Diario quotidiano del 10 ottobre 2016: le misure urgenti sulle pensioni in arrivo con la Legge di Bilancio

Pubblicato il 10 ottobre 2016



1) Commissione europea: per un buon funzionamento del mercato del diritto d’autore
2) Progetti R&S imprese: dal MiSE indicazioni sulla procedura
3) Pensioni: le misure urgenti da inserire nella Legge di bilancio
4) Niente rimborso del surplus IVA alla società di distribuzione editoriale
5) Imposizione degli utili di società residenti nei paradisi fiscali
6) Appartamenti acquisiti: quando sono vincolanti le clausole del regolamento condominiale
7) Enti non commerciali: la mancata presentazione del Modello EAS non comporta la perdita delle agevolazioni fiscali
8) Sanzioni per trasferte infedeli sul LUL
9) Ammesso l’arbitrato sulle delibere societarie
10) Assegnazione ai soci e riserve
consulenza_1Indice: 1) Commissione europea: per un buon funzionamento del mercato del diritto d’autore 2) Progetti R&S imprese: dal MiSE indicazioni sulla procedura 3) Pensioni: le misure urgenti da inserire nella Legge di bilancio 4) Niente rimborso del surplus IVA alla società di distribuzione editoriale 5) Imposizione degli utili di società residenti nei paradisi fiscali 6) Appartamenti acquisiti: quando sono vincolanti le clausole del regolamento condominiale 7) Enti non commerciali: la mancata presentazione del Modello EAS non comporta la perdita delle agevolazioni fiscali 8) Sanzioni per trasferte infedeli sul LUL 9) Ammesso l’arbitrato sulle delibere societarie 10) Assegnazione ai soci e riserve *** 1) Commissione europea: per un buon funzionamento del mercato del diritto d’autore Occorre promuovere il corretto ed equo funzionamento del mercato del diritto d’autore. Sono queste alcune delle proposte fatte dalla Commissione europea in materia di diritto d’autore e di cui Assonime, nella nota del 28 settembre 2016, ne illustra i contenuti. Nell’ambito della strategia per il mercato unico digitale, il 14 settembre 2016 la Commissione europea ha presentato un pacchetto di proposte in materia di diritto d’autore, volte a modernizzare la disciplina e a promuovere la circolazione della cultura europea e la disponibilità di contenuti online. Il pacchetto è composto da due proposte di direttiva e due proposte di regolamento, accompagnate da una comunicazione. Le proposte della Commissione intendono adattare la normativa alla realtà digitale, tenendo conto della diffusione di nuovi servizi online (ad esempio musica in streaming, piattaforme di video on demand e aggregatori di notizie) e dell’esigenza dei consumatori di accedere a contenuti culturali quando si spostano oltre i confini nazionali. La comunicazione della Commissione - COM(2016) 592 - sottolinea che le misure proposte hanno il triplice obiettivo di: - garantire un più ampio accesso ai contenuti in tutta l’Unione europea, anche a un nuovo pubblico; - adattare alcune eccezioni all’ambiente digitale e transfrontaliero: iii) promuovere il corretto ed equo funzionamento del mercato del diritto d’autore. La prima proposta di regolamento - COM(2016) 594 – intende creare condizioni favorevoli per nuove modalità di distribuzione online transfrontaliera dei programmi radiotelevisivi, analoghe a quelle applicabili alle tradizionali trasmissioni via satellite e alle ritrasmissioni via cavo. Per agevolare la diffusione delle produzioni radiotelevisive e consentire una più ampia scelta per i consumatori, la proposta semplifica e velocizza la liberatoria dei diritti necessari per alcuni servizi online forniti dalle emittenti (programmi trasmessi online dalle emittenti contemporaneamente ai loro servizi di trasmissione e in differita) e per i servizi di ritrasmissione attraverso mezzi quali l’IPTV (TV o radio su circuito chiuso di reti basate su protocolli internet). La proposta di direttiva sul diritto d’autore nel mercato unico digitale - COM(2016) 593 – è volta a conseguire una maggiore armonizzazione della normativa europea sul diritto d’autore adattandola al nuovo ambiente digitale e transfrontaliero. La proposta prevede l’introduzione di nuove eccezioni obbligatorie nei settori dell’istruzione, della ricerca e della tutela del patrimonio culturale, in particolare: un’eccezione relativa alle illustrazioni per l’insegnamento mediante strumenti digitali e corsi online transfrontalieri, un’eccezione per il text e data mining a fini di ricerca scientifica, un’eccezione per consentire alle istituzioni che gestiscono il patrimonio culturale di conservare le opere in formato digitale. Sono inoltre previsti meccanismi per rendere più facile la concessione di licenze per lo sfruttamento delle opere audiovisive in tutta l’Unione europea, anche su piattaforme di video on demand (VoD). Le misure proposte intendono rafforzare la posizione dei titolari dei diritti nella negoziazione e nella percezione di una remunerazione per lo sfruttamento online dei loro contenuti da parte delle piattaforme che conservano e danno accesso a grandi quantitativi di contenuti caricati dai loro utilizzatori (piattaforme per la condivisione di video). Viene previsto l’obbligo per le piattaforme di utilizzare tecnologie efficaci e proporzionate per garantire il rispetto degli accordi con i titolari dei diritti sull’uso delle loro opere, per le quali essi hanno concordato con le piattaforme l’autorizzazione o l’eliminazione. Novità importanti riguardano gli editori, che vengono riconosciuti per la prima volta titolari di un diritto connesso per l’uso digitale delle loro pubblicazioni: essi potranno chiedere una remunerazione a chi rende disponibili i loro articoli online. Per gli editori e i produttori vengono previsti obblighi di trasparenza e di informazione nei confronti degli autori o degli interpreti o esecutori sui profitti ottenuti con le loro opere. Infine, una proposta di regolamento - COM(2016) 595 - e una proposta di direttiva - COM(2016) 596 - disciplinano l’attuazione nel diritto dell’Unione europea del Trattato di Marrakech volto a facilitare l’accesso alle opere pubblicate per le persone non vedenti, con disabilità visive o con altre difficoltà nella lettura di testi a stampa. Le misure proposte istituiscono una specifica eccezione obbligatoria e consentono lo scambio transfrontaliero di copie in formato accessibile all’interno dell’Unione e con i paesi terzi firmatari del Trattato. ******   2) Progetti R&S imprese: dal MiSE indicazioni sulla procedura Procedure nuove per la valutazione e la gestione delle proposte progettuali delle imprese a valere sul DM 1 aprile 2015, che reca il quadro normativo degli interventi del Fondo per la crescita sostenibile a sostegno della ricerca e sviluppo e innovazione delle imprese, nell'ambito degli Accordi presi dallo stesso MiSE con le Regioni e le altre PA, sono state illustrate dal Ministero dello Sviluppo Economico , con la circolare n. 89075 del 23 settembre 2016. Con una prima circolare ministeriale, la n. 94947 del 4 dicembre 2015, sono state chiarite le informazioni di dettaglio per l'attuazione degli interventi disciplinati dal decreto. Con la recente circolare n. 89075/2016, vengono, invece, fornite ulteriori indicazioni sulle procedure per la valutazione e la gestione delle proposte progettuali presentate al Dicastero. Si chiarisce, infatti, tutta la procedura da effettuare per la presentazione da parte dell’impresa della proposta progettuale per aprire la fase di negoziazione. Il MiSE, però, potrà sempre richiedere di modificare/integrare la proposta progettuale presentata. Verificata la disponibilità delle risorse necessarie, il Ministero trasmetterà copia della proposta alla Regione o alle Regioni interessate, per acquisire una manifestazione d'interesse rispetto alla proposta e alla volontà di cofinanziare i progetti di R&S. La proposta progettuale verrà, poi, inviata al gestore del Fondo per la crescita sostenibile (banca del Mezzogiorno-Mediocredito centrale) per acquisire una valutazione di natura tecnica. Il soggetto gestore, effettuate le opportune valutazioni,trasmetterà al MiSE, entro 15 giorni, una scheda sintetica di valutazione in base ad uno schema allegato alla circolare, esprimendo e motivando il proprio parere, sia positivo che negativo. In caso di valutazione negativa, il Ministero dovrà comunicare l'esito all'impresa, spiegando le motivazioni sottostanti. *****   3) Pensioni: le misure urgenti da inserire nella Legge di bilancio Saranno inseriti nella prossima Legge di bilancio gli interventi urgenti sulle pensioni pianificati e concordati ieri nell'incontro tra il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti e le organizzazioni sindacali. Il pacchetto di misure prevede lo stanziamento di 6 miliardi di euro in tre anni per far fronte ai redditi pensionistici più bassi, favorire l'equità sociale, la flessibilità in uscita ed eliminare gli ostacoli alla mobilità. Il verbale firmato dal Ministro e dalle parti sociali prevede una suddivisione degli interventi in due fasi. La prima fase include gli interventi da varare subito appena saranno definite le platee destinatarie dell'Ape agevolato e dei lavoratori precoci; la seconda fase, invece, riguarda interventi strutturali più complessi e che saranno valutati nei prossimi incontri con le parti sociali. Sul sito del Ministero del Lavoro sono riportate tutte le misure da approvare ed inserire nella prossima finanziaria riguardanti: - la riduzione delle imposte sulle persone fisiche per i redditi da pensione: si prevede l'aumento della detrazione d'imposta (riconosciuta fino a 55.000 euro) per tutti i pensionati con più di 74 anni al fine di uniformare la loro no tax area a quella dei lavoratori dipendenti (8.125 euro); - l'aumento dei trattamenti pensionistici di importo basso: si prevede un intervento sulla "quattordicesima mensilità" per aumentare gli importi corrisposti ed estendere la platea dei beneficiari di circa 1,2 milioni di pensionati; - il cumulo gratuito dei periodi contributivi: si consente di cumulare senza oneri tutti i contributi previdenziali non coincidenti maturati in gestioni pensionistiche diverse, ivi inclusi i periodi di riscatto della laurea, ai fini sia delle pensioni di vecchiaia sia di quelle anticipate; - lavoratori precoci: si prevede di eliminare le penalizzazioni sul trattamento pensionistico in caso di accesso al pensionamento anticipato prima dei 62 anni d'età e consentire l'accesso alla pensione con 41 anni di contributi per disoccupati senza ammortizzatori sociali, persone in condizioni di salute che determinano una disabilità e lavoratori occupati in alcune attività particolarmente gravose; - lavori usuranti: nuove e migliori condizioni di accesso al pensionamento per le lavoratrici e i lavoratori occupati in mansioni usuranti ai sensi del decreto legislativo 21 aprile 2011, n. 67; - l'Ape: le lavoratrici e i lavoratori con età anagrafica pari o superiore ai 63 anni e che maturano entro 3 anni e 7 mesi il diritto a una pensione di vecchiaia d'importo (certificato dall'INPS) non inferiore a un certo limite potranno accedere su base volontaria all'anticipo pensionistico (Ape). Particolari agevolazioni sono previste per i lavoratori in condizioni di maggior bisogno (Ape agevolato); - le uscite anticipate e la flessibilità della previdenza complementare – RITA Il Governo si impegna a realizzare un cambiamento normativo e fiscale della previdenza complementare per adeguare le prestazioni della previdenza complementare anche alle necessità della gestione flessibile dell'uscita dal mercato del lavoro. Il Governo si impegna anche a definire strumenti di incentivazione fiscale finalizzati ad agevolare l'utilizzo volontario del TFR accantonato presso l'impresa o di contributi aggiuntivi per accedere alle prestazione anticipate di previdenza complementare. Per il Ministro Poletti "l'aspetto più importante di questo accordo è che, per la prima volta, si tenta di dare risposte che tengono conto contemporaneamente delle esigenze dei giovani, dei pensionandi e dei pensionati: esattamente il contrario di quello che si è sempre fatto i passato. Con Ape e Ape social – ha spiegato il Ministro - abbiamo affermato, per la prima volta, che i lavori e le condizioni familiari non sono uguali". ******   4) Niente rimborso del surplus IVA alla società di distribuzione editoriale Alla società di distribuzione editoriale non spetta il rimborso dell’eccedenza IVA. E quanto emerge dalla risposta data a seguito dell’interrogazione n. 5-09618 del 29 settembre 2016, presso la Camera dei Deputati, Commissione Finanze. Dunque, alle società di distribuzione editoriale che operano in regime di IVA monofase non può applicarsi la procedura di rimborso IVA prevista dall'art. 30, comma 3, lettera a), del decreto IVA. La norma, infatti, subordina il diritto al rimborso dell'eccedenza IVA detraibile all'esercizio esclusivo o prevalente di attività che comportano comunque l'effettuazione di “operazioni soggette ad imposta”. Diversamente, le cessioni di prodotti editoriali successive alla prima (fra editore e primo cessionario) vanno classificate fra le operazioni non soggette. Il regime speciale IVA per il settore dell'editoria, disciplinato dall’art. 74, comma 1, lettera c), del decreto IVA, prevede l'assolvimento dell'imposta totale sul prezzo di copertina dei beni da parte dell'editore, cosicché i soggetti che intervengono successivamente nella commercializzazione del prodotto hanno il diritto a detrarre l'imposta sugli acquisti, ma non possono immediatamente compensarla con l'imposta sulle vendite, con la conseguenza che tali soggetti sono costantemente a credito. In deroga ai principi generali in materia di IVA, per il regime dell’editoria le operazioni non soggette all'imposta in virtù del comma 1, lettera c) sono equiparate per tutti gli effetti del presente decreto alle operazioni non imponibili di cui al terzo comma dell'articolo 2. Con la conseguenza che le cessioni di prodotti editoriali successive alla prima (tra editore e primo cessionario) “non sono considerate cessioni di beni” e devono quindi essere classificate fra le operazioni non soggette. Tale condizione impedisce l'applicabilità della procedura di rimborso IVA prevista dall’art. 30, comma 3, lettera a), del decreto IVA, che subordina il diritto al rimborso dell'eccedenza IVA detraibile all'esercizio esclusivo o prevalente di attività che comportano comunque l'effettuazione di “operazioni soggette ad imposta”. ******   5) Imposizione degli utili di società residenti nei paradisi fiscali Imposte sugli utili provenienti da società residenti nei paradisi fiscali: L’Agenzia delle entrate, con la circolare n. 35/E del 4 agosto 2016, ha fornito chiarimenti riguardo l’imposizione di tali utili provenienti da società residenti negli stati a regime fiscale privilegiato alla luce delle recenti modifiche normative introdotte dal c.d. decreto internazionalizzazione (D.Lgs. 147/2015) riguardanti. In base alla regola generale, gli utili percepiti dal 2016 e provenienti dagli Stati extra UE diversi da Islanda, Norvegia e Liechtenstein (Stati SEE), con un livello nominale di imposizione inferiore del 50% rispetto a quella italiana, se derivanti dalle tipologie di partecipazioni indicate nella tabella A, sono tassati integralmente. Sono previste delle eccezioni (si veda nella successiva tabella: Tassazione parziale) per le quali la tassazione è parziale (percipienti soggetti IRES: 5% degli utili; percipienti persone fisiche: 49,72%). In caso di utili maturati in anni precedenti e percepiti dal 2016, per la tassazione parziale occorre che il livello nominale di imposizione sia superiore al 50% sia nell’anno di percezione che negli anni di formazione degli stessi. Tassazione integrale - partecipazioni dirette (anche non di controllo) in società residente in uno Stato a regime fiscale privilegiato; – partecipazioni indirette in società residente in uno Stato a regime fiscale privilegiato, detenute per il tramite di società controllate intermedie estere residenti in uno Stato a regime fiscale ordinario (1). Le partecipazioni indirette non di controllo sono irrilevanti (e i dividendi relativi tassati parzialmente). (1) L’imponibilità integrale dei dividendi si ha, limitatamente a quelli provenienti da società residenti in uno Stato a regime fiscale privilegiato, quando il socio residente ha partecipazioni di controllo, anche di fatto, diretto o indiretto (art. 2359 c. 1 e 2 c.c.) in società estere residenti in uno Stato a regime fiscale ordinario che partecipano (anche in minoranza) in società residenti in uno Stato a regime fiscale privilegiato. Esempio Socio italiano detiene una partecipazione di controllo (65%) nella società A, localizzata in un Paese a fiscalità ordinaria, che a sua volta detiene una partecipazione di minoranza (12%) nella società X, residente in uno Stato o territorio a regime fiscale privilegiato. Tassazione parziale - utili percepiti in relazione a partecipazioni al capitale o patrimonio, a titoli e strumenti finanziari similari alle azioni, nel caso in cui la relativa remunerazione sia costituita totalmente dalla partecipazione ai risultati economici della società emittente e a condizione che nello Stato estero di residenza del soggetto emittente la remunerazione stessa sia totalmente indeducibile; – se è dimostrato, anche a seguito di interpello ordinario (facoltativo), che dalla partecipazione non si sia conseguito (per i soli soggetti IRES, sin dall’inizio del periodo di possesso) l’effetto di localizzare i redditi in paesi a regime fiscale privilegiato; ciò si verifica quando i redditi sono stati prodotti in misura non inferiore al 75% in Stati a regime fiscale non privilegiato. Se il socio residente applica la tassazione parziale degli utili senza aver presentato l’interpello suddetto o, avendolo presentato, non ha ricevuto risposta favorevole, la percezione di utili provenienti da società residenti in Stati a regime fiscale privilegiato va segnalata nella sua dichiarazione dei redditi (quadro RF di Unico). ******   6) Appartamenti acquisiti: quando sono vincolanti le clausole del regolamento condominiale Regolamento condominiale: Basta che sia menzionato nel contratto di acquisto dell’appartamento e allora è vincolante. Per conseguenza, negli appartamenti adibiti a studi professionali non è possibile esercitare l’attività di centri estetici. Le clausole del regolamento condominiale vanno rispettate. Difatti, la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 19212 del 28 settembre 2016, ha stabilito che le clausole del regolamento condominiale di natura contrattuale, che impongono limitazioni ai poteri ed alle facoltà spettanti ai condomini sulle parti di loro esclusiva proprietà, sono vincolanti per gli acquirenti dei singoli appartamenti, qualora, indipendentemente dalla loro trascrizione nell’atto di acquisto siano menzionate nel contratto (seppur non materialmente trascritte). In questo modo sono comunque considerate come riconosciute ed accettate e, quindi, la Corte suprema ha accolto il ricorso di due avvocati che, in qualità di condomini proprietari di due unità immobiliari adibite a studi legali, avevano chiamato in giudizio la proprietaria dell’appartamento limitrofo, nonché la società conduttrice dello stesso. Respinta, quindi, la tesi della Corte d’appello che riteneva necessaria la trascrizione del regolamento condominiale. Nel caso di specie, il regolamento condominiale dell’edificio prevedeva che i singoli appartamenti dovessero essere adibiti esclusivamente allo svolgimento di libere attività professionali, la signora aveva, invece, locato il suo appartamento ad una società che lo aveva destinato a centro estetico; attività che aveva comportato la diffusione di musica ad alto volume e l’utilizzo “in maniera smodata” delle strutture dell’edificio. Per cui i ricorrenti chiedevano venisse accertato la legittimità del cambio di destinazione d’uso e la condanna all’immediata cessazione delle attività predette. La Suprema Corte ha riconosciuto che nell’atto di acquisto dell’immobile poi adibito a centro estetico, vi fosse un riferimento, anche se generico, al regolamento condominiale comprensivo di obblighi e divieti per i condomini. E tanto è bastato per renderlo vincolante contro lo studio medico, anche in mancanza di trascrizione. ******   7) Enti non commerciali: la mancata presentazione del Modello EAS non comporta la perdita delle agevolazioni fiscali Enti non commerciali: la mancata presentazione del Modello EAS non comporta la perdita delle agevolazioni fiscali. Difatti, il termine fissato per la presentazione del citato modello non ha carattere perentorio. Lo ha precisato l’Agenzia delle entrate, a seguito dell’interrogazione parlamentare n. 5-09617 del 29 settembre 2016, con cui si chiedeva di valutare l’eliminazione dal modello EAS (necessario per la trasmissione, da parte degli enti non commerciali di natura associativa, dei dati e delle notizie rilevanti ai fini fiscali) e quindi delle informazioni già in possesso dell’Amministrazione finanziaria o di altre amministrazioni pubbliche. Viceversa, la risposta è stata quella che le informazioni in atto contenute nel modello EAS vanno mantenute: No a sconti e/o scorciatoie. Modello EAS Gli enti associativi possono fruire del regime agevolativo di non imponibilità dei corrispettivi, delle quote e dei contributi previsto dagli articoli 148 TUIR e 4, D.P.R. n. 633/1972 “a condizione” che siano in possesso dei requisiti previsti dalla normativa tributaria di settore e trasmettano all'Agenzia delle Entrate i dati e le notizie rilevanti ai fini fiscali mediante l'apposito modello EAS. La trasmissione del modello costituisce non un obbligo ma un onere a carico, in via generale, degli enti non commerciali di diritto privato di natura associativa che intendono fruire delle disposizioni di favore. Tale onere è previsto anche per gli enti associativi che non percepiscono contributi specifici, ma si limitano a riscuotere quote o contributi associativi. Il TUIR consente l’applicabilità del trattamento di favore di cui all’art. 148, commi 3, 5, 6 e 7, a condizione che le associazioni abbiano redatto l'atto costitutivo o lo statuto nella forma dell'atto pubblico o della scrittura privata autenticata o registrata. Tale condizione non riguarda gli enti associativi che non si avvalgono del regime agevolativo recato dai commi 3, 5, 6 e 7. Pertanto - sottolinea l’Agenzia delle Entrate - questi ultimi enti potrebbero non aver redatto lo statuto in forma di atto pubblico o di scrittura privata registrata. Inoltre, prosegue ancora l'Agenzia, sono già previste consentite forme semplificate di redazione del modello EAS per tutti gli enti i cui dati sono disponibili presso pubblici registri o amministrazioni pubbliche (ad esempio, associazioni e società sportive dilettantistiche riconosciute dal CONI, associazioni di promozione sociale, etc.). Ancora, le informazioni acquisite tramite il modello EAS - evidenzia l’Agenzia - costituiscono uno strumento rilevante ai fini dell'analisi del rischio volta a garantire che i regimi tributari diretti ad incentivare il fenomeno del libero associazionismo non costituiscano di fatto uno strumento per eludere il pagamento delle imposte dovute. Alla luce di tutte queste considerazioni, l’Agenzia delle Entrate ritiene opportuno che siano mantenute le informazioni attualmente richieste nel modello EAS. Decorrenza del termine di presentazione Il termine fissato per la presentazione del modello EAS non ha carattere perentorio. La presentazione oltre i termini fissati, dunque, non preclude definitivamente all’ente di avvalersi del regime agevolativo di non imponibilità dei corrispettivi, delle quote e dei contributi, ma esclude l'applicazione del regime di favore per le sole attività precedenti la data di presentazione del modello stesso. In tal caso, se ricorrono i requisiti qualificanti previsti dalla normativa tributaria, l'associazione può applicare il regime agevolativo alle operazioni compiute successivamente alla presentazione di detto modello, restandone escluse quelle compiute antecedentemente alla presentazione del modello EAS. Remissione in bonis In ogni caso, l'ente associativo che non abbia presentato il modello nei termini previsti può fruire fin dalla data di costituzione dei benefici fiscali ad essi riservati, se inoltra il modello entro il termine di presentazione della prima dichiarazione utile (ossia, la prima dichiarazione dei redditi il cui termine di presentazione scade successivamente al termine previsto per effettuare la comunicazione) e versando contestualmente una sanzione (pari a 250 euro). ******   8) Sanzioni per trasferte infedeli sul LUL Chiarimenti sulle sanzioni per infedele registrazione sul libro unico: L’INPS, con il messaggio n. 2682 del 16 giugno 2016, ha confermato quanto chiarito dalla Direzione Generale per l’Attività Ispettiva del Ministero del Lavoro e delle Politiche con nota prot. n. 11885 dello scorso 14 giugno 2016, in relazione al regime sanzionatorio applicabile in caso di "disconoscimento" della prestazione lavorativa effettuata in regime di trasferta, con particolare riferimento all’applicazione della sanzione di infedele registrazione sul LUL. Le sanzioni connesse a questa fattispecie sono state innovate dal D.Lgs. 151/2015: la norma stabilisce che - salvo i casi di errore meramente materiale - l’omessa o infedele registrazione sul Lul che determina differenti trattamenti retributivi, previdenziali o fiscali è punita con la sanzione amministrativa pecuniaria da 150 a 1.500 euro. Se la violazione si riferisce a più di cinque lavoratori ovvero a un periodo superiore a sei mesi la sanzione va da 500 a 3mila euro. Se la violazione si riferisce a più di dieci lavoratori ovvero a un periodo superiore a dodici mesi, l’importo della sanzione va da mille a 6mila euro. Annotazione infedele A tal fine, l’INPS ha ricordato che la condotta di infedele registrazione è integrata da scritturazione di "dati che abbiano riflesso immediato sugli aspetti legati alla retribuzione o al trattamento fiscale o previdenziale del rapporto di lavoro", per cui il concetto di infedele registrazione risulta riferito esclusivamente ai casi di difformità tra i dati registrati, il quantum della prestazione lavorativa resa o l’effettiva retribuzione o compenso corrisposti. In riferimento alla specifica tematica inerente la non conforme scritturazione/registrazione della voce "trasferta", è stato precisato che si può configurare la condotta di infedele registrazione tutte le volte in cui venga riscontrata, a seguito di accertamento ispettivo, una difformità tra la realtà "fattuale" e quanto registrato sul LUL e sempre che "l’erronea" scritturazione del suddetto dato abbia determinato una differente quantificazione dell’imponibile contributivo. Anche per l’INPS tale difformità si configura sicuramente nel caso in cui la trasferta non sia stata proprio effettuata o la relativa indennità occulti emolumenti dovuti ad altro titolo, con fine evidentemente elusivo. Infine, all’interno del sopra citato messaggio è stato altresì chiarito che, così come aveva fatto disposto il Ministero del Lavoro nella sua nota del 15 giugno 2016, qualora, invece, il personale ispettivo riscontri che sotto la voce trasferta siano state erogate somme per compensare le prestazioni lavorative rese dai trasfertisti, la difformità rilevata, oltre a determinare l’applicazione di un diverso regime previdenziale e fiscale, comporta la registrazione di un dato che non corrisponde sotto il profilo qualitativo alla causale o titolo che sta alla base delle erogazioni effettuate dal datore di lavoro. Tipologia di registrazione non veritiera La sanzione può trovare applicazione nei casi in cui la registrazione del dato risulti sostanzialmente non veritiera. Il Lavoro ha individuato due casistiche: - in ordine ai dati meramente quantitativi della registrazione stessa; ad esempio quando ci si trova di fronte ad una differente retribuzione di fatto erogata ovvero ad un differente orario di lavoro o a riposi effettivamente goduti; - con riferimento ai dati qualitativi non inerenti la qualificazione giuridica del rapporto di lavoro; vale a dire, la scritturazione sul LUL di una causale o titolo fondante l’erogazione economica che, però, non trova riscontro nella concreta esplicazione della prestazione. Inoltre, il presupposto comune perché si configuri questa condotta è che dalla medesima scaturiscano ricadute sotto il profilo retributivo, previdenziale o fiscale. Diverse modalità di trasferte L’indennità di trasferta è disciplinata dai contratti collettivi nazionali di lavoro o dagli accordi individuali, i quali possono prevedere una specifica indennità per il lavoratore in trasferta, oltre alla normale retribuzione. Si tratta di un compenso correlato, da un lato, alle spese sostenute per la missione, e dall’altro, alla necessità di compensare il disagio procurato al lavoratore, che va trattato dal punto di vista fiscale (articolo 51, del D.P.R. 917/1986) e contributivo a seconda del metodo utilizzato per effettuare i rimborsi al lavoratore. Sono tre le metodologie che possono essere applicate: 4 Rimborso analitico. Sono principalmente le spese di vitto e alloggio, quelli delle spese di viaggio (anche sotto forma di indennità chilometrica) e di trasporto, che non concorrono a formare il reddito. È, altresì, escluso da imposizione il rimborso di ulteriori altre spese, seppure non documentabili, purché analiticamente attestate dal dipendente in trasferta, fino ad un importo di 15,49 euro al giorno, elevato a 25,82 euro per le trasferte all’estero. Se in aggiunta al rimborso analitico viene corrisposta anche un’indennità, indipendentemente dall’importo, questa concorre interamente a formare il reddito di lavoro dipendente. Rimborso a forfait: Consiste nella corresponsione di una indennità forfetaria a copertura delle spese sostenute: in questa ipotesi, le indennità di trasferta sono escluse dall’imponibile fiscale - indipendentemente dalla durata della trasferta - fino all’importo di 46,48 euro al giorno, elevato a 77,47 per le trasferte all’estero. Concorrono, invece, all’assoggettamento a tassazione tutti i rimborsi di spesa, anche se analiticamente documentati, corrisposti in aggiunta all’indennità di trasferta. Rimborso misto: Prevede il rimborso analitico delle spese di vitto e alloggio da parte del datore di lavoro insieme all’erogazione dell’indennità di trasferta: in questa ipotesi, le franchigie di 46,48 e 77,47 euro sono ridotte rispettivamente di 1/3 (15,49 ovvero 25,82 euro per le trasferte all’estero) in caso di rimborso delle spese di alloggio o di vitto, nonché nei casi di alloggio o di vitto fornito gratuitamente; di 2/3 (30,99 ovvero 51,65 euro per le trasferte all’estero) in caso di rimborso sia delle spese di alloggio che di quelle di vitto o di vitto e alloggio forniti gratuitamente. Sanzioni L’art. 22 del D.Lgs. n. 151/2015 prevede che salvo i casi di errore meramente materiale l’omessa o l’infedele registrazione dei dati sul LUL che determina differenti trattamenti retributivi, previdenziali o fiscali è punita con la sanzione amministrativa pecuniaria: - da 150 a 1.500 euro, in caso di violazione fino a 5 lavoratori o per periodi fino a 6 mesi; - da 500 a 3.000 euro, in caso di violazione da 5 a 10 dipendenti o per un periodo da 6 mesi a 12 mesi; - da 1.000 a 6.000 euro, in caso di violazione relativa a più di 10 lavoratori dipendenti o per un periodo superiore a 12 mesi. ******   9) Ammesso l’arbitrato sulle delibere societarie Delibere societarie, sì all’arbitrato: Procedura ammessa in caso di violazione del termine di convocazione dell’assemblea. Via libera alla competenza arbitrale per le impugnazioni di delibere societarie quando non sono in gioco diritti indisponibili. Quando, cioè, non si discute di materie disciplinate da norme inderogabili. Lo ha stabilito la Corte d’appello di Napoli, con la sentenza n. 1352 del 2016. Nel 2012 l’assemblea di una Spa aveva nominato gli amministratori e i sindaci della società e stabilito il loro compenso. Alcuni soci avevano poi proposto domanda di arbitrato per ottenere la pronuncia di nullità della delibera per inosservanza del termine che, in base all’articolo 2366 del Codice civile, deve intercorrere tra la comunicazione della convocazione e il giorno dell’assemblea. Con lodo del 2013 l’arbitro aveva annullato la delibera. Così la Spa ha impugnato la decisione, sostenendo che la controversia non poteva essere oggetto di compromesso. Questo perché l’articolo 34 del Dlgs 5/2003 dispone che gli statuti delle società possano prevedere il ricorso agli arbitri solo per le liti che sono relative a diritti disponibili. Situazione che, secondo la Spa, non ricorreva nel caso in esame, dal momento che la regolare convocazione e la formazione della volontà assembleare sulla nomina degli amministratori riguardano il funzionamento e gli interessi della società interamente considerata. Nel merito la Spa ha quindi affermato, fra l’altro, che il vizio lamentato non giustificava l’annullamento della delibera. Dal canto loro, i soci hanno sostenuto che gli arbitri possono decidere anche le controversie sulle impugnazioni delle delibere assembleari; ciò dal momento che l’articolo 2379, comma 1, del Codice civile limita la nullità insanabile solo a determinati casi, mentre ammette per altre ipotesi la sanatoria delle delibere nulle non impugnate entro tre anni. Decisione Nel respingere il gravame, la Corte osserva che, prima dell’entrata in vigore del Dlgs 5/2003, la Cassazione riteneva che potessero formare oggetto di giudizio arbitrale le controversie relative a impugnazione di delibere societarie, purché non fossero in discussione interessi protetti da norme inderogabili. Dunque, il Dlgs 5/2003 – prosegue la motivazione – «non ha introdotto particolari innovazioni», essendosi limitato a stabilire, al comma 1 dell’articolo 34, che gli statuti possano prevedere «la devoluzione ad arbitri di alcune ovvero di tutte le controversie insorgenti tra i soci ovvero tra i soci e la società che abbiano ad oggetto diritti disponibili relativi al rapporto sociale». Il Dlgs 5/2003 ha, dunque, «riconosciuto – prosegue la motivazione – quanto già precedentemente affermato dalla giurisprudenza, ma non ha specificato quali sarebbero i diritti indisponibili che non possono formare oggetto di giudizio arbitrale». Competenza arbitrale La Corte afferma quindi che la giurisprudenza più recente ritiene sottratte all’arbitrato solo le «materie che siano soggette a disciplina inderogabile». E indice di questa inderogabilità «è certamente (ma non esclusivamente) la disciplina della patologia della delibera», nel senso che non è ammissibile il giudizio arbitrale per decidere su vizi che determinano nullità insanabili. Come quelle che riguardano le deliberazioni che «modificano l’oggetto sociale prevedendo attività illecite o impossibili» (comma 1, ultima parte, dell’articolo 2379 del Codice civile). Si può, invece, ricorrere all’arbitro per impugnare le delibere in cui si discuta di vizi che producono l’annullabilità o la nullità sanabile in base all’articolo 2379-bis del Codice civile. Nel caso esaminato, il giudizio arbitrale non toccava diritti indisponibili, giacché i vizi lamentati dai soci «comportano al più l’annullabilità». Anche il merito dell’impugnazione è ritenuto infondato. Così la Corte rigetta il gravame e condanna la Spa al pagamento delle spese processuali, dichiarando che ricorrono i presupposti per il versamento, a titolo di contributo unificato, dell’importo pari a quello dovuto per l’impugnazione stessa (articolo 13, comma 1-quater, Dpr 115/2002). ******   10) Assegnazione ai soci e riserve Più soluzioni per la gestione fiscale delle poste contabili che si formano dopo l’operazione I passaggi della circolare 37/E/2016 dedicati alla gestione delle plusvalenze o minusvalenze contabili – e del conseguente utilizzo di riserve di patrimonio netto – erano certamente uno dei temi più attesi tra i chiarimenti necessari in tema di assegnazione agevolata. Nella circolare vengono di fatto avallate tutte le tecniche contabili proposte per l’assegnazione: sia quella che assume i valori di libro dell’immobile annullando riserve di pari importo: sia quella che assume il valore effettivo di mercato (in genere superiore a quello di libro) facendo emergere una plusvalenza che viene iscritta a conto economico. Ciò che serve, secondo l’Agenzia, per poter usufruire dell’agevolazione, è che nel patrimonio netto esistano riserve di utile o di capitale di importo uguale a quello attribuito in sede di assegnazione. Questa affermazione determina tre considerazioni: innanzitutto, non va interpretata, come fanno alcuni, nel senso di dover per forza avere nel patrimonio netto un ammontare di riserve almeno pari al valore corrente dell’immobile, perché si parla di valore attribuito dai soci in sede di assegnazione, ed esso potrebbe benissimo essere il valore contabile “di libro”; in secondo luogo, suona strana l’enfasi assegnata solo al termine «riserve», senza considerare la possibilità di ridurre anche il capitale sociale (ipotesi più complessa, ma certo percorribile nei casi in cui il capitale residuo resti al di sopra del limite legale, e nel rispetto del termine per l’opposizione dei creditori); infine, questa affermazione non è condivisibile se verrà applicata dagli uffici in modo assoluto, poiché non si tiene conto che è certo possibile attribuire passività ai soci, oltre che riserve, in qualità di poste del passivo/netto da utilizzare in contropartita dell’annullamento dell’attivo dell’immobile. Tale ultima facoltà è lecita e si sostanzia in parte in una riserva attribuita ai soci (che verosimilmente produrrà dividendi tassabili) e in parte in un accollo di debito (come, peraltro, dice espressamente l’articolo 1, comma 118, della legge 208/2015). Distribuzione L’operazione di assegnazione può far emergere plusvalenze (sebbene non tutti concordino con la tesi espressa con il documento del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti del 14 marzo 2016), il cui trattamento fiscale era oggetto di numerosi dubbi L’Agenzia afferma che la plusvalenza derivante dalla differenza tra valore catastale/normale e valore di libro va sterilizzata tramite variazione diminutiva nel modello Unico e, in quanto iscritta a conto economico, concorre a formare il Rol ai fini della deduzione degli interessi passivi. Poi si aggiunge che essa, posta a riserva, se sarà distribuita in futuro da società di capitali, determinerà dividendi tassabili in capo ai soci. Sempre in merito alla gestione delle riserve vi è un ultimo passaggio della circolare 37/E che non pare del tutto condivisibile. L’argomento riguarda il trattamento delle riserve in sospensione d’imposta da affrancare con la sostitutiva del 13%. Il tema non riguarda la ricaduta dell’imposta sostitutiva sui soci, bensì l’esistenza di una supposta gerarchia nell’utilizzo, in base alla quale le società devono azzerare prima le riserve di utili, poi quelle di capitale e solo de residuo quelle in sospensione d’imposta. Si tratta di un percorso di cui non vi è traccia nella norma, e mentre da una parte si nega l’esistenza di qualunque priorità nella distribuzione (con riferimento all’articolo 47, comma 1, ultimo periodo del Tuir), dall’altra essa riemerge solo per le riserve in sospensione di imposta che, secondo l’Agenzia, andrebbero comunque distribuite dopo le riserve di capitale. Ma questo suggerimento è in netto contrasto con i principi civilistici sanciti dalla Cassazione (sentenza 12347/1999) e con le indicazione del documento Oic 28, che invece impongono di attribuire ai soci prima le riserve di utili (comprese quelle in sospensione d’imposta) e poi quelle di capitale (si veda l’articolo in basso). Se si afferma che dal punto di vista fiscale non vi sono ordini di priorità nella scelta delle riserve, risulta difficile reinserire poi tale ordine solo per quelle in sospensione d’imposta. Vincenzo D’Andò