Diario quotidiano del 17 ottobre 2016: il processo tributario telematico si estende in Abruzzo e Molise

Pubblicato il 17 ottobre 2016



1) Si estende la telematizzazione del processo tributario in altre regioni
2) Tfr: coefficiente di settembre 2016 per la rivalutazione
3) L’accertamento ispettivo può essere eseguito solo con regole certe
4) Assegnazione dei beni ai soci: nota operativa della Fondazione ARR
5) Comunicazione della PEC al Registro dei revisori legali: nota informativa CNDCEC
6) Assoggettabilità dei Centri di Trasmissione Dati (CTD) all’imposta unica sulle scommesse
7) CIGS per le imprese operanti in un’area di crisi industriale complessa: chiarimenti dal welfare
8) Quotazioni immobiliari: online i dati relativi al primo semestre 2016
9) “Collegamento strutturale” tra diversi avvisi di accertamento
10) Esenzione dall’ICI per i consorzi di bonifica
11) Iva-Tia: rimborso parziale?
diario-quotidiano-articoli-9Indice: 1) Si estende la telematizzazione del processo tributario in altre regioni 2) Tfr: coefficiente di settembre 2016 per la rivalutazione 3) L’accertamento ispettivo può essere eseguito solo con regole certe 4) Assegnazione dei beni ai soci: nota operativa della Fondazione ARR 5) Comunicazione della PEC al Registro dei revisori legali: nota informativa CNDCEC 6) Assoggettabilità dei Centri di Trasmissione Dati (CTD) all’imposta unica sulle scommesse 7) CIGS per le imprese operanti in un’area di crisi industriale complessa: chiarimenti dal welfare 8) Quotazioni immobiliari: online i dati relativi al primo semestre 2016 9) “Collegamento strutturale” tra diversi avvisi di accertamento 10) Esenzione dall’ICI per i consorzi di bonifica 11) Iva-Tia: rimborso parziale? ***   1) Si estende la telematizzazione del processo tributario in altre regioni Dal 15 ottobre 2016, il processo tributario telematico (PTT), già attivo da dicembre 2015 nelle Regioni di Toscana e Umbria, si estende alle Commissioni tributarie presenti nelle regioni Abruzzo e Molise. Lo ha reso noto il Ministero dell’Economia e finanze con il comunicato del 14 ottobre 2016. Il “PTT” continua la sua corsa Il processo tributario telematico (PTT), dal 15 ottobre 2016 continua la sua corsa con l'estensione alle Commissioni tributarie nelle regioni Abruzzo e Molise, per proseguire dal 15 novembre nelle Commissioni tributarie di Liguria e Piemonte e dal 15 dicembre in quelle dell'Emilia Romagna e del Veneto. La telematizzazione del processo tributario, precisa il MEF, è una importante innovazione che si inserisce nel processo volto alla semplificazione dei rapporti tra fisco e contribuenti che il Governo persegue con determinazione. Portale dedicato Sarà possibile, attraverso il portale dedicato "www.giustiziatributaria.gov.it" accedere al sistema informativo della Giustizia Tributaria (S.I.Gi.T.) per il deposito telematico degli atti e documenti processuali già notificati alla parte processuale. Inoltre, i giudici tributari, i contribuenti, i professionisti e gli enti impositori, previamente registrati, potranno consultare da casa o dai propri uffici il fascicolo processuale contenente tutti gli atti e documenti del contenzioso a cui sono interessati. Il comunicato del Ministero conclude affermando che si tratta di vantaggi notevoli in termini di semplificazione e minor tempo per gli adempimenti. Con il processo tributario telematico il cittadino avrà la possibilità di gestire il ricorso a distanza, con effetti positivi anche per quanto riguarda la durata del processo. Ulteriore estensione Il processo tributario telematico per il 2016 sarà, inoltre, esteso dal 15 novembre nelle Commissioni tributarie di Liguria e Piemonte e dal 15 dicembre in quelle dell’Emilia Romagna e del Veneto. (Ministero Economia e Finanze, comunicato del 14 ottobre 2016)   ******   2) Tfr: coefficiente di settembre 2016 per la rivalutazione L’indice Istat relativo al mese di settembre 2016 è pari a 100 %. Il coefficiente per rivalutare le quote di trattamento di fine rapporto è 1,195093%. Indice generale FOI* 100 Variazione % rispetto al mese precedente -0,2 Variazione % rispetto allo stesso mese dell’anno precedente +0,1 Variazione % rispetto allo stesso mese di due anni precedenti 0,0 (*) Indice generale FOI (base di riferimento 2015=100, il coefficiente di raccordo con la precedente base 2010=100 è 1,071) (ISTAT, comunicato del 14 ottobre 2016)   ******   3) L’accertamento ispettivo può essere eseguito solo con regole certe Ispezioni sul lavoro con regole certe: L’accertamento ispettivo non può essere eseguito se mancano richieste circostanziate, con elementi probatori e indicazione di testi e documenti. Ed ancora, va messo in campo un maggior numero di ispettori in sede di accesso nelle aziende, l’accertamento ispettivo non può tradursi in una verifica di carattere puramente contabile - amministrativo e va posta particolare attenzione alla lotta all’esercizio abusivo della professione. E quanto viene evidenziato dal Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro, con una nota del 14 ottobre 2016, pubblicata sul proprio sito internet. La nota prosegue ulteriormente ricordando che Ministero del lavoro e Inps, rispettivamente con la nota n. 14773/16 e con la circolare n. 76/16, intervengono in materia di vigilanza per chiarire alcuni delicati passaggi al proprio personale ispettivo. Il Ministero del lavoro con la nota n. 14773/16 ha precisato che il codice di comportamento ad uso degli ispettori del lavoro pone l’onere, in capo al personale addetto, di acquisire richieste di intervento circostanziate in ordine alla individuazione degli elementi probatori che ne costituiscano il fondamento tra cui, in particolare, l’indicazione di eventuali testi e documenti (art. 3 DM 15 gennaio 2014). Ciò in considerazione del fatto che la successiva attività di accertamento, nella maggior parte dei casi relativa a rapporti di lavoro risolti antecedente alla formalizzazione della richiesta, potrebbe risultare, oltre che estremamente complessa, anche del tutto "improduttiva". Tale preliminare valutazione appare ancor più necessaria nelle ipotesi in cui la consultazione dei registri della Camera di commercio evidenzi la chiusura dell’unità produttiva dove si svolgeva il rapporto di lavoro, che operava nell’ambito territoriale di competenza dell’Ufficio ricevente la richiesta di intervento (come già previsto dalla direttiva del 18 settembre 2008). L’Inps, invece, emana le linee guida per i propri ispettori. Con la circolare n.76/16, concentra l’attenzione sulla necessità di controlli più incisivi relativi alle prestazioni erogate ai lavoratori, sulla verifica del diritto di beneficiare degli sgravi per le imprese, sulla lotta alle truffe dei voucher, sul coinvolgimento di un maggior numero di ispettori in sede di accesso nelle aziende, ma anche sulla lotta all'esercizio abusivo della professione di Consulente del Lavoro. Nel caso in cui emergano gli estremi dell’esercizio abusivo della professione, i funzionari ispettivi non devono consentire al soggetto privo di abilitazione di assistere all’ispezione in corso e devono provvedere, appena possibile, a darne comunicazione alle autorità competenti. (Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro, nota del 14 ottobre 2016)   ******   4) Assegnazione dei beni ai soci: nota operativa della Fondazione ARR L’assegnazione dei beni ai soci, chiarimenti del fisco e problematiche dei soci. E’ questo il tema che viene trattato dalla Fondazione Accademia Romana di Ragioneria, con la nota operativa n. 11 del 13 ottobre 2016. L’Agenzia delle Entrate, con le circolari n. 26/2016 e n. 37/2016, si è pronunciata sulla disciplina dell’assegnazione/cessione dei beni ai soci, introdotta dalla legge di Stabilità 2016. Sono state confermate le principali interpretazioni di carattere generale fornite dalla dottrina, nonché dalla stessa Accademia Romana di Ragioneria (con la nota operativa 6/2016 che affrontava l’argomento esclusivamente nell’ottica della società assegnante), ed è stato affrontato il tema riguardante gli effetti in capo ai soci assegnatari/cessionari dei beni. Proprio con riferimento alla posizione dei soci vi erano alcuni dubbi interpretativi che avrebbero potuto influenzare la scelta dell’agevolazione in oggetto. Per questo motivo la citata Fondazione ha scelto di pubblicare la nuova nota operativa che affronta la normativa nell’ottica del socio assegnatario. Vengono commentati, dunque, i principali chiarimenti forniti dall’Amministrazione finanziaria e sono poi trattati, in particolare, alcuni aspetti contabili e fiscali che interessano gli assegnatari. Principali chiarimenti dell’Agenzia delle Entrate L’agevolazione fiscale, come noto, consiste nella tassazione delle plusvalenze, conseguite dalle società che assegnano o cedono i beni ai soci, con un’imposta sostitutiva. Le aliquote d’imposta, che sostituiscono l’imposta sui redditi e l’Irap, da applicare alla plusvalenza sono: - 8% per le società operative; - 10,5% per le società “di comodo”; - 13% per le società che assegnano beni mediante annullamento di riserve in sospensione d’imposta. È prevista la riduzione del 50% dell’imposta di registro, se dovuta, e l’applicazione delle imposte ipocatastali in misura fissa. Potranno usufruire della normativa in esame le seguenti società, anche se si trovano in stato di liquidazione: - Società per azioni; - Società in accomandita per azioni; - Società a responsabilità limitata; - Società in nome collettivo; - Società in accomandita semplice; - Società di armamento; - Società di fatto che hanno per oggetto esclusivo l’esercizio di attività commerciali. L’Agenzia delle Entrate ha confermato che, non essendo previste dalla norma limitazioni di tipo soggettivo, l’estromissione del bene potrà avvenire anche a beneficio di soggetti diversi dalle persone fisiche. Sempre che la qualifica di socio sia presente alla data del 30 settembre 2015. Interessante la precisazione secondo cui il possesso della partecipazione non deve essere necessariamente ininterrotto, nel periodo che intercorre tra il 30 settembre 2015 e la data di assegnazione. Il socio che cede le quote dopo il 30 settembre e le riacquista prima dell’assegnazione, o cessione, rientra dunque nella normativa in rassegna. Il possesso di quote tramite società fiduciarie non preclude l’assegnazione o la cessione agevolata, tuttavia è richiesta una prova certa che il rapporto fiduciario sia anteriore alla data del 30 settembre 2015. Anche le società incorporanti, in caso di fusione, e le società beneficiarie, in caso di scissione, potranno assegnare beni ai soci delle società fuse o scisse, se questi ultimi possedevano le partecipazione, nelle società fuse o scisse, al 30 settembre 2015. In merito al requisito oggettivo è stato ribadito che i beni che danno diritto alla tassazione sostitutiva sono esclusivamente quelli non strumentali per destinazione, all’esercizio dell’attività d’impresa. In particolare: - Immobili rientranti nella categoria dei beni merce o patrimonio, che per destinazione non sono strumentali all’attività d’impresa. - Beni mobili iscritti in pubblici registri, che per destinazione non sono strumentali all’attività d’impresa. È stato precisato che si considerano “non strumentali per destinazione” anche gli immobili oggetto dell’attività d’impresa e produttivi di un loro reddito autonomo, attratto al reddito d’impresa, come ad esempio gli immobili locati (sia se la locazione rappresenta l’oggetto dell’attività d’impresa sia se la locazione rappresenta un’attività accessoria). La circolare sottolinea, inoltre, che il cambio di destinazione d’uso del bene, effettuato in prossimità dell’estromissione del bene, costituisce una facoltà prevista dal legislatore al fine di conseguire un legittimo risparmio d’imposta. Ciò significa che l’amministrazione finanziaria non potrà mai contestare il cambio di destinazione d’uso quale attività elusiva, volta conseguire un indebito vantaggio fiscale. Un’ulteriore precisazione riguarda la possibilità di cedere un diritto reale parziale sul bene (es. usufrutto, uso ecc.) e non la piena proprietà. L’agenzia delle entrate sostiene che la cessione di un diritto parziale possa rientrare nella normativa in oggetto solo se comporta il totale trasferimento del bene dal patrimonio aziendale a quello dei soci. In sostanza è possibile avere quattro casistiche: - Società che possiede la piena proprietà e assegna, o cede, un diritto reale parziale. In questo caso l’estromissione non dà diritto all’agevolazione. - Società che possiede un diritto parziale (es. usufrutto) e assegna, o cede, il diritto al socio che già detiene altro diritto reale (es. nuda proprietà), in questo caso l’estromissione dà diritto all’agevolazione. In questa ipotesi, infatti, il bene diventa definitivamente di piena proprietà del socio assegnatario/cessionario. - Società che possiede la piena proprietà dei beni e assegna diritti diversi a soci diversi (es. nuda proprietà ad un socio e usufrutto ad altro socio). In questo caso l’estromissione dà diritto all’agevolazione. Anche in questa circostanza infatti l’estromissione del bene e totale ed è a favore dei soci. - Società che assegna un diritto parziale ad un socio e cede ad un terzo altro diritto reale. In questo caso l’assegnazione nei confronti del socio non dà diritto all’agevolazione. Dalla lettura delle due circolari, infatti, si evince che il trasferimento deve essere totalmente a favore dei soci. Per quanto riguarda l’Iva è stato ribadito che l’assegnazione rappresenta un’operazione rientrante nell’ambito di applicazione dell’Iva. La base imponibile, sempre che non si tratti di una cessione esente, sarà data dal prezzo di acquisto o dal costo determinato alla data dell’assegnazione. Per i beni ammortizzati è considerato corretto, viste anche le sentenze della corte di giustizia UE C-322/99 e C-323/99, che il valore residuo del bene sia preso a riferimento per calcolare la base imponibile. Sarà inoltre necessario valutare eventuali incorporazioni di altri beni nel bene assegnato nonché le altre spese sostenute per riparare e completare il bene durante la sua vita aziendale. Tutti questi elementi incrementeranno la base imponibile Iva. Tipologie di assegnazioni Da un punto di vista contabile l’assegnazione di beni da parte dell’impresa comporta l’estromissione di attività patrimoniali a fronte di una riduzione del patrimonio netto. Pertanto è possibile che l’assegnazione sia la conseguenza: - Di una riduzione di capitale sociale o di riserve di capitale; - Di una distribuzione di utili o di riserve di utili; Si avranno conseguenze diverse in capo ai soci a seconda di quale sia la causa dell’assegnazione e la natura del soggetto assegnatario. In caso di distribuzione di riserve l’art. 47 del Tuir, nel secondo periodo del comma 1 e nei commi da 5 a 8, prevede una serie di presunzioni legali secondo cui, a prescindere da quanto dichiarato nelle delibere assembleari si considerano prioritariamente distribuiti l’utile dell’esercizio e le riserve di utili, per la parte non accantonata in sospensione d’imposta. Da un punto di vista fiscale, dunque, è possibile distribuire le riserve di capitale solo esauriti gli utili e le riserve di utili. La norma in rassegna, invece, dispone una deroga a tale principio generale. Infatti il comma 118, dell’art. 1, stabilisce che non sono applicabili le presunzioni di cui sopra. La società, usufruendo dell’agevolazione, può scegliere dunque liberamente se distribuire utili o riserve di capitale. L’agenzia delle entrate, con circolare n. 37, ha precisato, chiarendo quanto affermato con il precedente documento di prassi, che “la presunzione di prioritario utilizzo delle riserve di utili prevista dall’articolo 47, comma 1, secondo periodo, del TUIR, è disapplicata ( … ) per l’intero importo oggetto di distribuzione in sede contabile e non è limitata alla base imponibile assoggettata ad imposta sostitutiva”. Qualora invece la disapplicazione dell’art. 47 fosse stata limitata all’importo della base imponibile vi sarebbero state rilevanti complicazioni nonché un evidente contrasto con la disposizione normativa. - Assegnazione con distribuzione di riserve di capitale, conseguenze per i soci di società di capitali. In caso di assegnazione con riduzione di riserve di capitale, da un punto di vista fiscale, il costo riconosciuto della partecipazione dovrà essere rideterminato. Al costo fiscale pre-assegnazione dovrà essere sommato il valore affrancato dalla società, cioè la plusvalenza tassata con imposta sostitutiva. Contestualmente dovrà essere sottratto il valore del bene, o meglio quello rilevante ai fini del calcolo della plusvalenza in capo alla società (valore normale o valore catastale). Se il costo fiscale della partecipazione assume valore negativo dovrà essere tassato secondo le regole ordinarie, cioè con le regole per la tassazione dei dividendi. Viene sottolineato che il comma 118, dell’art. 1 della legge di stabilità 2016, dispone che il costo fiscale della partecipazione debba essere ridotto del valore normale del bene assegnato, mentre gli esempi della circolare n. 26/2016 fanno riferimento al valore preso in considerazione ai fini del calcolo della plusvalenza; per gli immobili infatti è prevista la facoltà di calcolare la plusvalenza considerando il valore catastale in luogo del valore normale. Questa interpretazione potrebbe comportare un ulteriore beneficio per il socio, in quanto si potrebbe determinare un costo della partecipazione più alto e, in caso di successiva vendita, una plusvalenza fiscale più bassa (o una minusvalenza più alta) . Il costo fiscale del bene assegnato, che l’assegnatario dovrà prendere in considerazione per le eventuali cessioni future, infine, sarà quello che è stato preso come riferimento per il calcolo della plusvalenza tassata con aliquota sostitutiva (valore normale o valore catastale). Assegnazione con distribuzione di riserve di utile Da un punto di vista meramente contabile l’assegnazione mediante distribuzione di utili, o riserve di utili, non comporta particolari differenze rispetto al caso della riduzione di riserve di capitale. Occorre, quindi: - Rilevare il dividendo costituito dalla riserva di utile distribuita. - Rilevare il bene ricevuto, incorporando eventuali spese accessorie sostenute e considerando eventuali conguagli. - Considerare la necessita di svalutare la partecipazione. Da un punto di vista fiscale, invece, a differenza del caso precedentemente esaminato, l’assegnatario non dovrà variare il costo fiscale della partecipazione posseduta. Trattandosi di distribuzione di utili, inoltre, il socio assegnatario subirà la tassazione del dividendo per la parte non coperta dall’imposta sostitutiva. La circolare 37/E prevede, in particolare, che la parte di dividendo da tassare sia pari alla differenza tra valore normale (o catastale) del bene assegnato e la base imponibile dell’imposta sostitutiva. La base imponibile dell’imposta sostitutiva, che ridurrà l’entità del dividendo tassato con le modalità ordinarie, è pari: - Alla differenza tra valore normale/catastale e valore fiscale dei beni. - All’entità delle riserve in sospensione d’imposta eventualmente annullate. Queste riserve, come chiarito dalla circolare 37/E possono essere annullate solo se le riserve di capitale e di utili sono già state interamente utilizzate. (Fondazione Accademia Romana di Ragioneria, nota operativa n. 11 del 13 ottobre 2016)   ******   5) Comunicazione della PEC al Registro dei revisori legali entro il 30 novembre 2016: nota informativa CNDCEC Il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti ed esperti contabili, con la nota n. 109/2016 del 13 ottobre 2016, protocollata in data 14 ottobre 2016, rammenta quanto comunicato dal Ministero dell’economia e finanze in merito alle modalità e termini di comunicazione della casella di PEC degli iscritti nel registro dei revisori legali. Dunque, tutti gli iscritti (revisori legali e società di revisione legale) devono provvedere per tempo al descritto adempimento, assicurando che gli indirizzi di Posta Elettronica Certificata siano comunicati al Registro, o eventualmente aggiornati, entro la data del 30 novembre 2016. (Nota informativa CNDCEC, protocollata in data 14 ottobre 2016)   ******   6) Assoggettabilità dei Centri di Trasmissione Dati (CTD) all’imposta unica sulle scommesse I CTD, che gestiscono le scommesse ed inviano i dati al bookmaker, costituiscono soggetto passivo d'imposta(art. 3 d.lgs. 504/98). Lo affermano giudici della CTR di Napoli pronunciandosi su un ricorso in appello di un CTD che aveva sottolineato come la propria attività si limitasse alla mera ausiliarità rispetto alla gestione delle scommesse in favore del bookmaker estero. Nella sentenza della CTR campana si legge infatti che sono assoggettati al pagamento dell'imposta unica coloro i quali gestiscono con qualunque mezzo, anche telematico, per conto proprio o per conto di terzo, anche ubicato all'estero, concorsi pronostici e scommesse di qualunque genere e che, tra questi sono inequivocabilmente inseriti anche i suddetti centri. Comm. Trib. Reg. per la Campania, sentenza n. 7966/44 del 15/09/2016 SVOLGIMENTO DEL PROCESSO Con ricorso alla Commissione Tributaria Regionale di Napoli, la S. Malta Limited in persona del legale rapp.te pro tempore, rapp.ta e difesa da dall'Avv. A.T., dall'Avv. R.J. e dai dottori commercialisti M.G., T.Z. e A.S., nonché dagli Avv.ti D.A. e F.A. proponeva ricorso in appello avverso la sentenza n. ---/30/2014 depositata il 5.12.2014 dalla C.T.P. di Napoli chiedendone l'annullamento. L'appellante evidenziava in primo luogo la erronea valutazione dei giudici di primo grado in ordine alla eccezione sollevata dalla società in relazione alla violazione dell'art. 4 del Dlgs. 504/1989 da parte dell'Ufficio, nella parte in cui aveva ritenuto sussistente in capo al CDT (Centro Trasmissione Dati rappresentato dal contribuente obbligato in solido I.R. titolare della ditta individuale e conseguentemente in capo alla S. il presupposto soggettivo ai fini della applicazione dell'imposta unica. Allo stesso modo erronea veniva considerata la sentenza di primo grado in ordine alla sussistenza del presupposto territoriale di applicazione del tributo, nella parte in cui i giudici della CTP avevano ritenuto prevalente e decisivo il luogo nel quale vengono raccolte le scommesse dal C.T.D. e non quello nel quale si perfezionerebbe il contratto, che nel caso di specie sarebbe all'estero operando la società appellante a Malta. Altro motivo di censura, riguardava l'omesso accoglimento del ricorso di primo grado sul presupposto oggettivo della imposta unica, avendo i giudici di primo grado affermato erroneamente che l'attività di raccolta delle scommesse svolta dal CTD in Italia integri il presupposto impositivo del tributo. Ulteriore motivo di appello riguardava la erronea valutazione dei presupposti per l'applicazione dell'esimente prevista dall'art. 6 co. 2 del Dlgs. 472/1997 in relazione alle sanzioni applicate dall'amministrazione Finanziaria. In tal caso, i giudici di primo grado avrebbero erroneamente ravvisato nella condotta del CTD il dolo, mentre al contrario, proprio a causa delle "obiettive condizioni di incertezza" il regime sanzionatorio del regime sanzionatorio, difetterebbero sia il dolo che la colpa, con la conseguente possibile applicazione della esimente di cui all'art. 6 sopra citato, come peraltro risulterebbe da una circolare della Direzione Generale della AAMS del 7.6.2012 che fino a tale data invitava gli Uffici accertatori ad applicare l'esimente. L'appellante evidenziava altresì che erroneamente nella sentenza di primo grado i giudici avevano affermato che l'operato dell'Amministrazione risultava corretto, atteso che la società S. non aveva fornito la prova documentale utile ai fini delle determinazione di una differente e inferiore aliquota d'imposta da applicare. L'Ufficio, infatti, secondo l'appellante avrebbe determinato analiticamente la base impositiva sulla base della documentazione offerta dal CTD e poi avrebbe applicato l'aliquota massima tra quelle previste dall'art. 4 co. l del Dlgs. 504/1998 senza motivazione. Altro motivo di appello riguardava la erronea e falsa applicazione dell'art. 3 del Dlgs. 504/1998 come interpretato dall'art. l comma 66 lett. B della legge di stabilità del 2011. A tal proposito l'appellante sosteneva che la CTP aveva erroneamente riconosciuto sussistente il presupposto soggettivo in capo al CTD, considerando l'attività di raccolta delle scommesse svolta da quest'ultimo per conto della società con sede all'estero quale attività prevalente e significativa, tale da giustificare l'applicazione dell'imposta unica. Sul punto, invece, sottolineava l'appellante che l'attività del CTD si configurerebbe come attività meramente ausiliari rispetto alla gestione delle scommesse in favore del bookmaker estero e come tale non si presenterebbe idonea ad integrare la soggettività passiva del tributo. Tale sarebbe l'interpretazione corretta ai sensi del citato art. l co. 66 della legge di stabilità del 2011. Sul punto, infatti, vengono richiamate alcune sentenze di merito delle CTP di Rieti, Latina, Roma e Udine che avrebbero sottolineato il principio secondo il quale una volta accertato il difetto di legittimazione passiva in capo al CTD (obbligato principale che opera in Italia), verrebbe meno il requio del tributo anche il capo al bookmaker estero che dunque non può essere chiamato a rispondere a titolo solidale del pagamento della imposta unica. Aggiungeva, poi, l'appellante che la erronea valutazione dei giudici di prime cure in capo al CTD avrebbe anche un risvolto costituzionale, atteso che tale interpretazione risulterebbe in violazione dell'art. 3 della Costituzione e in particolare in violazione del principio di eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge, atteso che in tal modo il titolare del CTD verrebbe equiparato ai concessionari nazionali assoggettabili all'imposta unica sulle prestazioni e fruizioni di servizi di giuoco e scommesse che si manifesta in modo diverso. Invero, secondo l'appellante il CTD non eserciterebbe alcuna gestione per conto terzi, poiché non assume alcuna responsabilità ed alcun rischio in merito alle scommesse che si limita a raccogliere ed i cui dati vengono trasmessi al bookmaker estero. Si tratterebbe solo di un servizio ausiliario che il CTD realizza in una della fasi dell'attività di scommesse, non entrando quest'ultimo mai in contatto "giuridico" con lo scommettitore. Anche la legge di stabilità del 2015, secondo l'appellante, escluderebbe la sussistenza del requisito soggettivo dell'imposta unica in capo al CTD, distinguendo quest'ultimo dai soggetti titolari della raccolta delle scommesse attraverso il punto raccolta individuati quali "bookmakers comunitari" e soggetti titolati alla regolarizzazione. che operano in Italia e che limitano a trasmettere i dati di gioco e scommesse all'operatore estero. Infine, l'appellante evidenziava profili di contrasto della disciplina nazionale in materia con le norme di diritto dell'Unione Europea che troverebbe pieno riscontro nella giurisprudenza della Corte di Giustizia Europea. Infatti, l'assoggettamento indiscriminato all'imposta unica dei concessionari nazionali, del CTD e degli operatori di giuoco e scommesse comunitari, andrebbe a svantaggio degli operatori comunitari. Vi sarebbe altresì una seconda prospettiva di contrarietà alla della disciplina nazionale sull'imposta unica sulle scommesse di cui all'art. 56 TFUE che riguarderebbe la violazione del principio del legittimo affidamento. Secondo l'appellante, infatti, a partire dal 2000 e fino alla entrata in vigore della nuova norma l'Amministrazione avrebbe contrastato il modus operandi della S., sia sul piano ammnistrativo che su quello penale, senza mai equiparare, "sul piano fiscale" la posizione del CTD a quella dei concessionari nazionali. Pertanto, i CTD avrebbero nutrito un "legittimo affidamento" in ordine alla inapplicabilità dell'Imposta Unica nei propri confronti, quanto meno, per il periodo antecedente alla adozione dell'art. l comma 6 lett. B della legge di stabilità del 2011. La norma, dunque, modifica retroattivamente in senso sfavorevole all'appellante i diritti alla stessa riconosciuti dalle norme dell'Unione Europea in tema di libera prestazione di servizi, ingiustificatamente assimilando la posizione dell'intermediario che rende disponibile la trasmissione dei dati a quella dei soggetti che esercitano una non comparabile attività imprenditoriale di scommessa. Sottolineava l'appellante che il legittimo affidamento costituisce un principio generale dell'ordinamento dell'Unione Europea e viene considerato un corollario del principio della certezza del diritto (Sul punto venivano richiamate diverse sentenze della Corte di Giustizia Europea.) Sulla base di quanto sopra evidenziato l'appellante chiedeva: a) Riformare la sentenza impugnata anche in relazione alla condanna alle spese con conseguente annullamento dell'avviso di accertamento impugnato; b) In subordine, sospendere il giudizio con rinvio di interpretazione giurisprudenziale ex art. 267 comma 2 del TFUE alla Corte di Giustizia dell'Unione Europea; c) In ulteriore subordine, ritenuta rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. l comma 66 della Legge di stabilità 2011, in relazione all'art. 3 Costituzione oltre che all'art. 117 della Costituzione, sospendere il giudizio e rimettere gli atti alla Corte Costituzionale. Si costituiva in giudizio l'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di Napoli che ribadiva il corretto operato dei giudici di prime cure e chiedeva la conferma della sentenza impugnata. In primo luogo, la controparte sottolineava che le richieste di rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia dell'Unione Europea risultavano assolutamente infondate e peraltro proposte solo in questa fase di giudizio. In realtà, secondo l'Ufficio l'interpretazione delle norme in esame risulterebbe pienamente conforme al contemperamento degli obiettivi di tutela delle libertà di prestazione di servizi e di prevenzione dei fattori distorsivi della concorrenza. Non vi sarebbe, dunque, alcuna discriminazione per gli altri bookmakers europei, atteso che questi ultimi, oltre a dover corrispondere l'imposta nei paesi di origine, sono tenuti a corrispondere le imposte anche in Italia e solo per questi ultimi varrebbe la regola che impone la sottoposizione a tributo anche nei confronti del gestore per conto altrui. L'art. l comma 66 della legge 220/2010 c.d. legge di stabilità 2011 non distinguerebbe fra gestioni eseguite per conto di operatori residenti in Italia e gestioni eseguite per conto di operatori stabilitisi in altri paesi dell'Unione Europea, sicchè la normativa non porrebbe alcun profilo discriminatorio. Alo stesso modo, secondo l'Ufficio appellato, la normativa in questione non presenterebbe alcun profilo di incostituzionalità come ribadito recentemente da una sentenza della CTR di Milano e sul punto richiama diverse sentenze della CTP di Napoli e di altre sedi che avrebbero rigettato i ricorsi della S. e affermato la piena conformità della normativa italiana ai principi della giurisprudenza comunitaria. Alla odierna udienza sono presenti : il dott. C.D. per l'appellante e la d.ssa P.T. per l'ufficio. MOTIVI DELLA DECISIONE Rileva la Commissione che l'appello risulta infondato e come tale va rigettato. In primo luogo, osserva che il Collegio che la richiesta di sospensione del giudizio con rimessione degli atti alla Corte di Giustizia dell'Unione Europea non può essere accolta. Invero, secondo l'orientamento prevalente della Suprema Corte, le limitazioni alle attività di giuoco d'azzardo possono essere giustificati da motivi imperativi di interesse generale, quali la tutela dei consumatori, nonché la prevenzione delle frodi e dell'incitamento dei cittadini a spese eccessive legate al gioco. Con riferimento alla normativa italiana sui giochi d'azzardo la Corte di Giustizia Europea ha già constatato che l'obiettivo attinente alla lotta contro la criminalità collegata ai giochi d'azzardo è idoneo a giustificare le restrizioni alle libertà fondamentali derivanti da tale normativa (cfr. sentenza Biasci e C660/11 et CB/12, EUC2013550, punto 23). La lotta contro la raccolta illegale di scommesse e la criminalità può, nel suo complesso, rappresentare un motivo imperativo di interesse generale idoneo a giustificare un ostacolo alle libertà di stabilimento e di prestazione di servizi. Dalla giurisprudenza della Corte emerge chiaramente che l'obiettivo mirante a lottare contro la criminalità assoggettando ad un controllo coloro che operano attivamente in tale settore e canalizzando le attività dei giochi di azzardo nei circuiti così controllati è considerato idoneo a giustificare restrizioni alle libertà fondamentali. Del resto e come menzionato dal governo italiano, l'attuazione di un sistema di concessione il cui principio è stato convalidato dalla Corte implica la conclusione di contratti di concessione che generano impegni reciprocamente vincolanti fra l'autorità concedente e l'impresa concessionaria. Nel settore dei giochi d'azzardo sono state in tal senso considerate restrizioni alla libertà di stabilimento e/o alla libera prestazione di servizi le misure adottate dagli Stati membri che hanno per effetto di vietare o, in ogni caso, limitare, con gradi diversi, il diritto di organizzare e proporre giochi sul territorio degli Stati membri. Tali considerazioni dimostrano l'assoluta infondatezza della richiesta avanzata dalla società appellante di disapplicazione, in via preliminare, della legge perché in contrasto con i principi generali del diritto dell'Unione Europea in materia di affidamento e concorrenza, atteso che l'interpretazione della normativa in esame risulta conforme al contemperamento degli obiettivi di tutela della libertà della prestazione di servizi e di prevenzione di fattori distorsivi della concorrenza. Allo stesso modo infondata appare la richiesta di sospensione del giudizio con trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale in relazione alla questione di legittimità costituzionale dell'art. l comma 66 legge 20/2010. A tal proposito rileva il Collegio che la questione di presenta infondata in quanto il compendio normativo di settore costituisce un unicum organico costituzionalmente orientato e allo stesso tempo rispettoso delle direttive comunitarie in materia. Invero, la Comunità Europea ha legiferato in materia fiscale attinente alle scommesse, ma solo in materia di IVA, mentre è principio ormai consolidato quello secondo cui l'imposta in oggetto non interferisce con l'IVA, ma è alternativa a questa imposta incidendo su una base imponibile differente, sottratta alla imposizione IVA. Nel merito, poi, rileva la Commissione che i motivi di appello proposti dalla società S. Malta LIMITED risultano infondati e che la sentenza di primo grado appare al contrario ben motivata e corretto risulta l'iter logico seguito dai giudici della CTP di Napoli. In primo luogo, appare opportuno richiamare quanto statuito proprio dalla Corte di Giustizia dell'Unione Europea, III Sezione con la sentenza del 22.1.2015 causa C-463/13 - nella quale si evidenzia espressamente che tutti gli operatori del settore debbono esercitare la loro attività sul mercato alle stesse identiche condizioni, quindi pagare allo Stato italiano, nel cui territorio operano, le medesime imposte, così come confermato dalla legge 190/2014 all'art. l comma 643, per la regolarizzazione della posizione fiscale, a cui la S. non ha aderito. Quanto ai presupposti impositivi, poi, rileva la Commissione che, ai fini della individuazione del luogo di conclusione del contratto, deve farsi riguardo al luogo nel quale il proponente/scommettitore ha conoscenza dell'accettazione della proposta, quando cioè, effettuata la puntata, egli riceve nei locali aperti al pubblico la ricevuta di gioco. Ne consegue, allora, che il contratto avente ad oggetto la scommessa deve ritenersi concluso in Italia e non nel luogo in cui si trova la sede della S., con conseguente assoggettamento alla disciplina fiscale vigente in Italia. "In ordine poi alla assoggettabilità dei centri trasmissione dati a tale normativa, il dato letterale appare inequivocabile nel senso di assoggettare a responsabilità colui il quale gestisce con qualunque mezzo, anche telematico, per conto proprio o per conto di terzo, anche ubicato all'estero, concorsi pronostici o scommesse di qualunque genere; è proprio il riferimento alla gestione per conto terzi ad apparire specificatamente descrittivo dell'attività dei CTD in ragione delle loro essenziali attività (acquisizione dei dati della giocata, trasmissione della stessa all'operatore estero, emissione della ricevuta che ne attesta l'accettazione, raccolta delle somme di poste di gioco, pagamento delle vincite) e tanto indipendentemente dal potere di ingerenza nella determinazione delle condizioni di scommesse e della estraneità al contratto che ha come parti lo scommettitore e la società estera per conto della quale agisce" (Cfr. CTR Campania n. 4615/17/2015). Infatti, la norma interpretativa di cui all'art. l comma 66 legge 20/2010 interviene sul riordino dell'imposta unica sui concorsi pronostici e sulle scommesse, specificando l'ambito di applicazione ed i soggetti passivi, in quanto l'imposta unica è comunque dovuta ancorchè la raccolta di gioco, compresa quello a distanza, avvenga in assenza di concessione. Per soggetto passivo deve intendersi dunque, chiunque gestisca con qualsiasi mezzo, anche telematico, per conto proprio o per conto di terzi, ubicati in Italia o all'estero, concorsi o scommesse di qualsiasi genere, prevedendo, poi, la responsabilità solidale dell'intermediario e del book maker proponente, stabilendosi che, se l'attività è esercitata per conto terzi, il soggetto nell'interesse del quale l'attività è stata esercitata è obbligato solidalmente al pagamento dell'imposta e delle relative sanzioni con la conseguente responsabilità tributaria del titolare del CTD e del bookmaker estero che si assume il rischio delle giocate ed opera nel territorio italiano tramite soggetti legati a lui da rapporti contrattuali. Per quanto attiene poi all'aliquota del 5% applicata dall'Ufficio, rileva il Collegio che la stessa appare corretta, in assenza di una specifica deduzione fornita di prova da parte della società appellante circa il fatto che le scommesse raccolte si componessero di un numero di eventi non superiore a sette. Infine, la Commissione, in riferimento alle eccezioni relative alla sanzioni applicate, ritiene che le stesse risultano altrettanto infondate atteso che l'art. 5 comma l del Dlgs. N. 504/98 stabilisce che il soggetto passivo che sottrae, in qualsiasi modo, base imponibile all'imposta unica dei concorsi pronostici o delle scommesse, è punito con la sanzione amministrativa dal 120 al 240 per cento della maggiore imposta. Tale norma, peraltro, nella formulazione esposta, introdotta dall' art. l, comma 65, della legge 20/2010, si applica solo alle violazioni commesse dopo l'1.1.2011: per quelle anteriori, l'art. 5, nel testo previgente, prevedeva una sanzione unica pari al 30% dell'imposta non versata. p.q.m. la Commissione rigetta l'appello e condanna la società appellante al pagamento delle spese di giudizio che determina in euro 2000,00 (duemila/00) oltre oneri accessori. (Comm. Trib. Reg. per la Campania, sentenza n. 7966/44 del 15/09/2016)   ******   7) CIGS per le imprese operanti in un’area di crisi industriale complessa: chiarimenti dal welfare Il Ministero del Lavoro, ha emanato la circolare n. 38 del 14 ottobre 2016, con la quale ha fornito indicazioni e chiarimenti in merito al trattamento straordinario di integrazione salariale per le imprese operanti in un’area di crisi industriale complessa. Si tratta delle prime indicazioni e chiarimenti operativi in merito alla disposizione della seguente normativa. Il nuovo art. 44 del Decreto legislativo n. 148 del 2015, comma 11-bis, definisce l’ambito di applicazione peculiare dell’istituto, disponendo che possono beneficiare dell’integrazione salariale straordinaria esclusivamente le imprese operanti in un’area di crisi industriale complessa riconosciuta alla data di entrata in vigore del decreto n.185 del 24 settembre 2016, ai sensi dell’art. 27 del decreto legge 22 giugno 2012, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 134. Come comunicato dal Ministero dello sviluppo economico, le aree di crisi industriale complessa riconosciute alla data del 08.10.2016 sono le seguenti: Regione Area di crisi complessa Data e atto di riconoscimento 1 Lazio Rieti DM 13/04/2011 2 Puglia Taranto DL 129/2012 3 Toscana Piombino DL 43/2013 4 Friuli Venezia Giulia Trieste DL 43/2013 5 Sicilia Termini Imerese AdP 22/07/2015 6 Sicilia Gela DM 20/05/2015 7 Molise Isernia, Boiano, Campochiaro, Venafro DM 07/08/2015 8 Toscana Livorno DM 07/08/2015 9 Marche-Abruzzo Val Vibrata-Valle del Tronto Piceno DM 10/02/2016 10 Lazio Frosinone DM 12/09/2016 11 Sardegna Portovesme DM 13/09/2016 12 Liguria Savona DM 21/09/2016 13 Sardegna Porto Torres DM 7/10/2016 14 Umbria Terni-Narni DM 7/10/2016 Definito questo aspetto di portata territoriale, la norma ribadisce che si tratta di un intervento di integrazione salariale straordinaria e, quindi, destinato ai lavoratori e alle imprese che abbiano i requisiti previsti dalla normativa in materia di integrazione salariale straordinaria, come disciplinati dagli articoli 1 e 20 del D.Lgs. n. 148/2015. Il trattamento di integrazione salariale straordinario introdotto si profila, inoltre, come una misura destinata a quelle imprese che, avendo già beneficiato a qualunque titolo di precedenti trattamenti di cassa integrazione guadagni straordinaria, si trovino, nell’annualità 2016, nell’impossibilità di ricorrere ulteriormente ad un trattamento di integrazione salariale straordinaria, sia in base alle disposizioni del D.Lgs. n. 148/2015, sia in base alle disposizioni attuative dello stesso. La norma puntualizza, altresì, che il trattamento in questione viene autorizzato in deroga all’articolo 4, comma 1, e all’articolo 22, commi 1, 2 e 3, del D.Lgs. n. 148/2015, che disciplinano, rispettivamente, la durata massima complessiva di 24 mesi in un quinquennio mobile per ciascuna unità produttiva, prevista, in generale, per i trattamenti di integrazione salariale, e le singole durate massime contemplate, nello specifico, per ciascuna delle causali di intervento straordinario di integrazione salariale. Considerati gli effetti che la deroga al regime ordinario delle durate e degli intervalli produce sull’atteggiarsi del procedimento di integrazione salariale e la previsione del secondo periodo del comma 11-bis, secondo cui, al fine di essere ammessa all’ulteriore intervento di integrazione salariale, l’impresa ha l’onere “di dichiarare di non poter ricorrere al trattamento di integrazione salariale né secondo le disposizioni del presente decreto né secondo le disposizioni attuative dello stesso”, l’ulteriore trattamento straordinario può essere autorizzato sia qualora l’impresa abbia già esaurito la durata massima consentita dai trattamenti di integrazione salariale, in chiave generale o in base alle singole causali di intervento, sia in assenza dei criteri di autorizzazione richiesti per le singole fattispecie di intervento di integrazione salariale straordinaria, di cui all’art. 21 del D.Lgs. n. 148/2015 e relative disposizioni di attuazione. Durata del trattamento Il trattamento di integrazione salariale straordinaria di cui al comma 11-bis dell’art. 44 può essere autorizzato sino al limite massimo di 12 mesi per l’anno 2016. A tal fine, in considerazione della specialità della normativa in esame, si ritiene che in presenza di un accordo sottoscritto nell’anno 2016, con domanda ed inizio della sospensione o riduzione di orario sempre nel 2016, sia possibile concedere il trattamento della durata di dodici mesi, anche superando il limite temporale del 31.12.2016, fermo restando il limite di spesa complessivo e quello definito dalle risorse assegnate ad ogni singola Regione. Criteri di autorizzazione Il trattamento straordinario di integrazione salariale, tenuto conto di quanto già chiarito nei precedenti punti, può essere autorizzato, previo accordo stipulato in sede governativa presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, con la presenza del Ministero dello sviluppo economico e della Regione interessata, qualora l’impresa presenti un piano di recupero occupazionale che preveda appositi percorsi di politiche attive del lavoro concordati con la Regione e finalizzati alla rioccupazione dei lavoratori. Sarà onere dell’impresa indicare nel dettaglio le misure di politiche attive concordate con la Regione e le prospettive di rioccupazione che si intenda perseguire. Onere di spesa Il trattamento straordinario di integrazione salariale può essere autorizzato nel limite di spesa di 216 milioni di euro per l’anno 2016; a tale onere si provvede mediante corrispondente riduzione dell’autorizzazione di spesa di cui all’articolo 16, comma 7, del decreto legislativo 4 marzo 2015, n. 22, come incrementata dall’articolo 43, comma 5, e dall’articolo 1, comma 187, lettera b), della legge 28 dicembre 2015, n. 208. Entro 15 giorni dall’entrata in vigore del decreto legislativo n.185 del 24 settembre 2016, le Regioni richiedono al Ministero del lavoro e delle politiche sociali l’assegnazione delle risorse necessarie in relazione alle proprie esigenze. Con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, le risorse sono proporzionalmente ripartite tra le Regioni in base alle richieste, fermo restando il limite complessivo di spesa di 216 milioni di euro. L’INPS provvede al monitoraggio del rispetto del limite di spesa e trasmette le relazioni semestrali al Ministero del lavoro e delle politiche sociali a al Ministero dell’economia e delle finanze. Procedimento e modalità di presentazione delle istanze Quindi, il trattamento straordinario di integrazione salariale può essere concesso previo accordo stipulato in sede governativa presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, con la presenza del Ministero dello sviluppo economico e della Regione interessata. Per la peculiarità della fattispecie, il Ministero evidenzia che il trattamento in questione, sia per quanto riguarda la fase di consultazione sindacale, sia per quanto concerne il procedimento in generale, si pone in deroga agli articoli 24 e 25 del D. Lgs. 148/2015. Le istanze, compilate secondo un apposito modulo che sarà reso disponibile sul sito www.lavoro.gov.it - (http://www.lavoro.gov.it/temi-e-priorita/ammortizzatori-sociali-e-incentivi-alla-occupazione/Pagine/Modulistica.aspx ) - dovranno essere presentate alla Direzione Generale degli Ammortizzatori Sociali e I.O. (mediante posta certificata all’indirizzo Dgammortizzatorisociali.div3@pec.lavoro.gov.it) entro un congruo termine. L’istanza deve essere corredata dall’elenco nominativo dei lavoratori interessati dalle sospensioni o riduzioni di orario e del verbale di accordo previamente stipulato in sede governativa presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali. Nell’istanza l’impresa dovrà dichiarare espressamente di non poter ricorrere al trattamento di integrazione salariale straordinaria sia secondo le disposizioni del decreto n. 148/15, sia secondo le disposizioni attuative dello stesso, esplicitandone le motivazioni in un’apposita relazione tecnica allegata. Nella medesima relazione l’impresa dovrà illustrare dettagliatamente il piano di recupero occupazionale e gli appositi percorsi di politiche attive del lavoro concordati con la regione finalizzati alla rioccupazione dei lavoratori. (Ministero del Lavoro, circolare n. 38 del 14 ottobre 2016)   ******   8) Quotazioni immobiliari: online i dati relativi al primo semestre 2016 Sono consultabili sul sito dell’Agenzia delle Entrate e tramite l’applicazione per smartphone Omi Mobile i dati relativi alle quotazioni immobiliari del primo semestre 2016, che forniscono un’indicazione dei prezzi al metro quadro per diverse tipologie di immobili. Inoltre, da oggi le quotazioni possono essere anche scaricate, accedendo alla banca dati tramite i servizi online dell’Agenzia, Entratel e Fisconline. GEOPOI®, quotazioni immobiliari a portata di zoom Le quotazioni immobiliari dell’Osservatorio consentono di avere un’indicazione di massima del valore di mercato degli immobili nel settore residenziale, commerciale, terziario e produttivo. Cittadini, istituzioni e operatori del settore possono consultare i valori tramite ricerca testuale oppure tramite il servizio di navigazione territoriale GEOPOI®, il framework cartografico realizzato da Sogei, che permette una navigazione interattiva su mappa. L’interfaccia è disponibile anche tramite l’applicazione Omi mobile, accessibile da smartphone o tablet: digitando sul proprio browser l’indirizzo http://m.geopoi.it/php/mobileOMI/index.php è, infatti, possibile conoscere le informazioni relative agli immobili in base a semestre, Provincia, Comune, zona Omi e destinazione d’uso. La banca dati apre al download Dal 14 ottobre 2016 è attivo, inoltre, il servizio di download gratuito delle quotazioni immobiliari per gli utenti registrati a Fisconline e ad Entratel, che potranno scaricare i dati a partire dal primo semestre di quest’anno. Per avviare il download è richiesta, quindi, la registrazione ai servizi online dell’Agenzia, necessaria per garantire una maggiore sicurezza degli accessi. Come consultare i dati - Collegandosi al sito internet www.agenziaentrate.it, nella sezione Documentazione > Osservatorio del Mercato Immobiliare > Banche dati > Quotazioni immobiliari è possibile consultare anche le quotazioni dei semestri precedenti, a partire dal secondo semestre 2013. (Agenzia delle entrate, comunicato n. 198 del 14 ottobre 2016)   ****** 9) “Collegamento strutturale” tra diversi avvisi di accertamento L'effetto sospensivo del termine di impugnazione conseguente la proposizione dell'istanza di accertamento con adesione (art. 6 c. 3 del D.Lgs. 218/1997) può estendersi anche ad altro avviso, successivamente notificato, se i due accertamenti risultano fra loro strutturalmente collegati. Nel caso di specie una società in accomandita semplice proponeva istanza di accertamento con adesione in relazione a un avviso con il quale era stato rettificato il suo reddito di impresa; successivamente un socio della stessa impugnava un altro avviso, per rilevato maggior reddito di partecipazione, oltre il termine di 60 giorni dalla notifica. Secondo i giudici sussiste tra i due avvisi di accertamento un "collegamento strutturale" per cui l'avvenuta presentazione di un accertamento con adesione da parte della società ha riflessi anche sulla posizione collegata del socio il cui ricorso può dunque ritenersi tempestivo. (Comm. Trib. di Secondo Grado di Bolzano, sentenza n. 35/02 del 11/05/2016)   ****** 10) Esenzione dall’ICI per i consorzi di bonifica I consorzi di bonifica, concessionari ex lege di beni demaniali, devono essere inclusi tra i soggetti esenti dal pagamento dell'ICI. E' questa l'innovativa tesi a cui è giunta la CTR di Bologna discostandosi dal giudicato dei primi giudici e disattendendo il consolidato indirizzo della Corte di Cassazione (Cass. sentenze n. 19053/2014 e 16867/2014). In primo luogo i giudici emiliani interpretano il secondo comma dell'art. 3 D. Lgs. 504/1992, che assoggetta il concessionario al pagamento del tributo in caso di concessione su aree demaniali, ritenendo che il riferimento al concessionario dei beni demaniali non sia automaticamente inclusivo della figura del concessionario ex lege. Quest'ultimo resta escluso, infatti, dall'ambito di applicazione soggettivo della pretesa tributaria. In secondo luogo sostengono la rilevanza pubblicistica delle funzioni affidate ex lege ai consorzi di bonifica. Secondo questa tesi, tra l'altro supportata da recentissima giurisprudenza della suprema corte (Cass. sentenza n. 8770/2016), i consorzi di bonifica, essendo enti dotati di rilevanza pubblicistica, beneficiano a tutti gli effetti dell'esenzione, per questi ultimi prevista, di cui all'art. 7 comma 1, D.Lgs. 504/1992. (Comm. Trib. Reg. per l'Emilia-Romagna, sentenza n. 1743/01 del 28/06/2016) *** 11) Iva-Tia: rimborso parziale? Sulla questione se ne è parlato il 13 ottobre 2016 in commissione Finanze alla Camera dove il viceministro dell’Economia, Casero ha spiegato che il problema é all’attenzione dell’Amministrazione finanziaria. Anche perché gli effetti finanziari della restituzione dell’Iva potrebbero essere molto rilevanti. La sentenza della Corte costituzionale che ha tolto il velo sull’illegittimità dell’Iva sulla vecchia tariffa rifiuti è del 2009, quella della Cassazione (sentenza 3756) che ha imposto di rimborsare i contributi è del 2012, e intanto la stessa tariffa (la “Tia1”) che ha prodotto la battaglia giuridica è scomparsa dall’orizzonte fiscale il 1° gennaio 2013. La questione è di stretta attualità per una ragione semplice: I soldi che negli anni i contribuenti hanno versato per un’imposta “illegale” non sono stati mai restituiti. (Notizia da Il Sole 24 ore del 14 ottobre 2016) Vincenzo D’Andò