Addio al redditometro? Conferisce all'Agenzia delle entrate un potere che va manifestamente oltre quello della ispezione fiscale consentito dalla Costituzione

La CTP di Catania, con la sentenza n. 473 dell’11 gennaio 2016, ha demolito l’intera disciplina di quello che sino a ieri è stato lo strumento di accertamento presuntivo favorito dell’Agenzia delle Entrate. Vista la complessità della vicenda che ha portato nel tempo a queste conclusioni, prima di analizzare la sentenza in parola, sarà opportuno ripercorrere brevemente la vicenda legislativa che ha portato al cosiddetto “redditometro”.
L’accertamento sintetico a mezzo di “redditometro”, altrimenti detto “accertamento redditometrico”, è stato disciplinato, nella versione originaria, dalla seconda parte del comma 4 dell’articolo 38 del D.P.R. n. 600/1973 e trova applicazione nei confronti delle sole persone fisiche a condizione che il reddito complessivo accertabile ecceda di almeno un quinto (un quarto nella previsione originaria) rispetto a quello indicato da parte del contribuente in sede di dichiarazione.
In realtà, il metodo sintetico si articola in due distinte tecniche di rettifica, corrispondenti a diverse tipologie di elementi rivelatori di un reddito complessivo maggiore rispetto a quanto dichiarato dal contribuente stesso.
La differenza tra le due tecniche consiste nel fatto che nell’un caso spetta all’Ufficio che procede all’accertamento individuare, di volta in volta, gli elementi dimostrativi del maggior reddito rilevato rispetto a quanto dichiarato e valutarne, poi, la portata concreta; nell’altro caso l’Ufficio si avvale di ragionamenti in un certo senso “preconfezionati”, contenuti in decreti ministeriali all’uopo emanati.
È la seconda tecnica di rettifica ad essere nota come “redditometro” ed in tale fattispecie, la determinazione sintetica del reddito, fondata su indici di spesa e coefficienti di calcolo individuati in appositi decreti ministeriali, si basa non già sulla spesa effettiva bensì su quella figurativa. Nel caso in cui il reddito dichiarato dallo stesso contribuente risulti essere inferiore di un quarto rispetto a quello determinato sinteticamente sulla base della disponibilità di beni e servizi tassativamente indicati nell’apposito decreto emanato dal Ministero delle Finanze, in quanto ritenuti dalla legge espressione di una certa capacità contributiva e, inoltre, sulla base di spese per incrementi patrimoniali (tale ultima previsione era specificamente normata dal comma n. 5 del citato articolo 38), l’Amministrazione Finanziaria ha la facoltà di procedere alla rettifica delle dichiarazioni presentate. Con tale metodo si va quindi a determinare il reddito “sintetico” ossia “spendibile” del contribuente, in quanto già libero da oneri deducibili, non potendo pertanto questi ultimi essere opposti dal Contribuente ai fini di riduzioni rispetto al maggior imponibile accertato a mezzo del redditometro.
La materia in esame è stata poi notevolmente modificata con la manovra di cui al Decreto Legge n. 78/2010, convertito, con modificazioni, in Legge n. 122/2010, che ha introdotto varie novità in tema di accertamento sintetico e, in particolare, in ordine all’accertamento da redditometro.
Una delle innovazioni più rilevanti della modifica era data dal “nuovo” comma n. 4 dell’articolo 38, del D.P.R. n. 600/1973 il quale testualmente riporta: “L’Ufficio, indipendentemente dalle disposizioni recate dai commi precedenti e dall’art.39, può sempre determinare sinteticamente il reddito complessivo del Contribuente sulla base delle spese di qualsiasi genere sostenute nel corso del periodo d’imposta, salva la prova che il relativo finanziamento è avvenuto con redditi diversi da quelli posseduti nello stesso periodo d’imposta, o con redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta o, comunque, legalmente esclusi dalla formazione della base imponibile”.
Altra importante novità la si sarebbe trovata al comma 5 dell’articolo 38/600, laddove è stabilito che l’accertamento può essere fondato anche sul…

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