Diario quotidiano del 5 ottobre 2016: denunce d’infortunio obbligatorie anche per un giorno

Pubblicato il 5 ottobre 2016



1) Controlli fiscali: pagamento rateale per tutti, morosi compresi
2) Modifiche al codice dell’amministrazione digitale: il commento alle novità dal Notariato
3) Omessa dichiarazione: l’amministratore di fatto non si salva
4) Il Commercialista anche se con autista non è soggetto ad Irap
5) Territorialità Iva: dal prossimo anno regole uniformi per la tassazione degli immobili con regolamento Ue
6) Sostegno all’Inclusione Attiva: modalità di trasmissione delle domande all’Inps
7) Congedo di paternità padri autonomi: aggiornata acquisizione domande
8) Denunce d’infortunio obbligatorie anche per un giorno
9) Commercio elettronico: indagine conoscitiva UE
10) Commercio elettronico: contenuti digitali
  domanda-ctIndice: 1) Controlli fiscali: pagamento rateale per tutti, morosi compresi 2) Modifiche al codice dell’amministrazione digitale: il commento alle novità dal Notariato 3) Omessa dichiarazione: l’amministratore di fatto non si salva 4) Il Commercialista anche se con autista non è soggetto ad Irap 5) Territorialità Iva: dal prossimo anno regole uniformi per la tassazione degli immobili con regolamento Ue 6) Sostegno all’Inclusione Attiva: modalità di trasmissione delle domande all’Inps 7) Congedo di paternità padri autonomi: aggiornata acquisizione domande 8) Denunce d’infortunio obbligatorie anche per un giorno 9) Commercio elettronico: indagine conoscitiva UE 10) Commercio elettronico: contenuti digitali ****

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1) Controlli fiscali: pagamento rateale per tutti, morosi compresi

Nuova possibilità per chi è decaduto dal pagamento a rate della definizione dei controlli fiscali. Diffuse le istruzioni delle Entrate per “recuperare” il versamento frazionato “non andato a buon fine”. Basta una domanda entro il 20 ottobre 2016 e l’Ufficio procederà subito al ricalcolo.

---> Leggi qui la notizia  

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2) Modifiche al codice dell’amministrazione digitale: il commento alle novità dal Notariato

Modifiche al codice dell’amministrazione digitale: Il 3 ottobre 2016 il Consiglio nazionale del Notariato ha pubblicato sul proprio sito un commento alle novità di interesse notarile.

Nella Gazzetta Ufficiale, Serie Generale n. 214 del 13 settembre 2016 è stato pubblicato il Decreto legislativo 26 agosto 2016, n. 179, recante “Modifiche ed integrazioni al Codice dell'amministrazione digitale, di cui al decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, ai sensi dell’articolo 1 della legge 7 agosto 2015, n. 124, in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche”.

Il Notariato riporta una disamina delle norme che recano le principali novità di interesse notarile.

La nozione di documento informatico (Art. 1, D.lgs. 82/2005)

L’art. 1 del D.lgs. n. 82/2005 contenente le definizioni del Codice dell’Amministrazione Digitale è certamente tra gli articoli sui quali il D.lgs. n. 179/2016 è maggiormente intervenuto, stante l’esigenza già segnalata di coordinare le definizioni di matrice comunitaria portate dal Regolamento eIDAS con quelle della normativa interna.

In particolare la modificata lettera p) dell’art. 1 del CAD reca la nuova nozione di documento informatico che, riprendendo in sostanza l’originaria formulazione della norma, è volta a salvaguardare la specificità del documento giuridicamente rilevante rispetto alla documentazione elettronica in generale.

Infatti, nel Regolamento eIDAS per “documento elettronico” si intende “qualsiasi contenuto conservato in forma elettronica, in particolare testo o registrazione sonora, visiva o audiovisiva” (definizione questa già di per se stessa criticata poiché sarebbe stato meglio tradurre il termine inglese “storage” contenuto nel testo inglese del Regolamento, anziché come “conservato” come “memorizzato”, laddove il concetto di conservazione nella legislazione italiana rimanda ad ulteriori e più pregnanti requisiti non necessariamente richiesti dalla normativa comunitaria).

Se tale definizione parte dall’osservazione fenomenica per cui qualsiasi contenuto (immagine, suono, testo, video anche in forma multimediale) può essere oggetto di rappresentazione digitale e, quindi, fruibile informaticamente e trasmissibile in via telematica, non di meno la nostra dottrina ha sempre distinto oggetti che per la loro forza rappresentativa potevano essere annoverati tra le prove documentali e quelli che invece rimanevano nell’ambito del giuridicamente irrilevante.

Di qui, dunque, dall’assoluta opportunità di distinguere, nel più ampio genere del documento elettronico, le specificità del documento informatico giuridicamente rilevante, sottolineata in sede di lavori preparatori dal Notariato, come da altri operatori e recepita nell’ambito delle condizioni del parere della Commissione Affari Costituzionali alla Camera sullo schema di Decreto Legislativo.

La reintroduzione di tale definizione, inoltre, permette un miglior coordinamento della disciplina nata dal combinato disposto del CAD novellato ed il Regolamento eIDAS con il dettato dell’art. 2712 del c.c. (l’articolo citato testualmente prevede: “Le riproduzioni fotografiche, informatiche e cinematografiche, le registrazioni fonografiche ed ogni altra riproduzione meccanica di fatti o cose assumono l’efficacia di piena prova, se il soggetto contro il quale sono prodotte non ne disconosce la conformità ai fatti o alle cose medesime”) da sempre dedicato all’efficacia probatoria delle riproduzioni meccaniche ed informatiche, basate su strumenti di rappresentazione di fatti o cose che prescindono dalla scrittura e talvolta dalla stessa dichiarazione del soggetto. Il fatto che l’evoluzione tecnologica ponga il giurista di fronte alla necessità di adeguare anche le norme processuali non è un’esigenza esclusivamente contemporanea; basti pensare che sotto il regime del codice del 1865 la prova fotografica costituiva un nuovo mezzo di prova creato dal progresso scientifico di allora e non era disciplinata da nessuna norma preesistente, in quanto non corrispondeva a nessuna prova tipica o documentale allora conosciuta e/o disciplinata; la fotografia, soprattutto, non era riconducibile alla scrittura privata e sorprendentemente, allora come oggi con il documento informatico, la prova fotografica veniva valutata secondo la “prudenza del giudice” in virtù del richiamo all’art. 1354 del c.c. del 1865.

Volendo proporre una prima classificazione dei documenti informatici giuridicamente rilevanti, è possibile distinguere:

- i documenti informatici contenenti rappresentazioni e riproduzioni che non si risolvono in un testo grafico che rimangono disciplinati dall’art. 2712 c.c.

- i documenti informatici contenenti un testo che risultano disciplinatati dall’art. 20 del CAD se privi di sottoscrizione o dall’art. 21 del CAD se sottoscritti con un qualche tipo di firma elettronica.

Resta impregiudicato, e potrà essere oggetto di indagine separata, in quale misura la possibilità data dall’informatica di sottoscrivere non solo contenuti testuali ma anche sonori, visuali o multimediali, sia in grado di modificare le norme civilistiche sull’efficacia probatoria ed il disconoscimento delle riproduzioni meccaniche ed informatiche ed il concetto stesso di forma scritta applicabile al documento informatico in generale.

Documento informatico e forma scritta (Art. 21, D.lgs. 82/2005)

Tra le principali novità di interesse notarile, si segnala il valore di forma scritta attribuito al documento informatico sottoscritto con firma elettronica dall’art. 21, a differenza della vecchia formulazione, sicuramente più equilibrata, che lasciava al giudice libera valutazione sull’idoneità del documento sottoscritto con firma elettronica ad integrare il requisito della forma scritta.

È facile infatti rilevare come all’interno del perimetro della firma elettronica rientrino varie fattispecie, molto diverse per caratteristiche tecniche, a cui non può essere attribuita medesima valenza giuridica per il solo fatto di non rientrare nelle più specifiche categorie di firma avanzata, digitale, qualificata.

Rimane, come nel testo previgente, la necessità di utilizzare la firma qualificata o digitale per i contratti elencati all’art. 1350 c.c., nn. da 1 a 12, cioè quelli per i quali la forma scritta è richiesta a pena di nullità.

Invariata altresì la previsione che richiede per i contratti di cui all’art. 1350, n. 13, c.c. l’utilizzo della firma avanzata, qualificata o digitale.

In definitiva, all’interno del perimetro della “forma scritta”, in cui ci si ritrova tutte le volte che sia presente un qualunque tipo di sottoscrizione elettronica, è in concreto il tipo di firma utilizzato che determina la valenza giuridica del documento. Nel caso di utilizzo di firma elettronica semplice si avrà, però, una sorta di forma scritta “minore”, a cui non si applica l’art. 2702 c.c. e che non è sufficiente a concludere contratti per cui essa sia richiesta a pena di nullità.

Da notare è la norma introdotta dal comma 2-ter dell’art. 21 che, nella contrattazione elettronica, detta una diversa regolamentazione per i pubblici ufficiali non notai, esonerandoli così dall’obbligo di seguire le forme dettate dalla legge notarile.

In particolare, fermo restando l’obbligo per il pubblico ufficiale di utilizzare una firma qualificata o digitale, le parti possono sottoscrivere “con firma avanzata, qualificata o digitale ovvero con firma autografa acquisita digitalmente e allegata agli atti.” Tale formulazione che intende svincolare i pubblici ufficiali amministrativi dal rispetto dell’art. 52-bis della legge notarile, rischia di creare un mostro giuridico.

Sembra quasi trasparire l’intento di legittimare la prassi seguita dai pubblici ufficiali amministrativi di acquisire la firma autografa a mezzo scanner, ma è facile notare come, in tal modo, il documento non sia neanche provvisto di firma elettronica delle parti ma una mera copia per immagine di un documento analogico; il tutto come meglio precisato nel capitolo seguente.

Al legislatore sembra essere sfuggito che tutte le volte che si converte il supporto del documento (analogico o digitale) in altro, inevitabilmente si perde l'autenticità della firma. Così, come nella stampa di un documento firmato digitalmente se ne perdono tutti i dati elettronici relativi alla firma, scannerizzando una firma autografa apposta su carta se ne perdono tutte le caratteristiche originali, precludendo definitivamente al firmatario l'esperimento della querela di falso (per un precedente in materia analoga, si veda Cassazione, sentenza del 3 aprile 2014, n. 7775).

Aderendo ad una diversa interpretazione il risultato sarà giuridicamente abnorme: si avranno documenti pubblici senza firme autentiche, assurdità creata dalla recente tendenza del legislatore ad abbassare il rigore delle norme dove manca la padronanza dello strumento.

Grafometria (Art. 21, comma 2-ter, D.lgs. 82/2005)

L’art. 18 del d.lgs. n. 179/2016 integra il d.lgs. n. 82/2005 (Codice dell’amministrazione digitale - CAD) con la disposizione di cui all’art. 21, comma 2-ter, la quale espressamente prevede che “fatto salvo quanto previsto dal decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 110, ogni altro atto pubblico redatto su documento informatico è sottoscritto dal pubblico ufficiale a pena di nullità con firma qualificata o digitale. Le parti, i fidefacenti, l’interprete e i testimoni sottoscrivono personalmente l'atto, in presenza del pubblico ufficiale, con firma avanzata, qualificata o digitale ovvero con firma autografa acquisita digitalmente e allegata agli atti”.

Anzitutto viene osservato che l’espressione “fatto salvo quanto previsto dal decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 110...” conduce automaticamente ad escludere che la disposizione in parola si riferisca agli atti notarili informatici, che rientrano, invece, nella disciplina di cui all’art. 52-bis del decreto legislativo menzionato, il quale ha introdotto nella legge 16 febbraio 1913, n. 89 (Legge notarile) l’art. 52-bis, secondo cui “le parti, i fidefacenti, l’interprete e i testimoni sottoscrivono personalmente l’atto pubblico informatico in presenza del notaio con firma digitale o con firma elettronica, consistente anche nell’acquisizione digitale della sottoscrizione autografa”.

Il Notariato evidenzia che l’utilizzo nell’ambito della norma in commento della locuzione “con firma autografa acquisita digitalmente e allegata agli atti” si presta a dar luogo ad incertezze interpretative e, di conseguenza, ad ingenerare prassi applicative non corrette. Il riferimento all’allegazione, così come formulato, è infatti piuttosto vago, posto che nulla si precisa circa la necessità che dal punto di vista tecnologico sia garantito, a fini di sicurezza, un vincolo certo e stabile tra la firma allegata e il documento sul quale tale firma viene apposta.

Per meglio circoscrivere la portata applicativa della disposizione in esame, viene fatta chiarezza riguardo la legittimità dell’acquisizione a mezzo scanner della firma autografa. Una simile prassi negherebbe infatti il fondamentale assunto secondo cui l’acquisizione della scansione della firma apposta su carta non integra un’ipotesi di “firma elettronica”; e ciò sia in base alla sua definizione già recata dal CAD prima delle modifiche ed integrazioni in esame sia pure alla luce di quanto disposto dall’art. 3, comma 10, del regolamento UE n. 910/2014 (regolamento eIDAS), secondo cui la “firma elettronica” consiste in “dati in forma elettronica, acclusi oppure connessi tramite associazione logica ad altri dati elettronici e utilizzati dal firmatario per firmare” (definizione, questa, accolta nel CAD per effetto dell’introduzione del decreto in commento).

È noto, del resto, che la sottoscrizione autografa consiste in un elemento multiplo e complesso, composto da diversi parametri, quali, ad esempio, il tratto o forma grafica, la pressione, la velocità, la direzione dei tratti etc. A fronte di ciò, la mera scansione non è in grado di garantire la rilevazione di tutti i parametri di cui si compone la sottoscrizione, essendo in effetti capace di consentire la sola acquisizione del tratto o forma grafica, facendo sì, invece, che tutti gli altri parametri vengano irrimediabilmente perduti. Ne deriva che la semplice scansione di un documento cartaceo acquisita informaticamente sia più propriamente riconducibile alla fattispecie di “copia per immagine su supporto informatico di documento analogico” che l’art. l, comma i-ter), del CAD definisce come “il documento informatico avente contenuto e forma identici a quelli del documento analogico da cui è tratto”.

È pur vero che anche l’acquisizione dei parametri ulteriori rispetto al semplice tratto o forma grafica deve, in ogni caso, avvenire con modalità tali da rendere omogeneo, coerente e leggibile il dato memorizzato indipendentemente dall’hardware utilizzato; ne consegue, quindi, che pure nei casi in cui l’acquisizione della firma avvenga a mezzo tablet o dispositivi similari essa è fruibile, e può avere una valenza giuridica, solo ove ricorrano specifici requisiti di interoperabilità - non facilmente riscontrabili in molte delle applicazioni attualmente presenti sul mercato - relativi ai parametri da acquisire, anche al fine di garantirne la conservazione a norma.

Alla luce di dette considerazioni, il documento notarile ritiene che la disposizione in esame, piuttosto indefinita nella sua formulazione, non possa non esser letta ed interpretata tenendo conto delle prescrizioni espresse dal Garante per la protezione dei dati personali nel provvedimento n. 513 del 12 novembre 2014, “Provvedimento prescrittivo generale in tema di biometria”, in cui, rilevandosi l’evoluzione delle tecnologie biometriche e la significativa diffusione della loro applicazione, si è reso disponibile un quadro unitario di misure e accorgimenti di carattere tecnico, organizzativo e procedurale per conformare i trattamenti di dati biometrici alla vigente disciplina sulla protezione dei dati personali e per accrescerne il livello di sicurezza. Nel provvedimento menzionato, cui si rinvia per completezza, si descrivono infatti, tra le atre cose, le tecniche biometriche basate sul rilevamento della dinamica di apposizione della firma autografa (firma grafometrica) per la sottoscrizione di documenti informatici. In buona sostanza, si fa presente che nella firma grafometrica si realizza un complesso di informazioni biometriche che solo mediante l’ausilio di tecniche crittografiche viene strettamente associato a un determinato documento informatico, in modo tale da consentire ex post lo svolgimento di analisi grafologiche sulla genuinità della sottoscrizione, analogamente a quanto avviene con le firme sui documenti cartacei.

Copie ed originali unici (Art. 22, D.lgs. 82/2005)

L’intervento sull’art. 22 del CAD, inizialmente molto più invasivo (nella bozza di Decreto Legislativo portato all’attenzione delle Camere era prevista infatti anche una modifica del comma 3 la quale però, ad avviso del Notariato avrebbe potuto determinare problemi interpretativi ed applicativi in quanto a seguito della proposta modifica sembrava che l’oggetto del disconoscimento fosse la copia e non già l’originale, come dovrebbe essere; l’osservazione è stata poi fatta propria dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera nel proprio parere e nel testo definitivo è stato lasciato immutato il dettato del comma 3 dell’art. 22.), si è risolto nell’abolizione del comma 6 del medesimo articolo: scompare quindi per tutti i documenti analogici originali cd. unici l'obbligo della conservazione dell'originale o, in alternativa, l’obbligo di far attestare per le copie prodotte a seguito di conservazione sostitutiva, la loro conformità all'originale da un notaio o da altro pubblico ufficiale a ciò autorizzato con dichiarazione da questi firmata digitalmente ed allegata al documento informatico.

Mentre originariamente una definizione di documento analogico unico era rinvenibile all’art. 1, lett. c), della Delibera 19 febbraio 2004 del CNIPA, avente ad oggetto le Regole tecniche per la riproduzione e conservazione di documenti su supporto ottico idoneo a garantire la conformità dei documenti agli originali (in cui per documento analogico si intendeva il “documento analogico che può essere unico oppure non unico se, in questo secondo caso, sia possibile risalire al suo contenuto attraverso altre scritture o documenti di cui sia obbligatoria la conservazione, anche se in possesso di terzi”), attualmente, invece, nessuna specificazione tra originali unici e non unici è contenuta nelle Regole tecniche vigenti (DPCM 3 dicembre 2013) sulla conservazione, cosicché la definizione di documento analogico è esclusivamente quella contenuta nella lettera p-bis dell’art. 1 del CAD.

Rimane la disposizione del comma 5, relativa a talune tipologie di documenti analogici originali unici, da individuarsi con apposito DPCM, “per le quali, in ragione di esigenze di natura pubblicistica, permane l'obbligo della conservazione dell'originale analogico oppure, in caso di conservazione sostitutiva, la loro conformità all'originale deve essere autenticata da un notaio o da altro pubblico ufficiale a ciò autorizzato con dichiarazione da questi firmata digitalmente ed allegata al documento informatico”.

Copie e glifo (Art. 23, comma 2-bis e 23-ter, D.lgs. 82/2005)

La modifica all’art 23, dedicato alle copie analogiche di documento informatico, relativa alla disciplina del cd. “timbro digitale” o “contrassegno”, letta in relazione a quella dell’art. 23-ter dedicato ai documenti amministrativi informatici – articolo ove era originariamente collocata tale disciplina - comporta la possibilità anche per i notai e non solo per le pubbliche amministrazioni di utilizzare sulla copia cartacea di un documento informatico un contrassegno apposto a stampa (cd. 10 “glifo”) tramite il quale accedere al documento informatico o verificare la corrispondenza allo stesso della copia analogica.

La stampa del documento informatico, infatti, fa sì che il cambio di supporto produca la perdita per il documento di tutti quei contrassegni di validità intrinsecamente legati alla sua natura digitale (come ad es. firme elettroniche/avanzate/qualificate/digitali, validazioni temporali, protocollazione informatica ecc.) che ne caratterizzano il valore probatorio e la sua efficacia; per fare un esempio di comune esperienza, un documento informatico firmato digitalmente, se stampato, perde qualsiasi riferimento alla firma digitale apposta allo stesso e su carta si avrà la sola riproduzione del contenuto testuale.

Attraverso il cd. glifo è invece possibile accedere al documento informatico originale e quindi, oltre a controllarne la conformità del contenuto rispetto alla sua riproduzione cartacea, sarà possibile verificare l’esistenza di firme o marche temporali che ne influenzano il valore probatorio e l’opponibilità ai terzi: il timbro digitale consiste, infatti, in un insieme di segni grafici, di vario aspetto o realizzazione, con cui è possibile riprodurre un documento informatico al fine di renderlo leggibile attraverso l’impiego di specifici sistemi automatizzati ed, al contempo, di dimensioni ridotte e pertanto facilmente apponibile anche su un foglio di carta A4.

Attraverso il glifo è dunque possibile codificare una serie di parole ovvero di numeri che saranno poi decodificati da un apposito software, consentendo, in definitiva, la concreta possibilità di veicolare le informazioni più varie.

Il contrassegno digitale può contenere alternativamente:

- un indirizzo internet da cui prelevare il documento;

- il documento stesso, a condizione che non sia particolarmente esteso.

In entrambi i casi, tuttavia, se il documento informatico è sprovvisto di firma digitale, il suo valore giuridico sarà particolarmente ridotto, non essendo possibile attribuirne la paternità in via diretta. Pertanto, la parte finale della disposizione in commento, che equipara la presenza del contrassegno alla sottoscrizione autografa del pubblico ufficiale, va letta con estrema cautela.

Viene prima ricordato che solo ed esclusivamente per la Pubblica Amministrazione (si veda, al riguardo, il d.lgs. 12 febbraio 1993, n. 39) sono previste categorie di atti in cui la sottoscrizione autografa viene sostituita da quella a stampa o dall'indicazione del responsabile del procedimento, diversamente, per il notaio non esiste nessuna norma che lo esenti dal sottoscrivere in maniera autografa o digitale qualunque documento da lui prodotto o spedito.

Per conseguenza, per gli atti e i documenti di provenienza notarile tale parte della norma sarà applicabile solo se al documento originale informatico – accessibile tramite il glifo - è effettivamente associata la firma del pubblico ufficiale e solo in questo caso non può essere richiesta la produzione di altra copia analogica con sottoscrizione autografa del medesimo.

Con specifico riguardo all’attività notarile, ad esempio una copia “glifata” che non rimandi ad un documento provvisto di firma digitale non può essere utilizzata laddove la legge prescriva l’allegazione all’atto notarile di documenti in originale od in copia autentica. Viceversa, laddove il documento accessibile attraverso il glifo – indifferentemente perché disponibile all’indirizzo internet o perché contenuto direttamente nel glifo – riporti la firma digitale, è suscettibile di allegazione; in questo caso, il notaio dovrà accertarne l’autenticità, effettuando la procedura di verifica che viene comunemente utilizzata per le copie digitali delle procure rilasciate da banche compilando, in caso di esito positivo, una specifica attestazione di conformità.

Sistema Pubblico di Identità Digitale -SPID (Art 64, D.lgs. 82/2005)

Per effetto delle modifiche apportate dal decreto legislativo 26 agosto 2016, n. 179 all’art. 64 del CAD, il Sistema Pubblico per la gestione delle Identità Digitali (SPID) assume un ruolo centrale e privilegiato nell’accesso da parte dei cittadini ai servizi online della pubblica amministrazione e a quelli erogati dagli operatori privati che vi aderiranno.

L’intento perseguito dal legislatore appare teso a superare definitivamente le incongruenze normative e lo scarso coordinamento delle diverse iniziative finora intraprese in materia (nell’arco degli ultimi dieci anni abbiamo assistito all’introduzione delle varie: “carta di identità elettronica”, “carta nazionale dei servizi”, “carta regionale dei servizi”, “tessera sanitaria” ecc.).

Il decreto di riforma inserisce, inoltre, nelle definizioni di cui all’art. 1 del CAD quella nuova ed importante dell’identità digitale (cfr. nuova lettera “u-quater”: per “identità digitale” si intende la “rappresentazione informatica della corrispondenza tra un utente e i suoi attributi identificativi, verificata attraverso l'insieme dei dati raccolti e registrati in forma digitale secondo le modalità fissate nel decreto attuativo dell’articolo 64” con testuale rimando quindi allo SPID), nonché all’art. 3 del CAD il diritto per tutti i cittadini e le imprese ad averne una, ponendo in essere un chiaro rimando al sistema SPID.

Ciò appare in linea con le più recenti iniziative assunte dal Governo (si pensi al recente “bonus cultura” di 500,00 Euro a beneficio di quanti compiono anni 18 nel corso del 2016, per l’ottenimento del quale è obbligatorio l’utilizzo del sistema SPID https://www.18app.italia.it/#/), tutte mosse dalla precisa volontà di superare la variegata situazione attuale, che vede ogni singola Pubblica Amministrazione o Ente pubblico richiedere proprie modalità di registrazione per l’utilizzo dei servizi online.

Muta, inoltre, la definizione del sistema SPID, che il nuovo comma 2-ter dell’art. 64 descrive espressamente come un sistema di identificazione degli utenti per l’accesso ai servizi in rete.

Nonostante in passato siano già state espresse critiche in merito all’utilizzo di una simile, la recente modifica appare assai significativa, ed introduce espressamente nel CAD ciò che si potrebbe definire un’ipotesi normativa di “identificazione presuntiva” di un soggetto.

Il sistema SPID, infatti, (come tutti i principali sistemi di accesso online) si basa sul principio per cui una volta assegnate ad un soggetto determinate credenziali, il successivo utilizzo delle stesse si presume riconducibile al soggetto stesso.

Trattandosi, tuttavia, di presunzione (e quindi non di certezza), il sistema SPID si articola in tre livelli di sicurezza, affinché al crescere dell’indice di rischio per l’utente nell’effettuare un’operazione online corrisponda anche un aumento del numero (o delle caratteristiche) delle credenziali richieste.

Ma il decreto di riforma si spinge oltre, e introduce nell’art. 64 del CAD un inedito comma 2-septies che consentirebbe ad un soggetto identificato mediante SPID di porre in essere atti giuridici alla sola condizione che essi si svolgano “attraverso processi idonei a garantire, in maniera manifesta e inequivoca, l’acquisizione della sua volontà. (...)”.

Si tratta di una norma dai contorni apparentemente indefiniti, posto che – com’è noto – il concetto di atto giuridico è così ampio da ricomprendere qualsiasi “condotta umana (che può avere varia consistenza: una dichiarazione, un'operazione materiale) che risulta produttiva di effetti giuridicamente rilevanti, in quanto possa dirsi cosciente e volontaria”.

In verità, l’ambito applicativo della norma deve ritenersi implicitamente limitato dal perimetro stesso di applicazione del sistema SPID, consistente come si è detto nell’erogazione di servizi in rete.

La norma pertanto riguarderà gli atti giuridici compiuti da un cittadino nei confronti di pubbliche amministrazioni o imprese nell’ambito dell’erogazione di servizi online.

Essa, al contrario, non troverà applicazione per atti giuridici effettuati “tra utenti” e, quindi, tra cittadini, in coerenza con i principi già sopra espressi.

Se infatti la Pubblica Amministrazione o le imprese private possono adeguatamente valutare (e quindi assumere) il rischio di affidare i propri servizi ad un sistema di “identificazione presuntiva” e quindi soggetto alle potenziali frodi ad esso connesse, ad analoghi rischi non può essere certo esposto il patrimonio personale dei cittadini.

Pur come sopra delimitata, tuttavia, la nuova norma non manca di sollevare numerosi interrogativi, soprattutto in relazione ai non meglio precisati “processi idonei a garantire, in maniera manifesta e inequivoca, l’acquisizione della (...) volontà”.

La legge testé introdotta, infatti, da un lato non indica quali siano le caratteristiche che rendano un processo idoneo a garantire l’acquisizione inequivoca della volontà dell’utente, né – dall’altro – pare richiedere alcun provvedimento o regolamento attuativo che le definisca.

Ciò, conclude la disamina del Notariato, aprirà inevitabilmente la strada a molteplici e differenziate implementazioni di tale norma, lasciate all’iniziativa del singolo erogatore del servizio e – quindi – inevitabilmente destinate ad essere soggette al giudizio di idoneità ex post da parte della magistratura ordinaria.

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3) Omessa dichiarazione: l’amministratore di fatto non si salva

Omessa dichiarazione: l’amministratore di fatto non è immune da colpe. Difatti, la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 41148 del 3 ottobre 2016, ha stabilito che anche l’amministratore di fatto risponde del reato di omessa dichiarazione. Questo poiché il manager avrebbe dovuto adempiere all’obbligo imposto dalla legge. Ma non solo. L’occultamento delle scritture è un illecito permanente che si consuma durante l’ispezione. La Suprema Corte, sezione penale, ha quindi reso definitiva la responsabilità del legale rappresentante di una Srl di Milano, accusato per vari reati, e del vero gestore dell’azienda. Sul fronte dell’omessa dichiarazione i giudici di legittimità hanno precisato che previsto dall’articolo 5 del dlgs 10 marzo 2000, n. 74, è configurabile anche nei confronti dell’amministratore di fatto, in quanto egli va equiparato a quello di diritto in quanto titolare effettivo della gestione sociale e, pertanto, nelle condizioni di poter compiere l’azione dovuta. Sull’altro versante il Collegio di legittimità ha invece chiarito che il reato di cui all’art. 10 dlgs n. 74 del 2000 (già previsto dall’art. 4, comma primo, lett. b, legge n. 516 del 1982) si realizza mediante condotte alternative consistenti nella distruzione o nell’occultamento delle scritture contabili o dei documenti di cui è obbligatoria la conservazione, in modo da non consentire la ricostruzione dei redditi o del volume di affari, condotte, nel caso sottoposto all’esame della Corte, entrambe contestate.

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4) Il Commercialista anche se con autista non è soggetto ad Irap

Il Commercialista, con un solo collaboratore (peraltro con mansioni di autista) non è soggetto ad Irap.

Lo stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 18881 del 26 settembre 2016.

La CTR della Toscana aveva accolto l'appello proposto dal dott. commercialista nei confronti dell'Agenzia delle Entrate, per la riforma della sentenza di primo grado della CTP di Pisa, che aveva, invece, rigettato il ricorso del contribuente avverso l'avviso di accertamento in rettifica notificatogli per l'Irap dovuta per l'anno 2004. Avverso la pronuncia della CTR l'Agenzia delle Entrate ha, quindi, proposto ricorso per cassazione, affidato ad un solo motivo. L'intimato non ha svolto difese. Con l'unico motivo di ricorso l'Amministrazione ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione della norma, nella parte in cui la sentenza impugnata ha escluso la sussistenza del presupposto impositivo dell'autonoma organizzazione riguardo all'attività svolta dal professionista, dottore commercialista, con disponibilità di uno studio di mq 50, ritenuto elemento indispensabile per lo svolgimento dell'attività libero-professionale, e con alle proprie dipendenze un unico collaboratore con mansioni esecutive di autista, non essendo idonei per il giudice tributario d'appello tali elementi a determinare quel surplus di reddito che possa giustificare l'assoggettamento ad Irap.

Ebbene, tale motivo avanzato dall’Agenzia delle entrate è stato censurato dal giudice di legittimità.

L'avere il professionista impiegato alle proprie dipendenze un unico collaboratore con mansioni di autista non costituisce, infatti, circostanza di per sé sufficiente ad integrare il requisito dell'autonoma organizzazione, quale presupposto impositivo del tributo in esame. Pertanto, la Cassazione ha rigettato il ricorso dell’Amministrazione finanziaria poiché manifestamente infondato.

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5) Territorialità Iva: dal prossimo anno regole uniformi per la tassazione degli immobili con regolamento Ue

Prevista l’uniformità nell’individuazione delle prestazioni di servizi che, in deroga alle regole generali basate sul domicilio del fornitore (B2C) o del cliente (B2B), devono essere tassate nel luogo in cui si trova l’immobile.

Dal 1° gennaio 2017 una sola voce sulle prestazioni immobiliari: diventano vincolanti le definizioni armonizzate introdotte dal regolamento n. 1042/2013.

In relazione al luogo dei servizi immobiliari, l’art. 47 della direttiva n. 2006/112/CE, in deroga alle regole generali, localizza le prestazioni di servizi relative a beni immobili nel luogo in cui si trova l’immobile.

L’art. 7-quater del D.P.R. n. 633/1972, alla lettera a), stabilisce che le suddette prestazioni - tra le quali sono espressamente comprese le perizie, le prestazioni di agenzia, la fornitura di alloggio nel settore alberghiero o in settori con funzioni analoghe, ivi inclusa quella di alloggi in campi di vacanza o in terreni attrezzati per il campeggio, la concessione di diritti di utilizzazione di beni immobili e le prestazioni inerenti alla preparazione e al coordinamento dell’esecuzione di lavori immobiliari - si considerano effettuate nel territorio dello Stato quando l’immobile è ivi situato.

Per conseguenza, le prestazioni di servizi in esame, indipendentemente dal luogo in cui sono stabiliti il prestatore ed il committente, si considerano effettuate in Italia soltanto se l’immobile è situato nel territorio dello Stato.

Le disposizioni - che, quindi, diventeranno efficaci e obbligatorie per tutti (cittadini, enti, società, istituzioni), nell’intera area dell’UE, dal 1° gennaio 2017 - hanno formato oggetto, a cura della Direzione Generale della Fiscalità e dell’Unione Doganale della Commissione europea, di un documento esplicativo (giuridicamente non vincolante).

L’art. 13-ter del regolamento stabilisce che, ai fini dell’applicazione della direttiva IVA, si considerano beni immobili:

a) una parte specifica del suolo, in superficie o nel sottosuolo, su cui sia possibile costituire diritti di proprietà e il possesso

b) qualsiasi fabbricato o edificio eretto sul o incorporato al suolo, sopra o sotto il livello del mare, che non sia agevolmente smontabile né agevolmente rimuovibile

c) qualsiasi elemento che sia stato installato e che formi parte integrante di un fabbricato o di un edificio e in mancanza del quale il fabbricato o l’edificio risulti incompleto, quali porte, finestre, tetti, scale e ascensori

d) qualsiasi elemento, apparecchio o congegno installato in modo permanente in un fabbricato o in un edificio, che non possa essere rimosso senza distruggere o alterare il fabbricato o l’edificio.

Riguardo alla distinzione tra fabbricati ed edifici, secondo il documento esplicativo della Commissione, il “fabbricato” è una struttura eretta dall’uomo con un tetto e dei muri, come una casa o una fabbrica. Il termine “edificio” ha un significato più ampio e comprende altre strutture, erette dall’uomo, che non si considerano generalmente come fabbricati: ad esempio, opere di ingegneria civile, quali strade, ponti, aerodromi, porti, dighe, condotte del gas, impianti idrici e fognari, impianti industriali quali centrali elettriche, turbine eoliche, raffinerie, ecc.

Occorre dunque notare che queste definizioni non coincidono perfettamente con quelle domestiche: la circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 14/E del 2015, richiamando prassi precedente, chiarisce infatti che “per edificio e fabbricato si intende qualsiasi costruzione coperta isolata da vie o da spazi vuoti, oppure separata da altre costruzioni mediante muri che si elevano, senza soluzione di continuità, dalle fondamenta al tetto, che disponga di uno o più liberi accessi sulla via, e possa avere una o più scale autonome”.

Quanto al collegamento che deve esistere affinché una prestazione debba considerarsi “relativa” al bene immobile, il par. 1 dell’art. 31-bis del regolamento chiarisce che, come precisato dalla giurisprudenza della Corte di giustizia UE, i servizi relativi a beni immobili comprendono soltanto quelli che presentano un nesso sufficientemente diretto con tali beni, aggiungendo che questo requisito sussiste per i servizi:

a) derivati da un bene immobile se il bene è un elemento costitutivo del servizio ed è essenziale e indispensabile per la sua prestazione

b) erogati o destinati a un bene immobile, aventi per oggetto l’alterazione fisica o giuridica del bene.

Nel documento esplicativo della Commissione europea si osserva che:

- i criteri di cui alla lettera a) concernono i servizi in cui l’esito deriva dal bene immobile, ad esempio, la locazione di un fabbricato o l’ottenimento del diritto di pesca in un territorio delimitato; il bene immobile è un elemento costitutivo del servizio, essenziale e indispensabile per la sua prestazione;

- i criteri della lettera b), invece, considerano il bene immobile come l’oggetto del servizio erogato (ad esempio, la riparazione di un fabbricato). In questo caso, i servizi hanno per oggetto l’alterazione dello stato giuridico o delle caratteristiche fisiche dell’immobile.

L’art. 31-ter del regolamento, poi, stabilisce che qualora siano messe a disposizione attrezzature affinché un destinatario possa realizzare lavori su beni immobili, tale operazione costituisce una prestazione di servizi relativi a un bene immobile soltanto se il prestatore si assume la responsabilità dell’esecuzione dei lavori; se insieme alle attrezzature è messo a disposizione del destinatario personale sufficiente per l’esecuzione dei lavori, si presume che il prestatore abbia assunto tale responsabilità, ma questa presunzione può essere confutata con qualsiasi pertinente mezzo di fatto o di diritto.

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6) Sostegno all’Inclusione Attiva: modalità di trasmissione delle domande all’Inps

L’INPS, con la nota del 4 ottobre 2016, comunica che il colloquio informatico tra l’Istituto e il Sistema di Gestione delle Agevolazioni sulle Tariffe Energetiche (SGATE), utilizzabile dagli Enti regolarmente accreditati e delegati dai Comuni - CAF compresi - per l’invio all’INPS delle domande per il SIA, è nelle fasi finali del collaudo e sarà rilasciato a breve.

Le altre modalità telematiche per l’invio delle domande continuano ad essere operative ed utilizzabili per l’attivazione del flusso informativo.

Ai fini dell’assegnazione del beneficio si ribadisce che, qualunque sia la modalità d’invio utilizzata, farà fede in ogni caso la data di acquisizione della domanda presso il Comune, indipendentemente dal momento dell’effettiva trasmissione all’Inps.

Nel caso di accoglimento, il pagamento avrà pertanto decorrenza dal bimestre successivo alla data di presentazione della domanda.

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7) Congedo di paternità padri autonomi: aggiornata acquisizione domande

Congedo di paternità padri autonomi: aggiornata acquisizione domande di maternità per via telematica ai sensi della circolare 128 del 11/07/2016:

L’applicazione per l’invio telematico delle domande di maternità è stata integrata con la possibilità di acquisire le domande di congedo di paternità per il padre lavoratore autonomo ai sensi della circolare 128 del 11/07/2016.

L'INPS, con il messaggio n. 3980 del 3 ottobre 2016, ha comunicato l'aggiornamento della procedura telematica per l'invio delle domande di maternità con la possibilità di acquisire le domande di congedo di paternità anche per i padri appartenenti alla categoria dei lavoratori autonomi.

Il padre lavoratore autonomo ha diritto all'indennità fino alla fine del periodo post partum che sarebbe spettata alla madre, qualora si trovi ad essere l'unico genitore per la morte o la grave infermità della madre lavoratrice, in caso di abbandono del figlio da parte della madre ovvero nel caso di affido esclusivo del figlio al padre.

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8) Denunce d’infortunio obbligatorie anche per un giorno

Con l'entrata in vigore il 12 ottobre 2016 del nuovo regolamento Sinp, il Sistema Informativo Nazionale per la Prevenzione e i luoghi di lavoro che si occuperà di fornire informazioni utili a prevenire infortuni e malattie correlate al lavoro, scatterà anche l'obbligo per il datore di lavoro di comunicare gli infortuni con prognosi di almeno un giorno e fino a tre giorni, escluso quello dell'evento.

Lo precisa una nota del 4 ottobre 2016 del Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro che prosegue affermando che fino all'11 ottobre la comunicazione non sarà necessaria perché si continuerà ad osservare quanto prescritto dall'art. 53 del Testo Unico Inail, ossia la denuncia degli infortuni con prognosi di assenza superiore a tre giorni oltre a quello dell'infortunio, assolvendo contemporaneamente anche all'obbligo dell'art. 18 comma 1, lett. r, del T. U. sicurezza, limitatamente però per gli infortuni con prognosi di assenza superiore a tre giorni oltre a quello dell'evento. Per gli infortuni con assenza di almeno un giorno, oltre a quello dell'infortunio, invece, l'obbligo era stato sospeso e rinviato fino all'entrata in vigore della normativa attuativa del Sinp.

Dal 12 ottobre, quindi, chi non comunicherà a fini statistici i dati degli infortuni che comportino un'assenza dal lavoro di almeno un giorno, escluso quello dell'evento, ed entro 48 ore dalla ricezione del certificato medico sarà soggetto ad una sanzione con un importo variabile: da 548,00 euro a 1.972,80 euro.

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9) Commercio elettronico: indagine conoscitiva UE

Il 15 settembre la Commissione europea ha pubblicato la relazione preliminare dell’indagine conoscitiva sul settore del commercio elettronico dei beni di consumo e dei contenuti digitali, avviata nel maggio 2015. La relazione sarà oggetto di consultazione pubblica fino al 18 novembre 2016. La pubblicazione della relazione finale sull’indagine conoscitiva è prevista nel primo trimestre del 2017.

L’indagine si inserisce nella Strategia per il mercato unico digitale che si pone, fra gli altri, l’obiettivo di migliorare l’accesso dei consumatori a beni e servizi in tutta l’UE. Nell’indagine conoscitiva la Commissione analizza le tendenze prevalenti nei mercati dell’e-commerce e mira a identificare le condotte d’impresa che possono sollevare preoccupazioni sotto il profilo concorrenziale. Su questa base, la Commissione potrà proporre modifiche del quadro normativo esistente (in particolare in relazione al trattamento antitrust delle intese verticali) e/o avviare istruttorie nei confronti di singole imprese laddove ipotizzi una violazione delle norme in materia di intese restrittive della concorrenza (articolo 101 TFUE) e abuso di posizione dominante (articolo 102 TFUE).

La relazione preliminare poggia sui dati e le informazioni forniti alla Commissione da circa 1800 operatori del mercato (produttori/fornitori, rivenditori, marketplaces, siti di comparazione dei prezzi, fornitori di sistemi di pagamento, fornitori di contenuti digitali, titolari di diritti sui contenuti) e sull’analisi di circa 9000 contratti di distribuzione e di licenza.

(Assonime, nota del 3 ottobre 2016)

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10) Commercio elettronico: contenuti digitali

La Commissione europea si è soffermata anche in relazione alla distribuzione online dei contenuti digitali (film, eventi e programmi sportivi, serie o programmi televisivi, programmi televisivi per bambini, telegiornali e programmi di informazione, altri contenuti televisivi, contenuti musicali), l’obiettivo dell’indagine conoscitiva è identificare possibili restrizioni contenute nei contratti di licenza tra i titolari dei diritti d’autore e i fornitori dei servizi relativi ai contenuti digitali. La Commissione constata che i contratti di licenza sono complessi, spesso esclusivi e generalmente circoscrivono la portata dei diritti licenziati sotto il profilo geografico, temporale (finestre di distribuzione) e con riguardo alle tecnologie che i fornitori di contenuti digitali possono utilizzare per trasmettere il contenuto e che l’utente può utilizzare per accedere al contenuto, comprese le modalità di accesso. La relazione preliminare si sofferma in particolare sulle esclusive territoriali e le misure di geo-blocking nonché su alcune caratteristiche dei contratti di licenza che possono rappresentare un ostacolo all’ingresso e all’espansione sul mercato.

Restrizioni territoriali e misure di geo-blocking

Circa l’80% dei diritti per la trasmissione online dei contenuti digitali sono concessi in licenza su base nazionale, per un solo Stato membro o per un territorio che copre da due a quattro Stati membri. Secondo la relazione preliminare, le ragioni per cui i fornitori di contenuti consentono l’accesso ai propri servizi solo agli utenti di uno Stato membro o di un numero limitato di Stati membri sono diverse e attengono principalmente ai costi eccessivi connessi all’acquisizione delle licenze per altri territori e alla circostanza che i titolari dei diritti relativi ai contenuti non concedono affatto le licenze per alcuni territori o le concedono soltanto a condizione che i fornitori applichino misure di geo-blocking.

Per quanto riguarda in particolare le misure di geo-blocking, la relazione preliminare tiene conto dei risultati sul geo-blocking già pubblicati dalla Commissione, confermando che si tratta di una pratica diffusa, anche se in misura significativamente diversa fra gli Stati membri e a seconda della tipologia di operatore, dei modelli di business e delle categorie di contenuti digitali.

Diritti esclusivi, durata dei contratti di licenza, struttura dei pagamenti

I diritti relativi ai contenuti possono essere concessi in licenza separatamente o congiuntamente e possono essere licenziati in via esclusiva o non esclusiva. Secondo la relazione preliminare le licenze esclusive sono molto utilizzate per lo sfruttamento dei diritti online.

Quanto alla durata dei contratti di licenza, nella relazione è evidenziato che essi sono generalmente stipulati per un periodo di tempo molto lungo e contengono clausole che consentono di prolungarne ulteriormente la durata, quali clausole di rinnovo automatico del contratto o clausole che attribuiscono al fornitore del contenuto digitale un diritto di prelazione in merito al rinnovo o alla rinegoziazione del contratto (c.d. right of first refusal/negotiation) ovvero il diritto di replicare l’offerta fatta da un concorrente o fare un offerta più alta (c.d. matching offer rights).

La relazione infine evidenzia che la struttura dei pagamenti che i fornitori sono tenuti ad effettuare ai titolari dei diritti sui contenuti per l’acquisizione delle licenze è estremamente complessa. Nella maggior parte dei contratti di licenza sono ampiamente utilizzate componenti di prezzo fisse/flat, minimi garantiti, accordi di ripartizione dei profitti, pagamenti anticipati. La Commissione riconosce, d’altro canto, che i modelli di business online hanno condotto all’introduzione di nuovi modelli di pagamento che consentono ai fornitori, e in ultima analisi ai consumatori, di acquistare l’accesso prodotto per prodotto al contenuto (in termini di streams o downloads) o ad un insieme di contenuti (sempre in termini di streams o downloads sulla base di modelli di sottoscrizione per gli utenti).

Secondo la Commissione le caratteristiche illustrate dei contratti di licenza possono rappresentare un ostacolo all’ingresso di nuovi entranti e di piccoli operatori sul mercato e impedire agli operatori esistenti di estendere la propria attività ad altri mercati geografici. La Commissione si riserva di valutare caso per caso, tenuto conto delle caratteristiche dello specifico prodotto e dei mercati geografici, l’impatto sulla concorrenza delle prassi di licenza dei contenuti digitali e precisa che, accanto alle caratteristiche dei contratti di licenza (esclusive, durata, bundling dei diritti relativi alle tecnologie di trasmissione, struttura dei pagamenti), un importante elemento di cui terrà conto nella sua valutazione è il potere di mercato delle parti contraenti ai diversi livelli della catena distributiva.

(Assonime, nota del 3 ottobre 2016)

Vincenzo D’Andò