Riammissione delle rateazioni ad Equitalia in scadenza al 20 ottobre – diario quotidiano del 18 ottobre 2016

Pubblicato il 18 ottobre 2016



1) Riammissione alla rateazione dei decaduti: l’istanza si presenta entro il 20 ottobre 2016
2) Giurisdizione delle Commissioni tributarie: al via il ricorso contro l’estratto di ruolo relativo per cartelle esattoriali non notificate
3) Professionista non soggetto ad Irap anche con beni di valore eccessivo e consulenti esosi
4) E’ possibile spedire il ricorso tributario in busta chiusa
5) Agente di commercio escluso da Irap anche se viaggia spesso e sostiene altre rilevanti spese
6) Sanzione disciplinare per il notaio che attesta solo la conformità della planimetria dell’immobile
7) Ristrutturazione edilizia: detrazione fiscale possibile anche negli anni successivi
8) Notizie fiscali in breve: anche l’accertamento a tavolino vuole la fase del contraddittorio preventivo
9) Governo: approvato il DDL di bilancio per l’anno 2017 e il triennio 2017-2019
10) Società in liquidazione: assegnazione agevolata ai soci legittima
consulenza_1Indice: 1) Riammissione alla rateazione dei decaduti: l’istanza si presenta entro il 20 ottobre 2016 2) Giurisdizione delle Commissioni tributarie: al via il ricorso contro l’estratto di ruolo relativo per cartelle esattoriali non notificate 3) Professionista non soggetto ad Irap anche con beni di valore eccessivo e consulenti esosi 4) E’ possibile spedire il ricorso tributario in busta chiusa 5) Agente di commercio escluso da Irap anche se viaggia spesso e sostiene altre rilevanti spese 6) Sanzione disciplinare per il notaio che attesta solo la conformità della planimetria dell’immobile 7) Ristrutturazione edilizia: detrazione fiscale possibile anche negli anni successivi 8) Notizie fiscali in breve: anche l’accertamento a tavolino vuole la fase del contraddittorio preventivo 9) Governo: approvato il DDL di bilancio per l’anno 2017 e il triennio 2017-2019 10) Società in liquidazione: assegnazione agevolata ai soci legittima ****

1) Riammissione alla rateazione dei decaduti: l’istanza si presenta entro il 20 ottobre 2016

Decaduti dal pagamento a rate a seguito della definizione dei controlli fiscali: E’ possibile la riammissione alla rateazione presentando un’istanza all’Ufficio delle Entrate entro il 20 ottobre 2016, purché la decadenza sia avvenuta tra il 16 ottobre 2015 e il 1 luglio 2016.

Il primo pagamento andrà effettuato entro 60 giorni dalla ricezione della comunicazione con cui l’Agenzia concede il “nulla osta” alla rateazione ed indica l’importo della rata iniziale del nuovo piano rateale.

In merito sono intervenuti l’art. 13 bis del D.L. n. 113/2016 convertito in Legge n. 160/2016 e la circolare dell’Agenzia delle entrate n. 41/E del 3 ottobre 2016.

Dopo il versamento della rata iniziale, il contribuente deve fare avere all’Ufficio competente la quietanza di pagamento entro 10 giorni.

L’Agenzia predispone poi il piano di rateazione definitivo con la corretta indicazione delle scadenze trimestrali delle rate successive e dei relativi importi dovuti, comprensivi degli interessi.

Sono interessati coloro che:

hanno definito le somme dovute, per imposte di qualsiasi tipo, a seguito di adesione all’accertamento, al PVC o all’invito a comparire (questi ultimi 2 istituti sono stati abrogati dal 2015), oppure di acquiescenza all’accertamento;

- hanno optato per il pagamento in forma rateale ma, nel periodo 16 ottobre 2015 - 1° luglio 2016, sono decaduti dal piano di rateazione dopo avere effettuato il versamento della prima rata, poiché non hanno rispettato le successive scadenze (mancato versamento di una rata, diversa dalla prima, entro il termine di pagamento della rata successiva).

Non sono interessati i soggetti decaduti da rateazioni derivanti dalla conciliazione e da accordi di mediazione.

Come ottenere la nuova rateazione

Gli interessati devono presentare all’Ufficio dell’Agenzia delle entrate che ha emesso il provvedimento di rateazione originario, entro il 20 ottobre 2016, un’istanza in carta semplice contenente l’indicazione degli estremi dell’atto a cui si riferisce la rateazione decaduta e il numero delle rate trimestrali che si intende pagare (si tratta del fac-simile allegato alla citata circolare); la presentazione può avvenire con consegna diretta, invio per raccomandata o per posta elettronica certificata.

Se le somme dovute sono di importo superiore a € 50.000, il numero massimo delle rate varia in funzione della data di perfezionamento o di definizione dell’atto originario. Per gli importi inferiori a € 50.000 il numero massimo è di 8 rate in entrambi i casi.

Data di perfezionamento/definizione dell’atto

Numero massimo rate trimestrali

prima del 22 ottobre 2015

12

dal 22 ottobre 2015

16

L’importo relativo al nuovo piano viene definito dall’Agenzia delle entrate che informa il contribuente circa l’accoglimento dell’istanza con apposita comunicazione contenente l’indicazione dell’ammontare della rata iniziale da versare con F24 entro 60 giorni successivi alla ricezione da parte del contribuente.

******

2) Giurisdizione delle Commissioni tributarie: al via il ricorso contro l’estratto di ruolo relativo alle cartelle esattoriali non notificate

Giurisdizione delle Commissioni tributarie: al via il ricorso contro l’estratto di ruolo relativo alle cartelle esattoriali non notificate ai contribuenti.

Va bene il ricorso contro l’estratto di ruolo in assenza di una valida notifica dell’atto prodromico. E’, quindi, in errore il giudice tributario che, ritenendo il documento un atto interno, lo dichiara non impugnabile.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 20611 del 12 ottobre 2016. Un contribuente impugnava davanti al giudice tributario gli estratti di ruolo relativi ad alcune cartelle esattoriali, rilevando un vizio di notifica. Il giudice d’appello, riformando la decisione di primo grado, dichiarava inammissibile il ricorso perché riferito ad un atto interno e, pertanto, non impugnabile. La questione finiva in cassazione dove i giudici hanno accolto la doglianza. Il contribuente può impugnare la cartella della quale, a causa dell’invalidità della notifica, sia venuto a conoscenza solo attraverso un estratto di ruolo rilasciato su sua richiesta dall’agente della riscossione.

A tal fine, la Suprema Corte ha ricordato che, di recente, le Sezioni Unite di questa Corte hanno statuito il seguente principio: “il contribuente può impugnare la cartella di pagamento della quale - a causa dell’invalidità della relativa notifica - sia venuto a conoscenza solo attraverso un estratto di ruolo rilasciato su sua richiesta dal concessionario della riscossione; a ciò non osta l'ultima parte del comma 3 dell’art. 19 del d.lgs. n. 546 del 1992, in quanto una lettura costituzionalmente orientata impone di ritenere che l'impugnabilità dell'atto precedente non notificato unitamente all’atto successivo notificato - impugnabilità prevista da tale norma - non costituisca l’unica possibilità di far valere l'invalidità della notifica di un atto del quale il contribuente sia comunque venuto legittimamente a conoscenza e quindi non escluda la possibilità di far valere l'invalidità stessa anche prima, giacché l'esercizio del diritto alla tutela giurisdizionale non può essere compresso, ritardato, reso più difficile o gravoso, ove non ricorra la stringente necessità di garantire diritti o interessi di pari rilievo, rispetto ai quali si ponga un concreto problema di reciproca limitazione” (v. Cass. SS.UU. n. 19704/2015).

******

3) Professionista non soggetto ad Irap anche con beni di valore eccessivo e consulenti esosi

Il professionista è sempre escluso da Irap anche se utilizza beni strumentali di rilevante valore e paga ingenti somme per emolumenti dovuti in relazione a delle consulenze esterne.

Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con l’ordinanza n. 20610 del 12 ottobre 2016.

La Suprema Corte, che ha accolto il ricorso di un oculista, afferma che pagare “profumatamente” dei consulenti non condanna il professionista al versamento dell’Irap. Occorre, invece, valutare l’inserimento del collega nell’organizzazione dello studio professionale.

Il professionista aveva quindi percepito un reddito alto, procedendo poi a pagare i terzi (consulenti) in maniera “profumata”. Per le Entrate tanto era sufficiente a negare il rimborso del tributo. L’atto impositivo veniva confermato davanti ai giudici tributari di primo e secondo grado. Ma la Suprema corte ha ribaltato il verdetto ricordando che il presupposto impositivo dell’Irap sussiste quando l’autonomo sia il responsabile dell’organizzazione e non sia quindi inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità e interesse.

Il giudice con l’ermellino afferma che il ricorso a consulenti esterni non è sinonimo di autonoma organizzazione ma, se mai, vale il principio inverso: Infatti, proprio chi non dispone di un’organizzazione articolata è costretto a ricorrere a consulenze esterne.

La Corte, infine, rileva che non è sufficiente per integrare il presupposto oggettivo dell’Irap il pagamento, da parte del contribuente, di compensi a terzi non inseriti nella struttura organizzativa del professionista e le cui prestazioni non abbiano carattere continuativo.

******

4) E’ possibile spedire il ricorso tributario in busta chiusa

E’, infatti, valido il ricorso spedito in busta chiusa, questo nonostante la previsione dell’art. 20, comma 2, del Decreto legislativo 546/1992.

La Corte di Cassazione, con le sentenze 19864/2016, 19865/2016 e 19866/2016, ha stabilito che la spedizione del ricorso a mezzo posta con raccomandata in busta chiusa deve ritenersi “una mera irregolarità”, qualora non ne sia contestato il contenuto né la sua riferibilità alla parte che l'ha proposto. Ed in tale caso, ai fini della determinazione della data del procedimento notificatorio, vale quella della data di spedizione.

Dunque, se l’ufficio si costituisce e si oppone al ricorso del contribuente, non può contestare l’irrituale notifica del ricorso in busta chiusa.

La medesima Corte, con la sentenza n. 9820/2016, ha statuito che il ricorso tributario spedito all’interno di una busta chiusa, anziché tramite plico senza busta, si intende comunque notificato alla data di spedizione (per il notificante) e non a quella di ricezione dello stesso da parte del destinatario. La regola del doppio termine di perfezionamento della notifica (spedizione per il notificante e ricezione per il destinatario) è principio generale applicabile al processo tributario e non c’è motivo di discostarsi dallo stesso, anche nel caso in cui il ricorso sia disposto all’interno di una busta chiusa, anziché in plico.

Il caso ha riguardato la notifica di un ricorso introduttivo all’interno di una busta chiusa, anziché in plico senza busta. La spedizione della busta avveniva in data utile a rispettare i 60 giorni dalla notifica dell’atto impugnato; mentre, la ricezione della busta, avveniva quando detto termine era già spirato.

Nell’impugnata sentenza regionale, il giudice d’appello aveva ritenuto tardivo il ricorso introduttivo, computando la scadenza del termine dei 60 giorni al momento di ricezione, da parte del destinatario, della busta in cui era contenuto il ricorso.

La diatriba nasce dall’interpretazione dell’articolo 20 del dlgs 546/92 secondo cui: «La spedizione del ricorso a mezzo posta dev’essere fatta in plico raccomandato senza busta con avviso di ricevimento. In tal caso il ricorso s’intende proposto al momento della spedizione nelle forme sopra indicate»; il testo della norma, secondo la Ctp, deve intendersi nel senso che il perfezionamento alla data di spedizione è tale solo se la notifica del ricorso avviene «in plico raccomandato senza busta», diversamente dovendosi aver riguardo alla ricezione della busta da parte del destinatario.

La Cassazione ha bocciato tale interpretazione, precisando che la prescrizione relativa all’invio in piego senza busta è volta esclusivamente a conferire certezza, in ordine all’individuazione dell’atto notificato. Per cui, ove nessuna contestazione sia sollevata dal destinatario circa l’effettiva corrispondenza tra l’atto contenuto nella busta e l’originale depositato ai sensi dell’art. 22, non vi è ragione per non applicare il principio del doppio termine di notifica, individuando il perfezionamento della stessa, per quanto concerne il decorso dei termini per il notificante, alla data di spedizione, anziché a quella di ricezione.

*****

5) Agente di commercio escluso da Irap anche se viaggia spesso e sostiene altre rilevanti spese

Non conta che l’agente di commercio sostenga numerose spese, nell’esercizio della propria attività di rappresentante, magari in relazione ai rapporti da tenere, oltre che con la ditta preponente, in particolare con i clienti alla ricerca dei possibili contratti da chiudere.

E, quindi, l’avere sostenuto delle somme, elevate o meno, per spese di viaggi, alloggio, e telefonate non porta a ritenere che l’ausiliario del commercio sia soggetto all’Irap. Si tratta di spese che sono strettamente necessarie all’esercizio dell’attività

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 20472 del 11 ottobre 2016, con la quale ha accolto il ricorso presentato dal contribuente esercente.

A seguito del ricorso presentato contro l’Agenzia delle entrate, la Commissione Tributaria Provinciale accoglieva il gravame dell’agente di commercio.

Tuttavia, con il controricorso dell’Agenzia delle entrate, la Commissione Tributaria Regionale dava ragione all’Amministrazione finanziaria, ribaltando la pronuncia di primo grado, e sostenendo la sussistenza dell’autonoma organizzazione sulla base della notevole incidenza dei costi rispetto ai ricavi. Il contribuente asseriva che si trattava prevalentemente di spese per il telefono, di viaggio ed esborsi per alberghi: tutto strumentale alla sua attività di agente di commercio. E la Cassazione gli ha dato ragione, accogliendo il suo ricorso.

Nel caso di specie la CTR ai fini della configurabilità dell’autonoma organizzazione ha fatto riferimento ad elementi che non appaiono rilevanti, quali l’ammontare dei costi rispetto ai ricavi, laddove i costi se riferiti a spese di viaggio e spese per automezzi, appaiono riconducibili a quelle strettamente necessarie all’esercizio dell’attività di agente di commercio”.

******

6) Sanzione disciplinare per il notaio che attesta solo la conformità della planimetria dell’immobile

Sanzione disciplinare per il notaio che si limita ad attestare unicamente la conformità della planimetria dell’immobile. Per le irregolarità commesse dal notaio sulla conformità catastale, le relativesanzioni non sono cumulabili.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 20465 del 11 ottobre 2016, sostiene che scatta la sanzione disciplinare per il notaio che ometta la dichiarazione di conformità allo stato di fatto dei dati catastali riguardanti l’identificazione e la capacità reddituale del bene, attestando unicamente la conformità della planimetria dell’immobile.

In tal modo, la Suprema Corte ha respinto il ricorso del professionista ed affermando che nel caso di più infrazioni della stessa specie non si applica il cumulo giuridico.

******

7) Ristrutturazione edilizia: detrazione fiscale possibile anche negli anni successivi

E’ errata la tesi del giudice di merito che, in relazione alle ristrutturazione edilizia, ritenga che la detrazione fiscale sia riferibile al singolo intervento di ristrutturazione.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 20501 del 12 ottobre 2016.

L'Agenzia delle Entrate aveva disconosciuto al contribuente la detrazione d'imposta per le spese di ristrutturazione di immobile sostenute nell'anno 1999 e portate in detrazione sulle imposte dovute per l'anno 2001. L'atto veniva impugnato dinanzi alla CTP di Firenze, che accoglieva il ricorso del contribuente. Tuttavia, poi in sede di appello l’ufficio delle entrate ne usciva vittorioso. A questo punto il contribuente ha proposto ricorso per la cassazione.

Il contribuente si è difeso sostenendo che la CTR ha ritenuto che le spese sostenute nel 1999 non possono essere riconosciute ai fini della detrazione fiscale prevista dalla legge n. 449/1997 perché mera prosecuzione dei pagamenti relativi a lavori effettuati nel1998, per i quali il contribuente aveva già goduto per intero della detrazione massima prevista dalla legge. Tale interpretazione, a parere del contribuente, é errata perché in contrasto con la ratio e con la lettera dell'art. 1 L. 449/1997; la detrazione é prevista per l'intero ammontare massimo per ogni annualità, anche in relazione al medesimo intervento edilizio. Tale interpretazione é confermata, a contrario, anche dalle modifiche normative intervenute successivamente.

Ebbene la Cassazione ha accolto il ricorso del contribuente precisando che ai sensi dell'art. 1, co. 1 L. 449/1997, "Ai fini dell'imposta sul reddito delle persone fisiche, si detrae dall'imposta lorda, fino alla concorrenza del suo ammontare, una quota delle spese sostenute sino ad un importo massimo delle stesse di lire 150 milioni ed effettivamente rimaste a carico, per la realizzazione degli interventi di cui alle lettere a), b), c) e d) dell'articolo 31 della legge 5 agosto 1978, n. 457, sulle parti comuni di edificio residenziale di cui all'articolo 1117, n. 1), del codice civile, nonché per la realizzazione degli interventi di cui alle lettere b), c) e d) dell'articolo 31 della legge 5 agosto 1978, n. 457, effettuati sulle singole unità immobiliari residenziali di qualsiasi categoria catastale, anche rurali, possedute o detenute e sulle loro pertinenze...".

Al comma 2 è previsto che la detrazione venga ripartita in quote costanti nell'anno in cui sono state sostenute le spese e nei quattro periodi d'imposta successivi (ma è consentito anche ripartirle in dieci quote annuale). Il contribuente ripartì le spese sostenute nell'anno 1998 e nell'anno 1999, per un ammontare complessivo superiore a centocinquanta milioni di lire (non superato nella singola annualità).

Orbene, la Corte evidenzia che il legislatore ha imposto un tetto massimo di spese detraibili, relative ad uno o più tra le tipologie di intervento previsti, concernenti la singola unità immobiliare. Come a dire, per ogni unità immobiliare le spese per gli interventi possono essere portate in detrazione fino a concorrenza di 150 milioni. Tuttavia non vi è nel testo di legge alcuna indicazione circa la indefettibile correlazione tra tetto massimo ed annualità, nel senso che l'ammontare massimo debba valere quale che sia il periodo durante il quale si sostengono le spese di ristrutturazione. Per contro, poiché le detrazioni operano sulle imposte relative alla singola annualità, l'assenza di un esplicito limite alla replicabilità della detrazione allorquando le spese si protraggano per più annualità non consente di condividere l'interpretazione dell'ufficio erariale.

L'assunto della CTR per il quale la detrazione sarebbe riferibile al singolo intervento di ristrutturazione non trova riscontro nel testo della legge che, come correttamente rilevato dal ricorrente, stabilisce una connessione solo tra spese sostenute e entità della detrazione; a differenza di quanto il legislatore si è preoccupato di precisare successivamente con l'art. 9, co. 1 1. 28.12.2001, n. 448, il quale specifica che "nel caso di interventi di recupero del patrimonio edilizio realizzati nel 2002 consistano nella mera prosecuzione di interventi iniziati successivamente al 1 gennaio 1998 ai fini del computo del limite massimo delle spese ammesse a fruire della detrazione, si tiene conto anche delle spese sostenute negli stessi anni". In conclusione, il ricorso del contribuente è stato accolto.

******

8) Notizie fiscali in breve: anche l’accertamento a tavolino vuole la fase del contraddittorio preventivo

Queste di seguito le altre novità fiscali in breve:

- Contraddittorio preventivo obbligatorio

Accertamenti Iva con contraddittorio preventivo: La Corte di Cassazione, a sezioni unite, con l’ordinanza n. 20849 del 14 ottobre 2016, ha stabilito che se l’accertamento a tavolino riguarda l’Iva, l’Ufficio delle Entrate deve svolgere il contraddittorio preventivo, a nulla rilevando che non siano stati eseguiti accessi presso il contribuente. Dopo le indagini finanziarie l’Agenzia delle Entrate emetteva un avviso di accertamento nei confronti di un professionista. A seguito dei due gradi di merito il professionista ricorreva in Cassazione per vari motivi tra cui l’errata applicazione della presunzione di maggiori compensi sui prelevamenti eseguiti e la violazione del diritto al contraddittorio preventivo. I giudici di legittimità hanno riconosciuto fondata l’eccezione relativa ai prelevamenti. Sulla inosservanza del contraddittorio preventivo la Cassazione ha condiviso solo in parte le tesi difensive.

- Per le attività in Vaticano parte la voluntary

E’ entrata in vigore il 15 ottobre 2016 la Convenzione tra il Governo della Repubblica Italiana e la Santa Sede in materia fiscale. La sala stampa vaticana ha comunicato che era stata completata la procedura diplomatica di scambio delle ratifiche necessaria per l’entrata in vigore dell’accordo internazionale tra i due Stati in materia fiscale, firmata nella Città del Vaticano il 1°aprile 2015, che si propone di promuovere lo scambio di informazioni ai fini fiscali tra la Santa Sede e l'Italia e di agevolare l’adempimento degli obblighi fiscali dei soggetti fiscalmente residenti in Italia. Fonti vaticane hanno chiarito che “coloro che intendono aderire al regime fiscale da essa stabilito devono formulare le relative domande tramite l’Istituto per le Opere di Religione, entro il termine di 180 giorni dall'entrata in vigore”.

- Freno all’ipoteca sull’immobile costituito nel fondo

E’ nulla l’ipoteca iscritta da Equitalia su un immobile costituito nel fondo patrimoniale quando non sia provato che il debito fiscale sia stato generato dalle necessità della famiglia. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 20799 del 14 ottobre 2016, ha respinto il ricorso presentato dal concessionario della riscossione.

- Il professionista non può mai dedurre il contributo integrativo

Il contributo integrativo dovuto alle Casse professionali non può mai essere dedotto dal reddito complessivo del professionista anche se non sia stato riscosso dai propri clienti come previsto dalla norma istitutiva, anche in presenza di situazioni particolari che non hanno consentito di esercitare la rivalsa. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 20784 del 14 ottobre 2016.

- Il conto corrente non dichiarato nel questionario non vale nel contenzioso

Non ci si può avvalere dei conti correnti nascosti nella risposta al questionario. Se la giustificazione di un apporto alla cassa dell’azienda è che è avvenuto con mezzi finanziari tratti da disponibilità bancarie taciute dal contribuente in sede di verifica e di risposta al questionario, queste ultime non possono poi essere efficacemente opposte nella fase del successivo accertamento in sede amministrativa e contenziosa. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza 19506/2016.

- Fuori dal plafond le cessioni nei duty free shop

Non hanno natura di cessione all’esportazione. In occasione del question time 5-09750 del 13 ottobre 2016 in Commissione Finanze alla Camera il Ministero dell’Economia, sentita l’Amministrazione finanziaria, ha fornito chiarimenti in merito alla corretta qualificazione, ai fini IVA, delle operazioni di cessione di beni effettuate, all’interno dei duty free shop, nei confronti di viaggiatori in transito verso paesi extra-Ue, che trasportano quanto acquistato nei propri bagagli personali.

Dunque, le cessioni di beni effettuate nei duty free shop nei confronti di passeggeri aventi per destinazione luoghi che si trovano fuori dalla Ue non assumono rilevanza ai fini dell’acquisizione dello status di esportatore abituale.

- Il sequestro scatta sull’ammontare presunto dell’Iva

Nell'ambito di un’inchiesta per fatture false il sequestro può scattare sul presunto ammontare dell'Iva evasa. In altre parole, la misura può colpire qualunque utilità economicamente valutabile e connessa al reato.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con sentenza n. 43561 del 14 ottobre 2016.

******

diario-quotidiano-articoli-5

9) Governo: approvato il DDL di bilancio per l’anno 2017 e il triennio 2017-2019

Il Consiglio dei Ministri si è riunito il 15 ottobre 2016 a Palazzo Chigi, sotto la presidenza del Presidente del Consiglio Matteo Renzi.

La manovra, che si compone del disegno di legge di Bilancio e di un decreto legge, prevede:

Leggi qui il riassunto della manovra di bilancio  

******

10) Società in liquidazione: assegnazione agevolata ai soci legittima

L’assegnazione agevolata ai soci è legittima anche se la società è in liquidazione. La successiva cessione dei beni non è abuso del diritto. Lo ha precisato l’Agenzia delle entrate, con la risoluzione n. 93/E del 17 ottobre 2016, emessa a seguita di una istanza di interpello in materia di assegnazione dei beni ai soci con successiva cessione a terzi.

In particolare, viene chiarito che gli immobili appartenenti a società che si trovano in fase di liquidazione rientrano nel regime agevolato di assegnazione dei beni ai soci. L’eventuale cessione degli immobili, effettuata dai soci in un momento successivo all’avvenuta assegnazione, è da considerarsi fiscalmente legittima, non configurando un’ipotesi di abuso del diritto (prevista dall’articolo 10-bis della legge 212/2000).

Beni ammessi al regime di favore

La Legge di Stabilità 2016 ha introdotto un regime fiscale agevolato di carattere temporaneo per consentire l’estromissione dalle imprese degli immobili diversi da quelli strumentali per destinazione, e la loro assegnazione agevolata ai soci; la disciplina di favore prevede il pagamento di un’imposta sostitutiva delle imposte sui redditi e dell’Irap, pari all’8%, ovvero al 10,50% per le società non operative o in perdita sistematica. L’Agenzia precisa che, nel momento in cui viene aperta la fase di liquidazione, la società non svolge più attività d’impresa e si è in presenza di una mera fase finalizzata alla cessazione delle operazioni; gli immobili assegnati ai soci, non essendo più utilizzati nel ciclo produttivo dell’impresa, e non rientrando più, dunque, tra quelli strumentali per destinazione, possono fruire del regime agevolato.

Niente abuso diritto

La disciplina agevolativa favorisce la fuoriuscita di quei beni, non direttamente utilizzati nell’esercizio dell’attività imprenditoriale, per i quali non sussistono immediate condizioni di impiego favorevoli ma che potrebbero essere, in seguito, nuovamente immessi nel mercato. La risoluzione chiarisce che, nel momento in cui viene aperta la fase liquidatoria, l’assegnazione agevolata degli immobili ai soci e la successiva cessione degli stessi a terzi, non si pongono in contrasto con le finalità delle norme fiscali o con i principi dell’ordinamento. In particolare, queste operazioni, non comportando la realizzazione di un indebito vantaggio fiscale, non configurano un’ipotesi di abuso del diritto (articolo 10-bis della legge 212/2000), ma un legittimo risparmio d’imposta.

L’istanza di interpello

A chiedere il parere sulla liceità dell’operazione è stata una società esercente attività di commercio e rimessaggio di roulotte e camper, proprietaria di un terreno su cui si trovano un ufficio e un capannone. Per tali immobili, ha ricevuto una proposta di acquisto nel momento in cui i soci stavano decidendo di cessare l’attività; questi ultimi, tuttavia, sono intenzionati a rifiutare l’offerta, in quanto la conseguente rilevante plusvalenza comporterebbe anche in capo a loro un considerevole onere fiscale.

Ritiene, piuttosto, di poter fruire del regime agevolato introdotto dalla Stabilità 2016 (articolo 1, commi 115-120, legge 208/2015) per l’estromissione degli immobili dalle imprese, che richiede il pagamento di una meno onerosa imposta sostitutiva delle imposte sui redditi e dell’Irap (è pari all’8% ovvero al 10,5%, in caso di società non operative o in perdita sistematica in almeno due dei tre periodi di imposta precedenti a quello in corso al momento dell’assegnazione). In pratica, la società, che sta per liquidare l’attività cedendo tutti i beni e risolvendo tutti i contratti, rendendo in tal modo gli immobili non più strumentali per destinazione, procederebbe alla loro assegnazione agevolata ai soci al valore di mercato, pagando la prescritta imposta. Poi, i soci venderebbero gli immobili all’acquirente che si era proposto di comprarli dalla società, realizzando, in questo modo, una plusvalenza imponibile inferiore, da calcolare sulla eventuale differenza tra il corrispettivo ricevuto e il valore di assegnazione. Agendo in questo modo, chiede la società, c’è il rischio che l’operazione possa configurare una ipotesi di abuso del diritto?

Il parere delle Entrate

La risposta dell’Agenzia, negativa, discende dal dettato normativo dell’articolo 10-bis della legge 212/2000, secondo il quale, per poter considerare abusiva un’operazione, l’amministrazione finanziaria deve provare che si verificano congiuntamente tre presupposti:

- la realizzazione di un vantaggio fiscale “indebito”, rappresentato da benefici, anche non immediati, realizzati in contrasto con le finalità delle norme fiscali o - i principi dell’ordinamento tributario

- l’assenza di sostanza economica dell’operazione consistente “in fatti, atti e contratti, anche tra loro collegati, inidonei a produrre effetti significativi diversi dai vantaggi fiscali”

- l’essenzialità del conseguimento di un vantaggio fiscale.

Per quanto riguarda invece l’agevolazione per l’estromissione dei beni, la risoluzione sottolinea che nell’ipotesi di società in fase di liquidazione (come nel caso esaminato), in cui non è esercitata alcuna attività d’impresa, gli immobili possono rientrarvi, in quanto scopo della norma è favorire la fuoriuscita dei beni non direttamente utilizzati nell’espletamento delle attività imprenditoriali.

La successiva eventuale cessione degli immobili fatta dai soci non è vietata dalla legge: il risparmio di imposta che ne deriva non è indebito, poiché la ratio del regime agevolativo è proprio quella di estromettere dal regime di impresa, a condizioni fiscali più vantaggiose di quelle ordinarie, gli immobili al momento non utilizzabili con profitto; gli stessi potrebbero essere nuovamente immessi nel mercato, movimentando un mercato il cui andamento non è certo brillante.

Pertanto, il vantaggio fiscale che verrebbe a realizzarsi con la prospettata operazione non è in contrasto con le finalità delle norme fiscali o con i principi dell’ordinamento tributario: in altre parole, non si configura un’ipotesi di abuso del diritto.

Vincenzo D’Andò