degli elementi in possesso dell’anagrafe tributaria, individua i soggetti titolari di partita Iva che, pur obbligati, non hanno presentato la dichiarazione di cessazione di attività e comunica agli stessi che provvederà alla cessazione d’ufficio della posizione Iva. Nei 30 giorni successivi al ricevimento di tale comunicazione il contribuente che rilevi eventuali elementi non considerati o valutati erroneamente ha la possibilità di fornire i chiarimenti necessari all’agenzia delle Entrate.

La nuova procedura introdotta dal citato comma 44 del D.L. 193/2016, invece, prevede la chiusura d’ufficio delle partite Iva dei soggetti che non risultano aver esercitato, nelle tre annualità precedenti, attività d’impresa ovvero attività artistiche o professionali. Si demanda, inoltre, a un provvedimento dell’Agenzia delle Entrate l’individuazione dei criteri e delle modalità di applicazione delle nuove norme, mantenendo forme di comunicazione preventiva al contribuente.

Infine, sono fatti salvi gli ordinari poteri di controllo e accertamento dell’amministrazione finanziaria.

Regime sanzionatorio

Il suddetto comma 45 elimina le sanzioni previste per la mancata presentazione della dichiarazione di cessazione di attività a fini Iva, modificando l’art. 5, comma 6, primo periodo, del Dlgs 471/1997. Il regime sanzionatorio vigente prevede che il contribuente che abbia omesso la presentazione della dichiarazione di cessazione e che non abbia fornito motivazioni valide all’Agenzia è tenuto a pagare una sanzione che può variare tra 500 e 2.000 euro. L’iscrizione a ruolo della sanzione non è eseguita se il contribuente provvede a pagare la somma dovuta entro 30 giorni dal ricevimento della citata comunicazione. L’ammontare della sanzione è ridotto ad un terzo del minimo (ossia 167 euro).

Il decreto legge, invece, elimina le sanzioni previste per l’omessa dichiarazione di cessazione di attività a fini Iva, espungendo tale fattispecie da quelle sanzionabili ai sensi del citato articolo 5 del Dlgs 471/1997. In definitiva, le partite Iva inattive da almeno tre anni, verranno chiuse e cancellate dalle Entrate senza alcuna sanzione per il titolare. Il tal modo, il contribuente, non dovrà più pagare la sanzione di 500 euro, o la riduzione a 167 euro per i pagamenti pervenuti entro 30 giorni dalla notifica.

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5) Bilanci: le Start up anche se micro-imprese non sono esonerate dalla Nota integrativa

Le Start up innovative sono ancora tenute redigere la nota integrativa per le spese R&S.

Il Ministero dello Sviluppo Economico, con il parere 361851 del 17 novembre 2016, ha fornito chiarimenti in merito alla necessità o meno di indicare nella nota integrativa le spese in ricerca e sviluppo delle Start up innovative.

E’ stato evidenziato che in seguito all’entrata in vigore del D.Lgs. del 18.8.2015 n. 139, attuativo della Direttiva n. 2013/34/UE, in materia di bilancio d’esercizio e consolidato, è stato introdotto un regime particolare per le micro-imprese, stabilendo, tra l’altro, anche la soppressione dell’obbligo della nota integrativa, della relazione sulla gestione e del rendiconto finanziario.

Tuttavia, la disciplina sulle Start up innovative e in particolare con riferimento alle società che possiedono come requisito quello relativo alla percentuale di spese in ricerca e sviluppo - almeno il 15% del maggiore valore tra il costo e il valore totale della produzione – richiede, per la pratica di mantenimento requisiti, che le spese in ricerca e sviluppo siano descritte in nota integrativa.

Dunque, come osserva il Ministero, le Start up innovative che intendano avvalersi del requisito delle spese di ricerca e sviluppo, sono comunque tenute a redigere il bilancio d’esercizio allegando la nota integrativa, in cui sono specificate le spese in questione. Questo poiché ai fini della verifica immediata da parte dell’Amministrazione della dichiarazione di possesso del suddetto requisito.

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6) L’omissione delle ritenute si desume dal 770

Con il solo Modello 770 scatta il sequestro preventivo delle omesse ritenute.

Ai fini del sequestro preventivo per equivalente all’imprenditore che ha omesso di versare le ritenute, il giudice può ritenere sussistente il fumus dal Modello 770.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, la decisione n. 48591 del 17 novembre 2016.

Con la riforma del sistema sanzionatorio penale tributario (DLgs. 158/2015), l’ambito di operatività del reato di omesso versamento di ritenute è stato esteso a quelle dovute sulla base delle dichiarazioni provenienti dal datore di lavoro, cioè del modello 770.

A tal proposito, in atto l’art. 10-bis del DLgs. 74/2000 prevede che sia punito con la reclusione da sei mesi a due anni chiunque non versa entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione annuale di sostituto di imposta ritenute dovute sulla base della stessa dichiarazione o risultanti dalla certificazione rilasciata ai sostituiti, per un ammontare superiore a 150.000 euro per ciascun periodo d’imposta.

Dunque, il giudice può ritenere sussistente il “fumus” anche attraverso la valutazione del 770 o di altri elementi, purché ne dia adeguata motivazione.

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7) Per l'iperammortamento ci vorrà la perizia giurata?

Non sarà semplice potere fruire dell’iper-ammortamento, ciò poiché a differenza del super-ammortamento, la normativa prevede la produzione dell’apposita documentazione atta a comprovare l’ulteriore bonus.

Dunque, per accedere al maggior beneficio fiscale del 250%, l’impresa dovrà produrre una perizia tecnica giurata rilasciata da un ingegnere o da un perito industriale iscritti nei rispettivi albi professionali o da un ente di certificazione accreditato, attestante che il bene possieda caratteristiche tecniche tali da includerlo nell’elenco previsto dalla normativa e sia interconnesso al sistema aziendale di gestione della produzione o alla rete di fornitura.

Tuttavia, questa perizia viene richiesta per i beni aventi ciascuno un costo di acquisizione superiore a 500 mila euro. Viceversa, per i beni di costo inferiore la norma consente di produrre una più semplice dichiarazione di atto notorio resa dal legale rappresentante avente i medesimi contenuti della perizia.

Ma anche per i beni di costo inferiore, l’auto attestazione richiede competenze tecniche specifiche che potrebbero non essere presenti in azienda e, soprattutto, potrebbero non essere possedute dal legale rappresentante.

Potrebbe, quindi, rivelarsi opportuno, anche se non obbligatorio, che il legale rappresentante si rivolga comunque ad un tecnico esterno per periziare l’ammissibilità dei beni all’iper-ammortamento; in tal modo, la propria dichiarazione di atto notorio sarà comunque comprovata da detto ulteriore documento.

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8) Per gli atti esattoriali non contestati vale la prescrizione breve

Per gli atti esattoriali non contestati vale la prescrizione breve. La mancata impugnazione della cartella di pagamento (o di un qualunque atto impositivo), per debiti previdenziali, non comporta l’allungamento del termine prescrizionale. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza n. 23397 del 17 novembre 2016: Le Sezioni unite, difatti, hanno affermato che solo il diritto di credito contenuto in una sentenza passata in giudicato si prescrive in dieci anni.

Il caso analizzato dagli ermellini traeva origine dall’opposizione avanti al tribunale competente di un’intimazione di pagamento relativa a una cartella per omessi versamenti di contributi previdenziali Inps. Per il primo giudice l’impugnazione era inammissibile, la Corte di appello, accogliendo il ricorso del contribuente, riteneva prescritto il credito vantato dall’ente. Avverso la decisione l’Inps ricorreva in Cassazione secondo la quale la scadenza del termine perentorio stabilito per opporsi o impugnare un atto produce solo l’effetto della irretrattabilità del credito, ma non determina anche la conversione del termine di prescrizione breve in ordinario decennale ex art. 2953 c.c., disposizione applicabile solo nei casi in cui intervenga un titolo giudiziale definitivo.

Si tratta di uno principio, prosegue la Corte di legittimità, che si può applicare a tutti gli atti, comunque denominati, di riscossione mediante ruolo o comunque di riscossione coattiva di crediti degli enti previdenziali ovvero di crediti relativi ad entrate tributarie o extratributarie, nonché di crediti delle Regioni, delle Province, dei Comuni e degli Enti locali, nonché per le sanzioni amministrative per le violazioni di norme tributarie.

Pertanto, se per i relativi crediti sia prevista una prescrizione sostanziale più breve di quella ordinaria, la sola scadenza del termine concesso al debitore per proporre opposizione non consente di fare applicazione del suddetto art. 2953 c.c., tranne che nell’ipotesi in cui sussista un titolo giudiziale divenuto definitivo.

E sia la cartella sia l’avviso di addebito, richiedenti addebiti previdenziali dell’Inps, avendo natura di atti amministrativi, non assumono l’efficacia di giudicato.

Per cui la prescrizione della riscossione della cartella di pagamento avviene dopo che siano trascorsi cinque anni e non, invece, dieci anni.

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9) D.L. fiscale: opzioni fiscali tardive con remissione in bonis

Il D.L. 193/2016 ora prevede la possibilitù, entro la dichiarazione dell’anno successivo, di potere esercitare l’opzione tardiva pagando 250 euro.

Con il D.L. 193/2016, in corso di conversione in legge deve essere esaminato solo dal Senato), dispone che anche per l’esercizio delle opzioni che devono essere comunicate con la dichiarazione dei redditi da presentare nel corso del primo periodo di valenza del regime opzionale resta fermo quanto stabilito dall’art. 2 comma 1 del D.L. 16/2012.

Tuttavia, viene stabilito che dette disposizioni “si applicano a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2016”.

Per cui pare che l’applicabilità della remissione in bonis decorra dalle opzioni che devono esercitarsi nell’anno 2017, si pensi all’opzione per il consolidato fiscale relativa al triennio 2017-2019.

Se, quindi, nel Modello Unico 2017 non si dovesse esercitare l’opzione, rimarrebbe comuqnue tempo fino al 1° ottobre 2018 (il 30 settembre cade di domenica) per la remissione in bonis.

In particolare, il comma 29 dell’art. 7 chiarisce che, per le opzioni da comunicare con dichiarazione dei redditi, ove l’adempimento non sia tempestivamente eseguito, è comunque possibile accedere all’opzione, purché non vi sia stato un inizio di attività di accertamento o di contestazione di sanzioni da parte dell'Amministrazione e in presenza di specifiche condizioni di legge (presenza dei requisiti richiesti dalla normativa di riferimento.

La comunicazione deve essere effettuata entro il termine della prima dichiarazione utile, effettuando il pagamento delle sanzioni nella misura minima, ai sensi dell'articolo 2 del decreto-legge n. 16 del 2012.

Ai sensi del comma 30, le disposizioni sul rinnovo tacito delle opzioni del TUIR e le relative norme di coordinamento (commi 27-29) si applicano a decorrere dal periodo d'imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2016.

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10) Spese sponsorizzazioni: a chi spetta dimostrare che siano inerenti

E’ il contribuente che deve dimostrare che le sponsorizzazioni siano spese di pubblicità.

Le spese di sponsorizzazione rientrano tra le spese di rappresentanza (deducibili nei limiti previsti), se il contribuente non dimostra che l’attività sponsorizzata possa essere suscettibile di un “ritorno commerciale”. Se, invece, tale contribuente riesce a provare la “diretta aspettativa” e allora la spesa può essere classificata come spesa di pubblicità e come tale interamente deducibile.

Lo ha stabilito, la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 20154 del 7 ottobre 2016.

Una S.p.A., produttrice di manufatti in vetroresina, era stata raggiunta dall’avviso di accertamento con il quale l'Agenzia delle entrate aveva recuperato a tassazione i maggiori costi afferenti alla sponsorizzazione di sodalizi sportivi e di manifestazione fieristiche, poiché ritenute spese di rappresentanza a limitata deducibilità e non, quindi, di pubblicità, conseguentemente determinando un maggior reddito imponibile ai fini Iva, Irpeg ed Irap. La sentenza di primo grado (CTP) e quella della CTR, sono risultate entrambi favorevoli alla società, per cui l’Agenzia delle entrate ha proposto ricorso in cassazione.

Suprema Corte che ha subito censurato la decisione del giudice di merito giacché non si è conformata al consolidato insegnamento di questa Corte secondo cui «in tema di imposte sui redditi delle persone giuridiche, ai sensi del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 108 (ex art. 74, comma 2), il criterio discretivo tra spese di rappresentanza e di pubblicità va individuato nella diversità, anche strategica, degli obiettivi, atteso che costituiscono spese di rappresentanza i costi sostenuti per accrescere il prestigio e l'immagine della società e per potenziarne le possibilità di sviluppo, senza dar luogo ad una aspettativa di incremento delle vendite, mentre sono spese di pubblicità o propaganda quelle erogate per la realizzazione di iniziative tendenti, prevalentemente anche se non esclusivamente, alla pubblicizzazione di prodotti, marchi e servizi, o comunque al fine diretto di incrementare le vendite» (Cass. 16812/14; 15318/14; 15183/14).

Secondo la Corte ha, dunque, errato la C.T.R. a ritenere che “tutte le spese di sponsorizzazione sostenute dalla contribuente, ancorché non ne fosse dimostrata la loro finalizzazione al miglioramento delle prospettive reddituali delle attività di impresa, andassero indistintamente annoverate quali spese di pubblicità e di propaganda e ne fosse perciò consentita la deducibilità in ragione del loro intero ammontare”.

La sentenza del giudice di merito si è, quindi, rivelata assai generica, difatti, si limita a citare genericamente i concetti di “pubblicità” e «propaganda», nonché insufficiente a differenziare il concetto di “rappresentanza” a fini fiscali, al fine di potere riconoscere l’integrale deducibilità dei costi sostenuti dalla società in veste di sponsor. Questo “sul filo del più generale convincimento che l’onere della prova dei presupposti dei costi ed oneri deducibili concorrenti alla determinazione del reddito d’impresa, ivi compresa la loro inerenza e la loro diretta imputazione ad attività produttive di ricavi, incomba al contribuente” (Cass. 21184/14; 7701/13).

Come si sarebbe dovuta difendere la società

Invece, a detta della Corte Suprema, quale onere a carico della parte, la SpA avrebbe dovuto dimostrare “non solo la congruità dei costi sostenuti a fini di sponsorizzazione in rapporto all’attività caratteristica e al volume d’affari che ne costituiva il risultato, ma pure la loro idoneità ad ampliare le prospettive di crescita dell’impresa nell’ambito territoriale beneficiato dalle attività di sponsorizzazione”.

In conclusione, secondo il pensiero della Cassazione, non basta che la spesa sia debitamente documentata, ma occorre che ne venga comprovata l’inerenza sotto l’ottica del concreto vantaggio che “nello specifico contesto territoriale ne avrebbero potuto ritrarre le attività della contribuente in termini di allargamento della clientela e di incremento dei ricavi”.

Per tali ragioni il ricorso presentato dall’Agenzia delle entrate è stato accolto.

Vincenzo D’Andò