IRAP e deduzione dei costi per il personale dipendente a tempo indeterminato – diario quotidiano del 28 settembre 2016

Pubblicato il 28 settembre 2016



1) Chiarimenti sulla deducibilità dei costi sostenuti in Paesi a fiscalità privilegiata
2) Chiarimenti anche in tema di consolidato nazionale
3) Evasione Iva: non bastano i soli dati bancari per incastrare l’imprenditore
4) In G.U. il decreto sulla nuova precompilata: entro il 31 ottobre si chiedono le “credenziali”
5) Credito d’imposta per il Sud: in arrivo nuove risorse
6) Al via l’attività dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro
7) Lavoro: certificazione dei contratti anche per i commercialisti
8) Lavoratori dello sport professionistico: chiarimenti dall’Inps
9) Patent box: la mancata registrazione del marchio deve essere tempestivamente segnalata
10) Deduzione dei costi per il personale dipendente a tempo indeterminato per l’IRAP: circolare di Assonime

diario-quotidiano-articoli-12Indice:

1) Chiarimenti sulla deducibilità dei costi sostenuti in Paesi a fiscalità privilegiata

2) Chiarimenti anche in tema di consolidato nazionale

3) Evasione Iva: non bastano i soli dati bancari per incastrare l’imprenditore

4) In G.U. il decreto sulla nuova precompilata: entro il 31 ottobre si chiedono le “credenziali”

5) Credito d’imposta per il Sud: in arrivo nuove risorse

6) Al via l’attività dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro

7) Lavoro: certificazione dei contratti anche per i commercialisti

8) Lavoratori dello sport professionistico: chiarimenti dall’Inps

9) Patent box: la mancata registrazione del marchio deve essere tempestivamente segnalata

10) Deduzione dei costi per il personale dipendente a tempo indeterminato per l’IRAP: circolare di Assonime

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1) Chiarimenti sulla deducibilità dei costi sostenuti in Paesi a fiscalità privilegiata

L’Agenzia delle entrate, con la circolare n. 39/E del 26 settembre 2016, ha spiegato le modifiche (alla disciplina sulla deducibilità dei costi sostenuti in Paesi a fiscalità privilegiata) introdotte dalle seguenti disposizioni normative.

Legge 23 dicembre 2014, n. 190 (cd. legge di stabilità 2015)

Con la disposizione contenuta nell’articolo 1, comma 678, della legge di stabilità 2015 sono stati modificati i criteri fissati per l’identificazione dei Paesi a fiscalità privilegiata (c.d. paradisi fiscali), rilevanti ai fini della redazione della lista contenuta nel D.m. 23 gennaio 2002, facendo esclusivo riferimento “alla mancanza di un adeguato scambio di informazioni”;

Decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 147 (c.d. decreto internazionalizzazione)

L’articolo 5, commi 1 e 4, del decreto internazionalizzazione, in attuazione del criterio direttivo stabilito dall’articolo 12, comma 1, lettera b) della delega fiscale di cui alla legge 11 marzo 2014, n. 231, ha modificato la disciplina applicabile ai costi black list, introducendo un diverso regime fiscale basato sul riconoscimento della deducibilità dei costi black list fino a concorrenza del relativo valore normale, della deducibilità dell’eventuale importo del costo black list eccedente il valore normale del bene o servizio acquistato, a condizione che sia dimostrato l’effettivo interesse economico, da parte del soggetto residente, a porre in essere l’operazione (c.d. seconda esimente) e, naturalmente, l’avvenuta esecuzione della operazione medesima;

Legge 28 dicembre 2015, n. 208 (c.d. legge di stabilità 2016)

Il comma 142 dell’articolo 1 della legge di stabilità 2016 ha abrogato i commi da 10 a 12-bis dell’articolo 110 TUIR, con la conseguente soppressione tout court del trattamento fiscale specifico riservato ai costi derivanti da transazioni commerciali intercorse con controparti estere localizzate in Paesi a fiscalità privilegiata.

Dall’analisi della recente evoluzione normativa che ha caratterizzato la disciplina dei costi black list emerge un deciso mutamento nell’approccio adottato dal legislatore fiscale.

Infatti, il regime sulle restrizioni piene alla deducibilità dei costi black list, che per lungo tempo ha governato le transazioni effettuate con fornitori localizzati in Paesi a fiscalità privilegiata, è stato sostituito - in una prima fase - da un regime basato su limitazioni parziali collegate ad un certo limite prestabilito (i.e. eccedenza rispetto al valore normale del bene o servizio acquistato), fino a giungere, con l’ultimo intervento normativo, ad ammettere i costi in esame alle regole ordinarie di deducibilità previste per la generalità dei componenti negativi di reddito.

Deducibilità dei costi per operazioni con Paesi a fiscalità privilegiata

Il comunicato n. 187 del 26 settembre 2016 sintetizza i contenuti della circolare delle Entrate su vecchie e nuove regole.

A partire dal 2016 la deducibilità dei costi dice addio al concetto di black list e le operazioni intercorse con Paesi a fiscalità privilegiata seguono i principi ordinari. In dettaglio, non esistono più l’obbligo della separata indicazione dei costi in dichiarazione e la relativa sanzione. Per gli anni d’imposta fino al 2014 e per il 2015 valgono discipline diverse in quanto il regime di deducibilità dei costi black list è stato riformato da diversi interventi normativi tra il 2015 e il 2016.

Le regole dal 2016

Dal periodo d’imposta successivo al 31 dicembre 2015 (quindi dall’anno d’imposta 2016 per i soggetti con periodo d’imposta corrispondente all’anno solare), colpo di spugna tout court sul regime speciale dei costi black list, che d’ora in poi vengono assoggettati agli ordinari requisiti di deducibilità previsti i componenti negativi di reddito.

La Legge di Stabilità 2016, infatti, ha abrogato la disciplina speciale dettata dall’articolo 110 commi 10 e 12-bis del Tuir, cancellando quindi l’obbligo della separata indicazione in dichiarazione, la conseguente sanzione in caso di inadempienza e gli elenchi tassativi degli Stati o territori a fiscalità privilegiata. Per quanto riguarda questi ultimi, in particolare, la circolare chiarisce che la lista contenuta nel decreto ministeriale del 23 gennaio 2002, pur non formalmente abrogata dalla legge di Stabilità, perde ogni valenza in quanto ormai superata dal principio generale di deducibilità ordinaria per i costi black list.

Il regime fiscale per il 2015

Tra le principali novità, spicca il passaggio da un regime di totale indeducibilità dei costi black list (salvo prova contraria) a un nuovo regime che prevede la deducibilità dei costi nei limiti del loro valore normale. Questa novità introdotta dal decreto internazionalizzazioni viaggia di pari passo, come per il passato, con il requisito di “concreta esecuzione delle operazioni”. La nuova norma prevede, inoltre, che le imprese che aderiscono al regime di adempimento collaborativo possono definire preventivamente insieme all’Agenzia delle Entrate i metodi di calcolo del valore normale delle operazioni. Per poter dedurre, invece, i costi eccedenti il valore normale al contribuente spetta l’onere della prova. Nel caso in cui il contribuente dimostri che le operazioni rispondono ad un effettivo interesse economico la deduzione spetta in misura piena. Resta anche per l’anno d’imposta 2015 l’obbligo di indicare separatamente in dichiarazione i costi black list, a prescindere che questi superino o meno il valore normale. La circolare fornisce inoltre indicazioni sulle modalità d’interpello e chiarimenti sui rapporti che intercorrono tra la disciplina black list e la Cfc rule.

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2) Chiarimenti anche in tema di consolidato nazionale

L’Agenzia delle entrate, con la circolare n. 40/E del 26 settembre 2016, analizza la disciplina del consolidato nazionale di cui agli articoli 117 e seguenti del Testo unico delle imposte sui redditi (Tuir), approvato con D.P.R. del 22 dicembre 1986, n. 917, le cui disposizioni di attuazione sono contenute nel Decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze del 9 giugno 2004 (nel seguito “decreto attuativo”).

Si compone di due parti:

- nella prima sono resi chiarimenti in merito alle modifiche apportate dal decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 147, recante misure per la crescita e l’internazionalizzazione delle imprese (di seguito “decreto internazionalizzazione”);

- nella seconda parte vengono forniti orientamenti interpretativi contenuti in risposta a specifiche istanze di interpello o di consulenza giuridica.

Anche in questo caso è seguita la sintesi fatta dall’Agenzia delle entrate, stavolta con il comunicato n. 188 del 26 settembre 2016.

La stabile organizzazione in Italia di un soggetto residente in un paese comunitario può svolgere il ruolo di consolidata a patto che eserciti un’attività d’impresa. È uno dei temi approfonditi nella circolare n. 40/E/2016, che fornisce chiarimenti sulle novità introdotte nel consolidato nazionale dal Decreto legislativo n. 147/2015 (internazionalizzazione delle imprese), sciogliendo inoltre alcuni dubbi sollevati dai contribuenti con istanze di interpello o richieste di consulenze giuridiche.

La stabile organizzazione e il consolidato nazionale

Attraverso schemi ed esempi, la circolare affronta i diversi casi in cui un soggetto non residente può partecipare al regime fiscale unico, sia in qualità di consolidante sia in qualità di consolidata, attraverso una propria stabile organizzazione. In particolare, viene chiarito che la stabile organizzazione assume naturalmente il ruolo di consolidante alla presenza di due requisiti: l’esercizio nel territorio dello Stato di un’attività d’impresa e la residenza della casa madre che intende consolidare le proprie controllate residenti in Italia in un Paese con cui è in vigore un accordo contro la doppia imposizione che preveda un adeguato scambio di informazioni. In questo caso, le partecipazioni delle controllate italiane possono anche non essere comprese nel patrimonio della stabile organizzazione, in linea con il “functionally separate entity approach”, introdotto dal decreto internazionalizzazione, per cui il reddito della stabile organizzazione va determinato in base ai suoi rischi, funzioni e asset.

Consolidato tra sorelle”, tutti i requisiti necessari

La circolare chiarisce inoltre alcuni aspetti operativi della disposizione introdotta dal decreto internazionalizzazione, che consente il consolidato nazionale anche tra società residenti controllate da una società estera priva di stabile organizzazione in Italia, purché residente in uno Stato UE o in Stati aderenti all’Accordo sullo Spazio economico europeo (SEE) con cui l’Italia abbia stipulato un accordo che assicuri un effettivo scambio di informazioni. In particolare, vengono precisati i requisiti richiesti dal regime sia per la controllante non italiana sia per le controllate italiane e si chiarisce che il consolidamento è ammesso anche nel caso in cui nella catena di controllo tra consolidante e consolidata siano presenti società residenti in Paesi non UE/SEE che siano collaborativi con l’Italia.

I consolidati già in corso e i casi particolari

Soluzioni nero su bianco anche per l’innesto delle nuove disposizioni all’interno dei consolidati già esistenti e per la verifica della sussistenza del “controllo rilevante” in casi speciali, come in presenza di un vincolo di pegno sulla partecipazione nella consolidata, nelle situazioni in cui la partecipazione sia stata sottoposta a sequestro o, ancora, in caso di operazioni straordinarie. Vengono infine fornite le modalità operative per l’ammissione in qualità di consolidate delle società neoacquisite, stabilendo che l’entrata nella tassazione di gruppo si considera avvenuta sin dall’esercizio in cui la consolidante ne acquisisce il controllo.

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3) Evasione Iva: non bastano i soli dati bancari per incastrare l’imprenditore

I dati bancari, da soli, non possono mettere in croce l’imprenditore accusato di avere evaso l’Iva. Servono, invece, altri riscontri più concreti. Inoltre, la soglia di punibilità và calcolata al netto dei soli costi detraibili.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 39789 del 26 settembre 2016.

In questi casi spetta esclusivamente al giudice penale il compito di accertare e determinare l'ammontare dell'imposta evasa, attraverso una verifica che può venire a sovrapporsi o anche entrare in contraddizione con quella eventualmente effettuata dinanzi al giudice tributario. E, ciò che più conta, ai fini della configurabilità del reato di omessa dichiarazione Irpef o Iva, il giudice, nel determinare l'ammontare dell'imposta evasa, sulla base della contrapposizione tra ricavi e costi di esercizio detraibili, può fare ricorso alle risultanze delle indagini bancarie svolte nella fase dell'accertamento tributario, a condizione che proceda ad autonoma verifica di tali dati indiziari unitamente a elementi di riscontro, eventualmente acquisiti anche «aliunde», che diano certezza dell'esistenza della condotta criminosa, privilegiando il dato fattuale reale rispetto a quello di natura meramente formale che caratterizza l'ordinamento fiscale.

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4) In G.U. il decreto sulla nuova precompilata: entro il 31 ottobre si chiedono le “credenziali”

Sono ora ufficiali le nuove regole con l’avvenuta pubblicazione, sulla Gazzetta Ufficiale n. 225 del 26 settembre 2016, del Decreto 16 settembre 2016 recante le “Specifiche tecniche e modalità operative della trasmissione telematica al Sistema tessera sanitaria dei dati relativi alle spese sanitarie e alle spese veterinarie, ai fini dell’elaborazione della dichiarazione dei redditi precompilata da parte dell’Agenzia delle entrate”.

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5) Credito d’imposta per il Sud: in arrivo nuove risorse

Nuove risorse in arrivo per il Programma Operativo Nazionale «Imprese e competitività» 2014-2020 FERS che prevede un credito d'imposta per l'acquisto di beni strumentali nuovi destinati a strutture produttive ubicate nel Mezzogiorno. E' stato, infatti, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 225 del 26 settembre 2016 il decreto del Ministero dello Sviluppo Economico 29 luglio 2016 che destina complessivamente 163 milioni di euro al Sud: nello specifico 123 milioni di euro per le regioni meno sviluppate (Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia) e 40 milioni di euro per le regioni in transizione (Abruzzo, Molise e Sardegna).

Le risorse sono utilizzate a favore delle Pmi autorizzate dall'Agenzia delle Entrate con il provvedimento del 24 marzo 2016 a fruire del credito d'imposta per progetti di investimento riguardanti l'acquisizione di beni strumentali nuovi per un ammontare lordo complessivo delle spese maggiore o uguale a 500 mila euro e per tutte le attività economiche ad esclusione di agricoltura, silvicoltura e pesca.

Il termine per la fruizione del credito d'imposta e per la relativa compensazione con il modello F24 è fissato al 31 dicembre 2023. Le imprese interessate devono presentare annualmente al MISE la dichiarazione delle spese effettivamente sostenute, allegando la documentazione di spesa e l'eventuale ulteriore documentazione che attesti la coerenza del progetto di investimento con gli ambiti applicativi della Strategia nazionale di specializzazione intelligente.

(Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro, nota del 27 settembre 2016)

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6) Al via l’attività dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro

La Direzione Generale per l’Attività Ispettiva del Ministero del Lavoro ha emanato la circolare n. 29 del 26 settembre 2016 con la quale comunica l’inizio delle attività dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro, così come previsto nella convenzione sottoscritta il 14 settembre tra lo stesso Ispettorato del Lavoro ed il Ministero del Lavoro.

La convenzione, in attesa che vengano definiti gli ultimi provvedimenti che daranno piena autonomia all’Agenzia, consentirà all’Ispettorato di avvalersi delle strutture del Ministero per emanare le prime indicazioni volte ad uniformare tutta l’attività ispettiva esercitata dal personale ispettivo di provenienza ministeriale, INPS e INAIL.

In questa fase, l’Ispettorato si avvarrà, prevalentemente, della Direzione Generale per l’Attività Ispettiva del Ministero del lavoro, alla quale restano comunque affidati gli ulteriori compiti concernenti, fra l’altro, il cosiddetto diritto di interpello.

Il 15 settembre si sono inoltre insediati il Consiglio di Amministrazione dell’Ispettorato – composto dal Dott. Ugo Menziani (Presidente) e dal Dott. Romolo De Camillis in rappresentanza del Ministero del Lavoro, dal Dott. Flavio Marica in rappresentanza dell’INPS e dal Dott. Agatino Cariola, in rappresentanza dell’INAIL- e il Collegio dei Revisori, che hanno iniziato a lavorare sui provvedimenti di competenza.

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7) Lavoro: certificazione dei contratti anche per i commercialisti

Siglata una convenzione tra il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili e l'Università di Tor Vergata.

Anche i commercialisti potranno certificare i contratti delle aziende da loro assistite. E’ questo il frutto della convenzione stipulata dal presidente del Consiglio nazionale della categoria, Gerardo Longobardi e dal prorettore dell’Università di Tor Vergata, Claudio Franchini. L’ateneo romano rientra tra i soggetti abilitati alla certificazione dei contratti di lavoro.

Il D.lgs. 10 settembre 2003 n. 276 indica, tra gli organi abilitati a questo tipo di certificazioni le commissioni istituite proprio presso le Università pubbliche e private, comprese le Fondazioni universitarie, registrate in un apposito albo istituito presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Lungo l’elenco delle certificazioni previste nella convenzione: si va da quella dei contratti di lavoro e di appalto di cui agli artt. 75 e ss. del decreto legislativo n. 276/2003 a quella della conciliazione ai sensi e per gli effetti dell’art. 80, comma quarto, d.lgs. n. 276/2003; dalla certificazione del contenuto del regolamento interno delle cooperative in relazione alle tipologie di rapporti di lavoro con i soci (art.83) a quella dei contratti di appalto anche ai fini della distinzione concreta tra somministrazione di lavoro e appalto ai sensi delle disposizioni dello stesso d.lgs 276/2003 (art. 84); dalla certificazione dell’esperimento del tentativo di conciliazione ex art. 410 c.p.c. alla certificazione delle clausole compromissorie; dalla certificazione dei lodi delle camere arbitrali a quella della volontà delle parti espressa in sede di certificazione in relazione alle clausole dei contratti di lavoro e alle tipizzazioni delle cause di licenziamento fino alla certificazione accordi individuali di mutamento delle mansioni, della categoria legale e del livello di inquadramento ex art. 3, comma 6, d.lgs 81/2015 e all’attività di consulenza legata alla attività di certificazione.

Per quest’ultima la tariffa sarà di 200 euro più Iva. Per tutte le altre certificazioni, invece, la tariffa prevista dalla convenzione da applicare agli iscritti all’albo dei commercialisti è di 100 euro più Iva, con condizioni, dunque, di particolare favore.

La sottoscrizione della convenzione è avvenuta nel corso del terzo convegno nazionale della categoria dedicato alle tematiche del lavoro, svoltosi nei giorni scorsi a Roma alla presenza, tra gli altri, del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, del presidente dell’Inps, Tito Boeri, del Direttore dell'Agenzia Unica per le Ispezioni, Paolo Pennesi e del presidente dell’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (ANPAL), Maurizio del Conte. In quella circostanza il Consiglio nazionale aveva chiesto la valorizzazione del ruolo dei commercialisti nelle politiche attive per il lavoro messe in campo dall’esecutivo, prevedendo la loro partecipazione alla rete dei servizi per il lavoro attraverso un partenariato con l'Agenzia Nazionale. “Il nostro giudizio sull'istituzione della Agenzia Nazionale unica per le politiche attive del lavoro”, è la posizione espressa da Longobardi, “è ampiamente positivo”. I commercialisti apprezzano dunque il lavoro con il quale si intende portare a compimento la rete dei servizi per il lavoro, allo scopo di rendere efficaci ed efficienti le misure di politica attiva nonché il controllo di quelle passive, ma sottolineano come “sebbene la legge delega avesse previsto l'allargamento della platea dei soggetti accreditati e la revisione dei criteri di accreditamento, con la previsione dell'art. 12 del D.Lgs. n. 150/2015, il richiamo alla "coerenza dei criteri di cui al D.Lgs. n. 276/2003" sembra lasciare fuori i Commercialisti dal sistema dei soggetti intermediari accreditati per legge”. Un’esclusione giudicata dal vertice della categoria “incomprensibile”. “E’ innegabile”, ha spiegato Longobardi, “il ruolo centrale delle nostra professione nel mercato del lavoro. Siamo determinanti per la realizzazione di una completa sinergia tra pubblico e privato. Per il tessuto delle piccole e piccolissime imprese del nostro Paese siamo da sempre insostituibile punto di riferimento. Dei nostri 117.000 iscritti, ben 21mila sono specialisti in area lavoro. Crediamo sia un errore strategico rinunciare a questo contributo di competenze nel grande sforzo che andrà messo in campo per un reale incrocio domanda/offerta, principale leva su cui impostare la lotta alla disoccupazione nel nostro Paese”.

Un mercato del lavoro concorrenziale”, afferma Vito Jacono, consigliere nazionale dei commercialisti delegato alle tematiche del lavoro, “è efficiente se c'è adeguata informazione tra le imprese che cercano una specifica figura professionale su tutti i profili disponibili (domanda di lavoro) e i cittadini che sono in possesso di quelle determinate competenze e abilità (offerta di lavoro). Il momento storico che stiamo attraversando rappresenta una sfida per tutti gli operatori del mercato del lavoro, e la sinergia con i commercialisti garantirebbe una opportunità non solo per il lavoro subordinato, ma anche per quello autonomo, un altro segmento importante sul quale puntare per il rilancio della occupazione”.

(CNDCEC, comunicato del 27 settembre 2016)

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8) Lavoratori dello sport professionistico: chiarimenti dall’Inps

A seguito dell’integrazione nel sistema Uniemens delle dichiarazioni contributive afferenti ai soggetti iscritti al FPSP in sezione <PosContributiva> sono stati emanati la circolare n. 154/2014, ed i messaggi n.5327/2015, e n.1593/2016.

Si è rilevato che alcune imprese, classificate con C.S.C. 1.18.08 aventi alle proprie dipendenze lavoratori sportivi professionisti, che abbiano superato il secondo massimale (inteso, per gli sportivi professionisti con anzianità contributiva in una gestione pensionistica obbligatoria al 31.12.1995, identificati dal TipoLavoratore “SZ”, come imponibile del mese eccedente il massimale retributivo giornaliero di cui all’art. 1, comma 3, secondo periodo, del D.Lgs. n. 166/1997; per gli sportivi professionisti privi di anzianità contributiva in una gestione pensionistica obbligatoria al 31.12.1995, identificati dal TipoLavoratore “ST”, l’imponibile del mese eccedente il massimale retributivo annuo di cui all’art. 1, comma 5 del D.Lgs. n. 166/1997), dal mese di gennaio 2015 ad oggi, hanno inviato i flussi Uniemens individuali, relativi a detti lavoratori valorizzando solo i giorni retribuiti e omettendo la valorizzazione dell’imponibile relativo all’elemento <ImpEccMass2Sport> di <EccMassSport>.

Tale comportamento, non ha permesso l’adeguamento delle posizioni assicurative.

Si fa presente che l’esposizione del dato sopra richiamato è necessario ai fini della corretta implementazione del conto individuale del lavoratore.

Per sanare l’irregolarità, le aziende interessate, dovranno trasmettere per i periodi sopra indicati flussi di variazione, inserendo l’imponibile all’interno dell’elemento <ImpEccMass2Sport> e 0 (zero) nell’elemento <ContrEccMass2Sport>.

(Inps, messaggio n. 3858 del 26 settembre 2016)

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9) Patent box: la mancata registrazione del marchio deve essere tempestivamente segnalata

Patent box: Per potere fruire dell’agevolazione va bene la documentazione e le ricevute di presentazione del deposito della domanda di registrazione del marchio presso gli uffici competenti.

Tuttavia, la presenza di un procedimento di opposizione in corso di svolgimento, potrebbe inficiare la registrazione del marchio in caso di diniego di registrazione da parte dell’autorità competente, con conseguenze sull’istituto agevolativo del Patent Box.

Dunque, la mancata registrazione del marchio deve essere tempestivamente segnalata.

Lo ha precisato l’Agenzia delle entrate, con la risoluzione n. 81/E del 27 settembre 2016, emanata a seguito di una istanza di interpello posta sulla disciplina del patent box.

L’Agenzia ricorda che l’articolo 1, commi da 37 a 45, della legge 23 dicembre 2014, n. 190 (c.d. “legge di stabilità 2015”) prevede un regime opzionale di tassazione agevolata (c.d. “Patent Box”) per i redditi derivanti dall’utilizzo di “software protetto da copyright, da brevetti industriali, da marchi d’impresa, da disegni e modelli, nonché da processi, formule e informazioni relativi ad esperienze acquisite nel campo industriale, commerciale o scientifico giuridicamente tutelabili” con lo scopo di incentivare gli investimenti in attività di ricerca e sviluppo.

Il legislatore, in sostanza, ha previsto, per tutti i soggetti titolari di reddito d’impresa, inclusi i soggetti non residenti con stabile organizzazione nel territorio dello Stato, a condizione che siano residenti in Paesi con i quali è in vigore un accordo per evitare la doppia imposizione e con i quali lo scambio è effettivo, la parziale detassazione dei proventi derivanti dallo sfruttamento dei sopra citati beni immateriali, sul modello di altri Stati europei e in coerenza con standard internazionali condivisi.

Ai sensi dell’articolo 1, comma 41, della legge 23 dicembre 2014, n. 190 “Le disposizioni dei commi da 37 a 40 si applicano a condizione che i soggetti che esercitano l’opzione di cui al comma 37 svolgano le attività di ricerca e sviluppo, anche mediante contratti di ricerca stipulati con società diverse da quelle che direttamente o indirettamente controllano l’impresa, ne sono controllate o sono controllate dalla stessa società che controlla l’impresa ovvero con università o enti di ricerca e organismi equiparati, finalizzate alla produzione dei beni di cui al comma 39”.

Le disposizioni attuative della disciplina concernente tale regime opzionale sono state emanate con decreto del Ministro dello Sviluppo Economico, di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze, del 30 luglio 2015, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 244 del 20 ottobre 2015 (“decreto Patent Box”).

L’articolo 6, comma 1, del citato decreto definisce ed elenca i beni immateriali che consentono alle imprese di accedere al regime opzionale di tassazione agevolata. Tra questi, al romanino (iii) della citata norma sono elencati i “marchi d’impresa, ivi inclusi i marchi collettivi, siano essi registrati o in corso di registrazione”.

La circolare n. 11/E del 7 aprile 2016 ha inoltre chiarito che per marchi di impresa, siano essi registrati o in corso di registrazione, si intendono i marchi registrati dai competenti Uffici per la proprietà industriale, variamente denominati. In particolare, per marchi “in corso di registrazione” si intendono le domande di registrazione di marchio depositate presso gli Uffici competenti.

La prova dell’avvenuto deposito della domanda è fornita mediante la produzione di una ricevuta rilasciata dall’Ufficio competente. Nel caso di avvenuta registrazione la prova è costituita dal relativo attestato di primo deposito ovvero dall’ultimo attestato di rinnovo rilasciato dall’Ufficio competente. Devono essere forniti i riferimenti delle eventuali banche dati da cui è possibile desumere le predette informazioni o estrarre i relativi documenti.

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10) Deduzione dei costi per il personale dipendente a tempo indeterminato per l’IRAP: circolare di Assonime

Assonime, con la circolare n. 23 del 26 settembre 2016, incentrata sulle questioni applicative modelli di dichiarazione IRAP 2016 e UNICO 2016-SC (la deduzione dei costi per il personale dipendente a tempo indeterminato per l’IRAP, l’obbligo di segnalazione per le partecipazioni CFC), ne analizza i casi segnalati dalle aziende associate riguardanti la deduzione dalla base imponibile dell’IRAP dei costi per il personale dipendente a tempo indeterminato e l’obbligo di segnalazione nel modello di dichiarazione delle partecipazioni di controllo in società residenti in Paesi a fiscalità privilegiata ai sensi dell’art. 167 del TUIR.

Dunque, in vista della scadenza del 30 settembre 2016, per la presentazione delle dichiarazioni dei redditi, la circolare n. 23/2016, di Assonime affronta alcune problematiche rilevate in sede di compilazione della dichiarazione IRAP 2016 e del modello UNICO SC 2016.

Per quanto concerne l’IRAP, si tratta, in particolare, dei seguenti temi:

- il coordinamento fra la nuova deduzione, di tipo analitico, e le deduzioni fisse applicabili in base alla normativa precedente, e tuttora operanti;

- l’applicabilità della nuova deduzione per alcune tipologie di costi inerenti la risoluzione del rapporto di lavoro, quali, ad esempio, quelli stanziati a fronte di controversie con i dipendenti, oppure relativi ad erogazioni spettanti al personale dipendente dopo la cessazione del rapporto di lavoro (incentivi all’esodo, ecc.); c) i criteri di deduzione applicabili ai costi relativi al trattamento di fine rapporto da parte dei soggetti IAS-adopter.

In merito alla seconda questione, invece, Assonime segnala le difficoltà che l’onere dichiarativo in esame comporta per le imprese e indichiamo il comportamento che, a nostro parere, è opportuno adottare.

IRAP 2016

Nella dichiarazione IRAP 2016 ha trovato posto la deduzione analitica del costo del personale assunto con contratto a tempo indeterminato, prevista dalla legge di Stabilità per il 2015.

Tale deduzione, afferma Assonime, non sostituisce quelle forfettarie già previste dall’art. 11, D.Lgs. n. 446/1997, ma si aggiunge ad esse e ciò trova conferma anche nelle istruzioni alla dichiarazione, ove è contenuto l’elenco delle deduzioni previste dall’art. 11, indicando come ultima voce la “deduzione del costo residuo per il personale dipendente”.

Tale precisazione, secondo Assonime, non sembra poter comportare restrizioni alla deduzione qualora il contribuente non indichi in modo esatto l’ammontare delle deduzioni fisse e di conseguenza risulti inesatto per eccesso. Quello che appare rilevante è che l’ammontare complessivo della deduzione non ecceda l’ammontare dei costi per il personale effettivamente sostenuto.

Riguardo, infine, alla sanzionabilità di tali comportamenti, Assonime ritiene che gli stessi si qualifichino come violazioni meramente formali in quanto non arrecano pregiudizio all’esercizio delle azioni di controllo e non incidono sulla determinazione della base imponibile, dell’imposta o sul versamento della stessa.

UNICO SC 2016

Il decreto Internalizzazione ha previsto che i soggetti che detengono partecipazioni di controllo in imprese localizzate in Paesi black list e non hanno presentato istanza di interpello per disapplicare la disciplina CFC di cui all’art. 167 TUIR (oppure, pur avendola presentata, hanno avuto una risposta negativa), sono tenuti a compilare il quadro FC del modello UNICO SC 2016.

Altresì, in caso di detenzione di partecipazioni che in via di principio ricadono nell’ambito applicativo della c.d. disciplina CFC di black list di cui all’art. 167, commi 1, 4, 5, e 5-bis TUIR, i contribuenti devono specificare in virtù di quale esimente ritengono di non dover soggiacere a tale disciplina.

Qualora, invece, si tratti di partecipazioni che ricadono nel regime CFC di carattere generale di cui all’art. 167, comma 8-bis, TUIR occorre barrare la casella denominata “art. 167, comma 8-bis”; in questa ipotesi, infatti, è chiaro che barrando la casella si intende testimoniare che la disciplina in parola non si ritiene applicabile in virtù dell’unica esimente prevista in questo caso ex art. 167, comma 8-ter, TUIR e, cioè, quella della connotazione non artificiosa della entity estera.

Una particolare semplificazione consiste nel fatto che in questi casi deve essere indicato l’utile o la perdita dell’esercizio del soggetto estero così come risultante dal bilancio, senza dunque dover rideterminare tale valore in base alle regole fiscali applicabili ai titolari di reddito di impresa.

Assonime evidenzia come sia apprezzabile tale soluzione, sebbene la stessa non risolva tutte le questioni applicative

Molte associate, infatti, hanno messo in evidenza che l’individuazione delle partecipazioni che integrano in via di principio la disciplina CFC di carattere generale è onerosa.

Pertanto, Assonime ha invitato le sue associate ad individuare, nei limiti del possibile, la sussistenza delle condizioni di operatività della disciplina CFC optando comunque, nei casi dubbi, per la segnalazione in dichiarazione anche di quelle partecipazioni per le quali l’esistenza dei relativi presupposti applicativi non appaia del tutto certa.

Vincenzo D’Andò