Diario quotidiano del 29 settembre 2016: società di comodo e richiesta di rimborso IVA

Pubblicato il 29 settembre 2016



1) Società di comodo: richiesta di rimborso Iva
2) Contenzioso tributario: condanna alle spese nella fase cautelare
3) L’accesso domiciliare rende nulli gli atti fiscali conseguenti
4) Il ricorso è inammissibile solo se non si ottempera all’ordine del giudice di munirsi di assistenza tecnica
5) Statuto del contribuente: verifiche fiscali sempre legittime se eseguite nei confronti del socio
6) Sistema Informativo Nazionale Prevenzione lavoro: definito il regolamento
7) Nota di aggiornamento al DEF: possibili contenuti della nuova legge di Bilancio
8) Anatocismo bancario dal 1 ottobre 2016
9) L’interpello alle Entrate non garantisce l’esonero dall’Irap per il medico convenzionato
10) Le somme rimborsate dal datore di lavoro per il servizio di Car Sharing non sono tassabili: questo vale anche per le trasferte all’interno dello stesso comune
recesso-immagineIndice: 1) Società di comodo: richiesta di rimborso Iva 2) Contenzioso tributario: condanna alle spese nella fase cautelare 3) L’accesso domiciliare rende nulli gli atti fiscali conseguenti 4) Il ricorso è inammissibile solo se non si ottempera all’ordine del giudice di munirsi di assistenza tecnica 5) Statuto del contribuente: verifiche fiscali sempre legittime se eseguite nei confronti del socio 6) Sistema Informativo Nazionale Prevenzione lavoro: definito il regolamento 7) Nota di aggiornamento al DEF: possibili contenuti della nuova legge di Bilancio 8) Anatocismo bancario dal 1' ottobre 2016 9) L’interpello alle Entrate non garantisce l’esonero dall’Irap per il medico convenzionato 10) Le somme rimborsate dal datore di lavoro per il servizio di Car Sharing non sono tassabili: questo vale anche per le trasferte all’interno dello stesso comune ****

1) Società di comodo: richiesta di rimborso Iva

L’art. 38-bis del D.P.R. n. 633/1972 regola la disciplina dell’esecuzione dei rimborsi Iva anche in relazione alle novità introdotte in materia di istanze di interpello, contenzioso tributario e sanzioni.

Proprio l’Agenzia delle entrate, con la recente circolare n. 33/E/2016, ha esaminato il caso della richiesta di rimborso presentata dalla società di comodo, nonché l’obbligo di prestazione della garanzia per i soggetti in liquidazione e quelli raggiunti da un avviso di accertamento o rettifica nel biennio precedente. L’Amministrazione Finanziaria ha, inoltre, affrontato la fattispecie della sospensione del rimborso, con peculiare riguardo alle comunicazioni di irregolarità, ai pagamenti rateizzati in base agli istituti definitori e agli avvisi di liquidazione delle dichiarazioni di successione, ed ai versamenti dilazionati a seguito di cartelle di pagamento.

Comunicazione di irregolarità

In particolare, viene chiarito che se il contribuente riceve una comunicazione di irregolarità e non sono ancora passati 30 giorni oppure nel caso in cui vi sia un piano di rateazione che viene regolarmente pagato per un accertamento con adesione, un’acquiescenza, una conciliazione giudiziale o un reclamo/mediazione, queste circostanze non rappresentano carichi pendenti ai fini della sospensione dei rimborsi IVA.

Se, invece, l’omesso o il ritardato pagamento delle rate comporta la decadenza dal beneficio della rateazione il rimborso viene sospeso.

Non si considerano, inoltre, carichi pendenti:

- le somme riammesse al piano di rateazione;

- le rate di una cartella di pagamento non ancora versate.

Garanzia richiesta per i rimborsi

L’Agenzia ha poi precisato che, per semplificare l’erogazione dei rimborsi IVA, è stato eliminato l’obbligo generalizzato di prestazione della garanzia, che ricorre, solo per i rimborsi superiori a 15.000 euro e per i contribuenti considerati più “a rischio”, cioè quelli che, nei due anni precedenti la richiesta di rimborso, hanno ricevuto avvisi di accertamento o di rettifica con significativi scostamenti tra quanto accertato e quanto dichiarato.

A tal fimene, l’integrale soddisfacimento della pretesa erariale nei termini di legge da parte del soggetto passivo - il quale non abbia reso necessaria alcuna ulteriore attività di riscossione da parte dell’Amministrazione ed abbia spontaneamente versato quanto richiesto - è idonea, comunque, a rimuovere gli effetti pregiudizievoli della notifica dell’atto impositivo nei due anni precedenti la richiesta, ai fini dell’erogazione del rimborso IVA senza prestazione della garanzia.

Sanzioni

Infine, in relazione agli aspetti sanzionatori (D.Lgs. n. 158/2015), nel caso della richiesta di rimborso Iva formulata in presenza della sola dichiarazione sostitutiva, o dell’attestazione in dichiarazione dei redditi di trovarsi nelle “oggettive situazioni” autovalutate, laddove sia successivamente accertata dall’Agenzia delle Entrate l’assenza delle condizioni di cui all’art. 30, co. 4-bis, L. 724/1994 – e, quindi, la non spettanza del rimborso del credito Iva – il contribuente è sanzionabile, a norma dell’art. 5, co. 4, D.Lgs. 471/1997, dal 90% al 180% della differenza di credito utilizzato o rimborsato.

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2) Contenzioso tributario: condanna alle spese nella fase cautelare

Dubbi di costituzionalità sulla previsione della condanna alle spese nella fase cautelare.

La CTP di Treviso, con l'ordinanza 15 gennaio 2016 n. 21, ha rimesso al vaglio della Corte Costituzionale l'art. 15 del D.Lgs 546/92, come modificato dal D.Lgs n.156/2015, rilevando un eccesso di delega in relazione alla previsione della condanna alle spese nella fase cautelare, in quanto la legge delega 14 marzo 2014 n. 23 all'art. 10, lett. b), n.11 sulle spese di giudizio nel processo tributario, nulla prevederebbe sul punto.

A sostegno del dubbio di legittimità costituzionale della predetta disposizione di legge, il collegio rimettente ha, inoltre, sottolineato che la non impugnabilità dell'ordinanza cautelare, neppure per ciò che riguarda le spese, rappresenti un palese contrasto con il principio del rafforzamento della tutela giurisdizionale del contribuente, posto tra gli obiettivi fondamentali della legge delega 14 marzo 2014 n. 23.

ORDINANZA AI SENSI DELL'ART. 23 LEGGE N. 87 /1953

La Commissione Tributaria Provinciale di Treviso, sez. IV, composta da: (Omissis)

All'udienza del 12 gennaio 2016 questa commissione decideva sulla istanza di sospensione riservandosi di provvedere sulle spese della fase cautelare, provvedimento previsto dall'art. 15, II comma quater D.L.vo n. 546/92 come recentemente modificato dal D.L.vo n. 156/2015.

La riserva veniva assunta perche' questa commissione dubita della legittimita' costituzionale dell'art. 15, II comma quater citato, come modificato dal D.L.vo n. 546/92, per violazione dell'art. 76 Cost.

In particolare, ritiene che la disposizione normativa che estende la condanna alle spese anche alla fase cautelare sia viziata dall'eccesso di delega.

La legge delega 11 marzo 2014 n. 23 all'art. 10 stabilisce i principi e criteri direttivi ai quali deve attenersi il Governo nel legiferare in materia di revisione del contenzioso tributario.

Per quanto riguarda, in particolare, le spese del giudizio, l'art. 10, lett. b), n. 11 testualmente prevede "l'individuazione di criteri di maggior rigore nell'applicazione del principio della soccombenza ai fine del carico delle spese del giudizio, con conseguente limitazione del potere discrezionale del giudice di disporre la compensazione delle spese in casi diversi dalla soccombenza reciproca".

La legge delegata ha puntualmente osservato detta indicazione modificando l'art. 15 D.L.vo n. 546/92 che pone, oggi, piu' stringenti limiti alla compensazione delle spese.

Ma, osserva la commissione, la previsione della condanna alle spese nella fase cautelare non puo' ritenersi coerente con la ratio della legge delega che nulla prevede sul punto.

Pur tenendo presenti i principi elaborati dalla Corte Costituzionale in materia (per tutte, la sentenza n. 47/2014), non pare che il silenzio del legislatore delegante sul punto legittimi l'introduzione di una norma, quale quella che e' qui censurata, che non rappresenta ne' un coerente sviluppo logico ne' un ragionevole completamento dei principi e criteri posti dal delegante. Occorre, infatti, considerare che:

- l'art. 10 della legge delega prevede soltanto di dare maggior rigore al principio della condanna alle spese in caso di soccombenza nel giudizio e, nemmeno implicitamente, allude alle spese della fase cautelare;

- l'ordinanza cautelare non e' impugnabile nemmeno per cio' che riguarda le spese, in palese contrasto con il "rafforzamento della tutela giurisdizionale del contribuente" che il legislatore delegante ha posto come uno degli obiettivi della delega (art. 10, I comma legge n. 23/2014);

- la condanna alle spese della fase cautelare non e' immediatamente esecutiva, diversamente da quanto dispone l'art. 669 septies cod. civ. (al quale pare essersi ispirata la norma che si censura), con la conseguenza che la condanna alle spese non puo' avere, di fatto, alcun effetto deterrente sulla proposizione della istanza cautelare e nessun giovamento, quindi, all'"incremento della funzionalita' della giurisdizione tributaria" di cui al I comma lett. b) dell'art. 10 della legge delega.

La commissione, considerato che la decisione che deve prendere sulle spese nella fase cautelare non puo' essere assunta indipendentemente dalla risoluzione della questione di legittimita' costituzionale prospettata che risulta, percio', rilevante;

ritenendo che la stessa questione non sia, alla luce delle considerazioni svolte, manifestamente infondata; visto l'art. 23 della legge n. 87/1953,

s o l l e v a

di ufficio la questione di legittimita' costituzionale dell'art. 9, I comma lett. f) del D.L.vo n. 156/ 2015 nella parte in cui, introducendo il comma 2 quater dell'art. 15 D.L.vo n. 546/92, prevede che la commissione, con la ordinanza che decide sulla istanza cautelare, decide sulle spese della relativa fase, per violazione, per eccesso di delega, dell'art. 76 della Costituzione. Ordina, a cura della segreteria, la trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale.

Ordina, a cura della segreteria, la notificazione della presente ordinanza alle parti e la allegazione della stessa al verbale dell'udienza del 12 gennaio 2016.

Ordina, a cura della segreteria, la comunicazione della ordinanza: - al Presidente del Consiglio dei Ministri;

- al Presidente del Senato della Repubblica; - al Presidente della Camera dei deputati

Sospende il giudizio in corso limitatamente alla questione delle spese nella fase cautelare.

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3) L’accesso domiciliare rende nulli gli atti fiscali conseguenti

Sono nulli gli atti conseguenti all'accesso domiciliare ritenuto illegittimo poiché concesso in assenza di “gravi indizi”. Lo stabilisce la sentenza del 31/05/2016 n. 1417/11 - Comm. Trib. Reg. per l'Emilia-Romagna.

La CTR di Bologna ha accolto l'appello incidentale proposto da una società in cui veniva eccepita l'illegittimità dell'autorizzazione del p.m. all'accesso della GDF presso l'abitazione di un soggetto diverso dai soci, in mancanza dei gravi indizi previsti dall'art. 52 del d.p.r. n. 633/72. I giudici, rifacendosi alle sentenze delle sezioni unite della Cassazione n. 16424/2002 e nn. 18017 e 18018/2002, spiegano che è compito del procuratore della repubblica vagliare i presupposti per il rilascio della dovuta autorizzazione, mentre spetta alla Commissione Tributaria la verifica della sussistenza dei suddetti e, in loro assenza, la dichiarazione di inutilizzabilità degli elementi di prova illegittimamente acquisiti.

Nel caso in cui l'ufficio intenda procedere ad accesso presso il domicilio di terzi nell'ambito della sua attività istruttoria, è compito del Procuratore della Repubblica vagliare i presupposti (gravi indizi) per il rilascio della dovuta autorizzazione. Spetta poi alla Commissione tributaria verificare la sussistenza effettiva dei suddetti e, in loro assenza, dichiarare l'inutilizzabilità degli elementi di prova illegittimamente acquisiti, in osservanza dell'art. 189 c.p.p. e a tutela dell'art. 14 della Carta costituzionale e dell'inviolabilità del domicilio.

Art. 52 e art. 75, d.P.R. n. 633/1972; art. 33, d.P.R. n. 600/73; art. 2727, c.c.; art. 189, c.p.p. Cass., S.U., sent. n. 16424/02, n. 18017/02 e n. 18018/02; Cass. sent. n. 6836/09 e n. 17957/12

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

L'Agenzia delle entrate di Rimini sulla base degli elementi desunti dal processo verbale di constatazione redatto dalla Guardia di Finanza, notificava alla società G. S.r.l., con sede in C., avviso diaccertamento di maggiori imposte IRES, IVA e IRAP, per complessivi euro 244.569,00 relativamente all'anno 2006, oltre sanzioni ed interessi. In detto verbale veniva evidenziato che mediante accesso presso l'abitazione della sig.ra F.G. (madre di G.D. rappresentante legale della società G. S.r.l.), autorizzato dal procuratore della Repubblica ai sensi dell'art. 52 del d.p.r. n. 633/72, era stata rinvenuta documentazione extracontabile riguardante le tre società facenti capo al G.D.. La società impugnava l'avviso, eccependo l'illegittimità dell'autorizzazione del procuratore della Repubblica all'accesso presso l'abitazione della sig.ra F.G. per carenza di motivazione sulla sussistenza dei gravi indizi di violazioni tributarie di cui all'art. 52 del d.p.r. n. 633/72 e ne chiedeva l'annullamento, perché fondato su pretesi elementi presuntivi, privi dei caratteri della gravità, precisione e concordanza, contestando che la documentazione acquisita fosse riconducibile alla G. S.r.l.. Nel costituirsi in giudizio l'Agenzia delle entrate contestava il fondamento delle eccezioni sollevate dalla società ricorrente e chiedeva il rigetto del ricorso, ritenendo legittimi l'autorizzazione del p.m. all'accesso domiciliare ed il proprio operato.

La Commissione Tributaria provinciale di Rimini, con sentenza n. 111/2/12, depositata l'11/06/2012, accoglieva il ricorso annullando l'avviso di accertamento impugnato, per non essere stato dimostrato dall'Ufficio che parte della documentazione acquisita dalla Guardia di Finanza, sulla base dell'autorizzazione del p.m., considerata legittimamente concessa, fosse ricollegabile alla società ricorrente L'Agenzia delle entrate ha proposto appello chiedendo la riforma della sentenza. La società G. S.r.l. ha interposto appello incidentale, eccependo l'illegittimità dell'autorizzazione del p.m. all'accesso della Guardia di Finanzia presso l'abitazione di un soggetto estraneo alla società, in mancanza dei gravi indizi previsti dall'art. 52 del d.p.r. n. 633/72, con conseguente conferma dell'annullamento dell'avviso di accertamento come pronunciato dal Giudice di primo grado, per non avere l'Ufficio dimostrato che parte della documentazione contabile acquisita fosse ricollegabile alla società.

MOTIVAZIONE

Va prioritariamente preso in esame l'appello incidentale proposto dalla società G. S.r.l., in quanto l'accoglimento del motivo assorbe l'esame dei motivi di gravame dell'Agenzia delle entrate che si incentrano sulla valutazione probatoria del contenuto di parte della documentazione reperita nel corso dell'accesso domiciliare, la cui utilizzabilità giuridica presuppone l'acccertamento della legittimità dell'accesso stesso.

Le Sezioni Unite della Cassazione, con sentenze n. 16424/2002 e nn. 18017 e 18018/2002 hanno condivisibilmente statuito che: "poiché l'autorizzazione del procuratore della Repubblica all'accesso domiciliare, prevista, in presenza di gravi indizi di violazioni delle norme tributarie, dall'art. 52, secondo comma, del DPR 26 ottobre 1972 n. 633 in materia di imposta sul valore aggiunto (reso applicabile anche ai fini dell'accertamento delle imposte sui redditi dal richiamo operato dall'art. 33 del DPR 29 settembre 1973 n. 600), costituisce un provvedimento amministrativo, il quale si inserisce nella fase preliminare del procedimento di formazione dell'atto impositivo ed ha lo scopo di verificare che gli elementi offerti dall'ufficio tributario (o dalla Guardia di Finanza nell'espletamento dei suoi compiti di collaborazione con detto ufficio) siano consistenti ed idonei ad integrare gravi indizi - da tale natura e funzione dell'autorizzazione discende, anche in considerazione del fatto che l'autorizzazione trova base logica nell'art. 14 Cost. sull'inviolabilità del domicilio, che il giudice tributario, davanti al quale sia in contestazione la pretesa impositiva avanzata sui risultati dell'accesso domiciliare, può essere chiamato a controllare (a) l'esistenza del decreto del pubblico ministero e (b) la presenza in esso degli indispensabili requisiti, tenendo conto, quanto al requisito motivazionale, che l'apprezzamento della gravità degli indizi è esternabile anche in modo sintetico, oppure indiretto, tramite il riferimento ai dati allegati dall'autorità richiedente.

Il giudice tributario, quindi, in sede di impugnazione dell'atto impositivo basato su libri, registri, documenti ed altre prove reperite, come nella specie, mediante accesso domiciliare autorizzato dal procuratore della Repubblica, ai sensi dell'art. 52 cit., ha il potere-dovere (1) di verificare la presenza, nel decreto autorizzativo, di motivazione (sia pure concisa o per relationem mediante recepimento dei rilievi dell'organo richiedente) circa il concorso di gravi indizi del verificarsi dell'illecito fiscale e (2) di controllare la correttezza in diritto del relativo apprezzamento, nel senso che faccia riferimento ad elementi cui l'ordinamento attribuisca valenza indiziaria ber cui, nell'esercizio di tale compito, esso giudice deve negare la legittimità dell'autorizzazione emessa esclusivamente sulla scorta di informazioni anonime, valutando consequenzialmente il fondamento della pretesa fiscale senza tenere conto di quelle prove" (Conformi: Cass. Civ. Sez. V 20/03/2009, n. 6836; Cass. 19/10/2012, n. 17957).

Nella sentenza impugnata viene dato atto che il procuratore della Repubblica ha ritenuto fondata la richiesta di accesso avanzata dalla Guardia di Finanza il 21/07/2008, in quanto "la segnalazione di una certa propensione ad effettuare da parte delle predette aziende operazioni non contabilizzate di acquisto e cessione di beni, emergente sia dalle informazioni raccolte dai militari dell'arma che dall'esposto di una ex dipendente di una delle società, unitamente alla composizione prettamente familiare della struttura societaria ed alla adiacenza della sede di una società alla abitazione della madre dei due soci, rendeva del tutto ragionevole l'ipotesi che le merci o le annotazioni ufficiose delle transazioni occulte fossero custodite nei luoghi oggetto di ispezione". Nel caso di specie occorre stabilire se la richiesta avanzata dalla Guardia di Finanza e l'autorizzazione all'accesso all'abitazione di un terzo estraneo alle verifiche fiscali disposta dal procuratore della Repubblica, alla luce delle predette affermazioni, fossero adeguatamente motivate e integrassero "gravi indizi" di violazioni esistenti. Invero, non potrebbe essere ritenuto legittimo un accesso domiciliare operato in dipendenza di una richiesta e di una concessa autorizzazione, prive di puntuali e specifici riferimenti a fatti integranti "gravi indizi". Nella disciplina civilistica delle prove, operante anche nei rapporti tributari in mancanza di espresse deroghe, la nozione di indizio è ricavabile dagli artt. 2727 e segg. cod. civ., che contemplano la prova per presunzioni gravi, precise e concordanti.

L'indizio non costituisce prova, nemmeno presuntiva, perché si esaurisce nella cognizione di un accadimento diverso da quello da dimostrare e in sé insufficiente per desumere il verificarsi di un fatto che va dimostrato secondo parametri di rilevante probabilità logica (id quod plerumque accidit). Una notizia, appresa da fonte genericamente indicata o non individuabile, o un semplice sospetto, non assumono il valore di indizio, al pari di una dichiarazione resa da persona non identificabile che lascia spazio soltanto ad illazioni o congetture. Così come rilevato dalla giurisprudenza di legittimità citata, un accesso ispettivo all'abitazione va ritenuto illegittimo se avvenuto a seguito di delazione anonima, senza che siano stati attuati un minimo di indagine e di riscontro per acquisire la cognizione di fatti, sia pure dotati di semplice valore indiziario. Il giudice di prime cure nella sua decisione ha giudicato legittimo l'accesso all'abitazione della madre del rappresentante legale della società de qua, oggetto della verifica e dell'accertamento, in presenza di non meglio specificate segnalazioni, operate non si conosce da chi, e di un esposto di persona rimasta nell'anonimato, venendo così meno al suo potere-dovere di verificare la presenza, sia nella richiesta della Guardia di Finanza, sia nel decreto autorizzativo del p.m., di una adeguata motivazione sul concorso di gravi indizi del verificarsi dell'illecito fiscale e senza che sia stata controllata la correttezza in diritto del relativo apprezzamento che avrebbe dovuto far leva su fatti e circostanze a cui l'ordinamento attribuisce valenza indiziaria. Nella sentenza di prime cure non è stata indicata e conseguentemente valutata la consistenza e la provenienza delle asserite segnalazioni e delle informazioni raccolte dalla Guardia di Finanza, né se nell'esposto anonimo fossero effettivamente esistenti indizi, in presenza dei quali l'art. 52 del d.p.r. n. 633/72 consente di autorizzare l'accesso in luoghi di dimora privata di persona peraltro estranea all'attività societaria e, soprattutto, se gli indizi fossero "gravi", come la norma richiede per consentire di derogare al diritto costituzionale di inviolabilità del domicilio previsto dall'art. 14 della Costituzione.

Ne deriva che l'attuato accesso, illegittimamente autorizzato, rende viziati di nullità tutti gli atti conseguenti, come si desume dall'art. 189 c.p.p., richiamato dal disposto dell'art. 75 del d.p.r. n. 633/72 riguardante gli atti procedimentali successivi che si collegano al primo con un rapporto di causalità.

L'appello incidentale della società è fondato e va accolto, con conferma del già pronunciato annullamento dell'avviso di accertamento impugnato, in quanto inficiato di nullità.

Ad colorandum, pur ritenendosi assorbito da tale pronunciamento l'esame dei motivi spiegati dall'Agenzia delle entrate, si palesano infondate le censure prospettate dall'appellante principale, in quanto "l'onus probandi incubit ei qui dicit", che, solo se assolto, sposta in capo al contribuente l'onere della prova contraria: l'ufficio, per le ragioni sopra esposte, non avrebbe potuto utilizzare, ai fini probatori, la documentazione illegittimamente acquisita dai verbalizzanti sulla quale l'Ufficio ha fondato l'avviso di accertamento de quo.

Le spese processuali seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

la Commissione, in accoglimento dell'appello incidentale, conferma la sentenza impugnata e condanna l'Amministrazione finanziaria al pagamento delle spese processuali del grado che si liquidano complessivamente in euro 5.000,00, oltre accessori.

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4) Il ricorso è inammissibile solo se non si ottempera all’ordine del giudice di munirsi di assistenza tecnica

Questo sulla base della sentenza del 17/06/2016 n. 6003/32 - Comm. Trib. Reg. per la Campania.

L'inammissibilità del ricorso presentato senza l'assistenza di un difensore abilitato può essere dichiarata soltanto qualora la parte privata non ottemperi, nel termine fissato, all'ordine di munirsi di assistenza tecnica, impartitole dal Presidente della Commissione Tributaria. Lo dicono i giudici della CTR campana i quali, allineandosi alla giurisprudenza della Suprema Corte (sez. 6-5, ordinanza n. 25564 del 2013; Cass. n. 620/2006, n.22601/2004, n.8369/2002), ritengono di accogliere le doglianze dell'appellante il cui ricorso in primo grado era stato dichiarato inammissibile per carenza di assistenza tecnica ai sensi dell'art. 18 d. lgs. n. 546/1992, senza che allo stesso fosse stato ordinato dal giudice di primo grado di munirsene entro un certo termine.

COMMISSIONE TRIBUTARIA REGIONALE NAPOLI

SEZIONE 32

UDIENZA DEL 18.3.2016

R.G. APPELLI N. 9344/2015

RITENUTO IN FATTO

1. Il contribuente impugna la sentenza 1996/07/2015 con cui la CTP di Napoli ha dichiarato inammissibile il suo ricorso contro una cartella di pagamento in materia di tassa sui rifiuti, per carenza di assistenza tecnica ai sensi dell'art. 18 D. L.vo n. 546/1992. Rileva la falsa applicazione dell'art. 12 comma 5 del D. Lvo n. 546/1992, e l'illegittima' declaratoria di inammissibilita': richiama il principio secondo cui l'inammissibilita' del ricorso per mancanza di un difensore abilitato puo' essere dichiarata solo in caso di mancata ottemperanza all'ordine impartito dal presidente di munirsi di assistenza tecnica.

In subordine, ripropone i motivi di ricorso dedotti in primo grado.

2 Il Comune di Napoli non si e' costituito.

3 All'esito dell'odierna udienza camerale il Collegio ha deciso la lite come da dispositivo che segue.

CONSIDERATO IN DIRITTO

Premessa la dichiarazione di contumacia del Comune di Napoli, non costituitosi, benche' regolarmente convenuto in appello (v. notifica a mezzo posta atto di impugnazione spedito il 28.7.2015 e ricevuto il 30.7.2015), il Collegio ritiene fondato l'appello.

I primi giudici, verificata la mancanza di assistenza tecnica in una lite di valore superiore a euro 2.582,28, hanno dichiarato l'inammissibilita' del ricorso.

La decisione e' giuridicamente errata.

"Nelle controversie tributarie di valore superiore a lire 5.000.000, per effetto dell'interpretazione adeguatrice del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 12, comma 5, e art. 18, commi 3 e 4, fornita dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 189 del 2000, l'inammissibilita' del ricorso presentato senza l'assistenza di un difensore abilitato puo' essere dichiarata soltanto qualora la parte privata non ottemperi, nel termine all'uopo fissato, all'ordine di munirsi di assistenza tecnica, impartitole dal Presidente della Commissione Tributaria; costituendo l'assistenza tecnica una condizione di ammissibilita' della domanda, detto ordine non puo' che provenire, con carattere di pregiudizialita', dal giudice di primo grado, e la mancata fissazione del relativo termine si traduce in un vizio attinente alla regolare instaurazione del contraddittorio" (Sez. 6 - 5, Ordinanza n. 25564 del 2013; Cass. n. 620/2006, n. 22601/2004, n. 8369/2002).

In applicazione di tale principio si rende necessaria la riforma della dichiarazione d'inammissibilita' adottata dalla Commissione Tributaria Provinciale; tale riforma pero' non consente a questo giudice di appello di procedere direttamente all'esame del merito, ma impone, ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 59, comma 1, lett. b), la rimessione della causa alla commissione provinciale essendosi in presenza di un vizio attinente alla regolare instaurazione del contraddittorio (v. cass. cit.).

Trattandosi di errore di diritto addebitabile esclusivamente al primo giudice (considerata la linea difensiva dell'ente impositore, contumace in entrambi i gradi), sussistono gravi ragioni per dichiarare le spese non ripetibili.

P.Q.M.

accoglie l'appello, dichiara la nullita' della sentenza impugnata e rimette la causa alla Commissione Tributaria Provinciale di Napoli. Nulla per le spese.

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5) Statuto del contribuente: verifiche fiscali sempre legittime se eseguite nei confronti del socio

Secondo l’ordinanza n. 19013 del 27 settembre 2016 della Corte di Cassazione, è legittimo l’accertamento a carico del socio anche se nell’ambito dell’ispezione in azienda non sono state rispettate le garanzie dello Statuto del contribuente. A tal proposito non rileva il mancato contraddittorio con il manager che ha ricevuto l’atto impositivo. La pronuncia ha così reso definitivo l’accertamento emesso nei confronti del contribuente.

In relazione alla richiesta dell’invalidità dell'atto accertativo per difetto di contraddittorio nei confronti del socio, la Cassazione rammenta che in tema di accertamento tributario, le garanzie previste dall'art. 12 della legge 27 luglio 2000, n. 212, si riferiscono espressamente agli accessi, ispezioni e verifiche fiscali eseguiti "nei locali destinati all'esercizio di attività commerciali, industriali, agricole, artistiche o professionali", e, quindi, sono assicurate esclusivamente al soggetto sottoposto ad accesso, ispezione o verifica, ma non si estendono al terzo a carico del quale emergano dati, informazioni o elementi utili per l'emissione di un avviso di accertamento. Ciò impedisce di ritenere che la CTR abbia errato nell'escludere il vizio dell'atto accertativo, sia pure seguendo un percorso argomentativo da emendare.

Analogamente, la questione relativa alla mancata autorizzazione dell'Autorità giudiziaria ai sensi dell'art.33 c.3 DPR n.600/73 e dell'art.63 dPR n.633/73, pure prospettata dalla socia contribuente, non poteva che essere disattesa, non avendo la stessa nemmeno prospettato che fosse pendente a carico del soggetto interessato un procedimento penale tale da richiedere l'autorizzazione

dell'autorità giudiziaria - circostanza che la stessa ricorrente ipotizza senza allegare o prospettare alcun elemento documentale a sostegno.

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6) Sistema Informativo Nazionale Prevenzione lavoro: definito il regolamento

Il Ministero del Lavoro ha pubblicato, sul supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 226 del 27 settembre 2016, il Decreto interministeriale n. 183 del 25 maggio 2016 con il regolamento per la realizzazione e il funzionamento del SINP (Sistema Informativo Nazionale per la Prevenzione ei luoghi di lavoro), nonché le regole per il trattamento dei dati, ai sensi dell’articolo 8, comma 4, del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81.

Il regolamento entrerà in vigore il prossimo 12 ottobre 2016.

Costituiscono il SINP, cooperando tra di loro, il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, il Ministero della Salute, il Ministero dell'Interno, l'Inail e le Regioni e le province autonome di Trento e Bolzano.Le informazioni che derivano dalla elaborazione dei dati contenuti nel Sistema Informativo Nazionale sono utili per fini di orientamento, programmazione, pianificazione e valutazione dell'efficacia di azioni di prevenzione degli infortuni e delle malattie correlate al lavoro e di indirizzo delle relative attività di vigilanza.

In particolare riguardano:

- il quadro produttivo e occupazionale, considerando i settori produttivi, le dimensioni, la consistenza e qualificazione delle imprese e le dinamiche occupazionali;

- il quadro dei rischi, che deriva dalla elaborazione di dati personali e giudiziari di lavoratori;

- il quadro di salute e sicurezza dei lavoratori, contenente i dati su infortuni e malattie professionali, eventi morbosi e mortali, classificati per settore di attività;

- il quadro delle azioni di prevenzione derivanti dai piani regionali e territoriali di prevenzione;

- il quadro degli interventi di vigilanza, comprendente i dati analitici e quelli relativi alle violazioni in materia di tutela della salute e sicurezza sul lavoro, acquisiti nello svolgimento delle attività ispettive;

- il quadro relativo agli infortuni verificatisi per ciascun settore.

Nel decreto specificate, inoltre, le modalità di trasmissione dei dati, le regole per il trattamento, le misure di sicurezza e responsabilità e la partecipazione delle parti sociali.

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7) Nota di aggiornamento al DEF: possibili contenuti della nuova legge di Bilancio

Nella nuova legge di Bilancio figura la riproposizione dell’assegnazione agevolata di beni ai soci, la misura che è in scadenza il prossimo 30 settembre. Ai contribuenti verrebbe dunque concessa la possibilità di continuare ad assegnare i beni ai soci a partire dal 1° ottobre al 30 settembre 2017. Una sorta di bonus con effetto retroattivo a favore dei contribuenti. Il pacchetto fiscale della manovra conterrà anche la spinta agli investimenti con la proroga dei superammortamenti e l'arrivo dell’iperammortamento. Ma anche una stretta sull'Ace con la riduzione del coefficiente di rendimento nozionale del nuovo capitale proprio oggi fissato al 4,75% fino al 31 dicembre 2016. L’ipotesi sul tavolo è quella di un ritorno al coefficiente iniziale del 3% o al massimo al 3,5% a partire dal 1°gennaio 2017. Dalla lotta all'evasione Iva dovrebbero arrivare 2 miliardi di risorse aggiuntive. Sotto la voce lotta all'evasione anche la voluntary disclosure bis.

Il Consiglio dei Ministri, nella seduta del 27 settembre 2016, ha approvato la nota di aggiornamento al DEF, che rappresenta il quadro di finanza pubblica in cui si collocherà la prossima manovra. Il documento non specifica le misure che - entro il 20 ottobre - saranno inserite nella legge di Bilancio 2017, ma inizia a delineare la strategia di politica economica, che si pone l’obiettivo, anche sfruttando il deficit, di rilanciare gli investimenti per stimolare la crescita.

Vengono riviste in particolare le stime di crescita alla luce del mutato quadro macroeconomico. Come ha evidenziato Matteo Renzi in conferenza stampa, si stima prudenzialmente lo 0,8% del PIL nel 2016. Nel 2017 la crescita prevista è dell'1%.

La nota, nella release approvata, considera poi il deficit al 2% rispetto all’1,8% concordato per il 2017. L’obiettivo è quello di “liberare” risorse per finanziare la prossima legge di Bilancio (che potrebbe consistere in 23-26 miliardi) in una prospettiva di “espansione.

Il livello del debito pubblico, monitorato con attenzione da Bruxelles rimane sostanzialmente stabile, dal 132,8 al 132,2%.

Si tiene poi conto delle circostanze eccezionali, coerentemente con le regole UE, “la prima è quella della sisma, l'altra questione è l'immigrazione". L’intenzione del Governo è quella di chiedere al Parlamento l'autorizzazione ad arrivare ad un massimo dello 0,4% di deficit.

La manovra dovrebbe essere poi finanziata, oltre che dal deficit, dalla spending review e dalla seconda fase della voluntary disclosure.

Componente essenziale è poi l’intervento sulle pensioni, in relazione al quale il 28 settembre (dalla iniziale data in agenda del 27 spostata proprio per l’approvazione della Nota al DEF) si terrà l’incontro presumibilmente risolutivo Governo-sindacati. L’intervento potrebbe essere però ridimensionato nella dimensione, dagli inizialmente ipotizzati 2 miliardi a 1,5. I cardini dovrebbero essere la flessibilità in uscita utilizzando lo strumento dell’APE anche per rilanciare l’occupazione giovanile, la ricongiunzione gratuita dei contributi e l’intervento sulle pensioni minime (dovrebbe consistere in una estensione della quattordicesima mensilità elevando la soglia massima di reddito, da 750 a 1000 euro lordi al mese).

Nel capitolo previdenza potrebbe poi esserci la riduzione dell’aliquota contributiva delle partite IVA iscritte alla gestione separata dell’INPS dall’attuale 27 al 25% (dovrebbe però salire il contributo per le spese assistenziali dallo 0,72% all’1-1,25%).

Sempre in prospettiva di welfare confermato dovrebbe essere poi l’ampliamento delle agevolazioni sui premi di produttività per i lavoratori dipendenti del settore privato con la tassazione agevolata al 10% che dovrebbe applicarsi ai lavoratori con redditi fino a 80.000 euro lordi l’anno (dagli attuali 50.000) sui premi fino 5.000 euro (dagli attuali 2.000).

Si profila anche un possibile nuovo intervento, sia pure ridotto, sulla decontribuzione per agevolare la ripresa dell’occupazione probabilmente in maniera selettiva dal punto di vista geografico (Mezzogiorno). Obiettivo cruciale è poi quello di un rilancio degli investimenti per incrementare la produttività con un possibile intervento sul super ammortamento esteso ai beni immateriali e una soglia più elevata (si ipotizza il 200% per alcune categorie particolari di beni strumentali, come gli investimenti ad alto contenuto tecnologico e digitali) e il c.d. bonus hotel.

Tra le altre misure è allo studio una revisione dell’ACE per favorire la capitalizzazione delle imprese e la possibile introduzione dell’IRI.

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8) Anatocismo bancario dal 1 ottobre 2016

Sugli interessi bancari i correntisti dovranno scegliere se acconsentire o no all’addebito in conto degli interessi passivi maturati nell’anno. E la scelta è molto delicata: gli interessi addebitati diventano capitale e produrranno interessi. Cioè si verificherà l’anatocismo. È il nuovo regime dell'articolo 120 del Testo unico bancario (dlgs 385/1993), modificato dall'articolo 17-bis del decreto legge 18/ 2016, che partirà dal 1° ottobre 2016.

I correntisti avranno due mesi di tempo dalla comunicazione che riceveranno dalla propria banca per esprimere la loro volontà, in caso rifiutassero l'addebito in conto degli interessi.

La decorrenza è stabilita dalla delibera del Comitato interministeriale per il credito e il risparmio (Cicr) del 3 agosto 2016 (pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 212 del 10 settembre 2016), che all'articolo 5 scrive l'agenda dell'operazione.

Sono ai nastri di partenza, dunque, le novità che, almeno in un caso, hanno l'effetto di ripristinare gli interessi sugli interessi. Il 1° ottobre 2016 entrano in vigore le nuove modalità e i nuovi criteri per la produzione degli interessi nelle operazioni poste in essere nell'esercizio dell’attività bancaria, per come contenuti nel Decreto del Comitato interministeriale per il credito ed il risparmio (CICR) del 3 agosto 2016, pubblicato in Gazzetta ufficiale il 10 settembre 2016.

Il testo in oggetto è stato predisposto in attuazione dell'articolo 120, comma 2, del Testo unico bancario (Decreto legislativo n. 385/1993), modificato dall'articolo 17-bis del Decreto-legge n. 18/2016, convertito nella Legge n. 49/2016, che attribuisce al CICR il potere di stabilire le modalità e i criteri sopra riferiti.

Operazioni interessate

Il nuovo regime degli interessi si applica alle operazioni di raccolta del risparmio e di esercizio del credito tra intermediari e clienti disciplinate ai sensi del titolo VI del TUB, quali i rapporti di conto corrente, di conto di pagamento, le aperture di credito regolate in conto corrente, le aperture di credito regolate in conto di pagamento, gli sconfinamenti.

Per queste operazioni, compresi i finanziamenti a valere sulle carte di credito, l’articolo 3 del Decreto prescrive che gli interessi debitori maturati non possono produrre interessi, salvo quelli di mora. A questi ultimi si applicano le disposizioni del Codice civile.

Conto corrente e conto di pagamento

Riguardo ai rapporti di conto corrente o di conto di pagamento viene assicurata la medesima periodicità, che comunque non deve essere inferiore a un anno, nel conteggio degli interessi creditori e debitori.

Gli interessi – viene, inoltre, sancito - vengono conteggiati il 31 dicembre di ciascun anno e, comunque, al termine del rapporto.

Aperture di credito e sconfinamenti

Rispetto ai regime degli interessi applicabili in relazione alle aperture di credito regolate in conto corrente e in conto di pagamento e agli sconfinamenti, all’articolo 4 del nuovo testo viene sancita, in primo luogo, una contabilizzazione separata rispetto alla sorte capitale degli interessi debitori maturati.

Il saldo periodico della sorte capitale produce interessi nel rispetto di quanto stabilito nell’articolo medesimo ed ossia:

gli interessi debitori divengono esigibili il 1° marzo dell'anno successivo a quello in cui sono maturati;

al cliente deve comunque essere assicurato un periodo di trenta giorni dal ricevimento delle comunicazioni previste prima che gli interessi maturati divengano esigibili; per tale incombente possono essere previsti anche termini diversi, se comunque a favore del cliente.

Addebito con consenso espresso

Il cliente - viene prescritto - può autorizzare, anche preventivamente, con consenso espresso, l'addebito degli interessi sul conto al momento in cui questi divengono esigibili ed in questo caso la somma addebitata è considerata sorte capitale.

Detta autorizzazione può essere revocata in ogni momento, purché precedentemente all'addebito.

Per contratto, può inoltre essere stabilito che dal momento in cui gli interessi sono esigibili, i fondi accreditati sul conto dell'intermediario e destinati ad affluire sul conto del cliente sul quale è regolato il finanziamento siano impiegati per estinguere il debito da interessi.

In caso di chiusura definitiva del rapporto, gli interessi sono immediatamente esigibili ed il saldo relativo alla sorte capitale può produrre interessi; quanto dovuto a titolo di interessi non produce, tuttavia, ulteriori interessi.

Applicazione dal 1° ottobre

Come già precisato, il nuovo regime sugli interessi di cui al Decreto del 3 agosto 2016 viene applicato agli interessi maturati a partire dal 1° ottobre 2016.

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9) L’interpello alle Entrate non garantisce l’esonero dall’Irap per il medico convenzionato

Non serve presentare l’istanza di interpello all’Agenzia delle entrate per avere la sicurezza che l’Irap non è dovuta: Sono, infatti, fuori dall’ambito dell’istituto le fattispecie in cui, più che l’aspetto qualificatorio, è rilevante l’appuramento del fatto, possibile esclusivamente in sede di accertamento.

La verifica della sussistenza di un’autonoma organizzazione, presupposto impositivo ai fini Irap, non può essere effettuata mediante la mera valutazione della documentazione prodotta in sede di interpello, essendo necessario appurare, di volta in volta, le concrete modalità di esercizio dell’attività svolta, attraverso un esame fattuale (accertamento di fatto), non esperibile nell’ambito dell’istituto dell’interpello.

La stessa Agenzia delle entrate ha fornito detta precisazione con la risoluzione 82/E del 28 settembre 2016.

L’istanza di interpello era stata presentata da un medico in regime di convenzione con il servizio sanitario nazionale, che riteneva che il proprio studio rispondesse alle caratteristiche indicate dall’articolo 22 dell’accordo collettivo nazionale per la disciplina del rapporto con i medici di medicina generale” e che l’attività venisse svolta senza elementi di organizzazione (niente personale dipendente o assimilato e, come risultava dal registro dei cespiti, con impiego beni strumentali di modesto valore).

Sulla questione l’Agenzia ha risposto, in sostanza, “non è questa la sede”: La documentazione prodotta in sede di interpello non è idonea a dimostrare la sussistenza o meno di un’autonoma organizzazione, essendo necessario appurare, attraverso un accertamento di fatto, le concrete modalità di esercizio dell’attività svolta.

Dunque, tramite interpello (articolo 11 della legge 212/2000, come innovato dall’articolo 1 del Dlgs 156/2015), il contribuente può richiedere il parere dell’Amministrazione finanziaria su un caso concreto e personale con riferimento all’applicazione delle disposizioni tributarie, quando vi sono condizioni di obiettiva incertezza non solo sulla loro corretta interpretazione ma anche sulla corretta qualificazione della fattispecie prospettata.

A tal proposito, nella circolare 9/2016, è stato sottolineato che la nuova previsione di un interpello ordinario di tipo “qualificatorio” ha esteso l’utilizzo dell’istituto anche ai casi in cui oggetto di obiettiva incertezza non è la norma tributaria in sé, ma la qualificazione giuridico-tributaria della fattispecie prospettata dal contribuente, che ha dubbi sulla qualificazione del fatto.

Però, come emerge dalla relazione illustrativa al Dlgs 156/2015, vanno escluse dall’area dell’interpello tutte le ipotesi caratterizzate “da una spiccata e ineliminabile rilevanza dei profili fattuali riscontrabili dalla stessa Amministrazione finanziaria ma solo in sede di accertamento; si tratta, in altre parole, di tutte quelle fattispecie in cui, più che rilevare l’aspetto qualificatorio, rileva il mero appuramento del fatto (cosiddetto accertamenti di fatto)”.

In definitiva, la sussistenza (o meno) dell’autonoma organizzazione, con conseguente assoggettamento a Irap, non è verificabile in sede di interpello, ma solo in fase di accertamento.

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10) Le somme rimborsate dal datore di lavoro per il servizio di Car Sharing non sono tassabili: questo vale anche per le trasferte all’interno dello stesso comune

Le somme rimborsate dal datore di lavoro per il servizio di Car Sharing non concorrono alla formazione del reddito del lavoratore dipendente in trasferta all’interno dello stesso comune in cui si trova la sede di lavoro, sia se la fattura emessa dalla società di Car Sharing è intestata direttamente al lavoratore, sia se è intestata al datore di lavoro, poiché equiparabili a quelle per taxi e mezzi pubblici. Lo ha chiarito l’Agenzia delle entrate, con la risoluzione n. 83/E del 28 settembre 2016.

Esenzione valida anche in caso di “utilizzo incrociato”: Fuori dal reddito i rimborsi erogati dal datore di lavoro ai dipendenti che utilizzano il servizio di Car Sharing per trasferte all’interno dello stesso comune. Ciò vale a prescindere dal fatto che la fattura emessa dal Car Sharing sia intestata direttamente al dipendente o alla società datore di lavoro. Il meccanismo di “Utilizzo incrociato”, infatti, consente ad un datore di lavoro, cliente della società di Car Sharing, di essere intestatario delle fatture relative alle spese di trasporto sostenute dai propri dipendenti in occasione delle loro trasferte autorizzate. Anche in questo caso, quindi, la spesa rimborsata al lavoratore per l’utilizzo del veicolo non concorre alla formazione del reddito.

Fattura analoga a quella predisposta per i taxi: La fattura emessa dalle società di Car Sharing nei confronti del dipendente individua il destinatario della prestazione, il percorso effettuato, con indicazione del luogo di partenza e di arrivo, la distanza percorsa, la durata e l’importo dovuto. Un insieme di informazioni idoneo ad attestare l’effettivo spostamento dalla sede di lavoro e l’utilizzo del servizio da parte del dipendente analogamente ai documenti emessi dai conducenti di taxi. I rimborsi da Car Sharing, così come quelli previsti per i taxi, non concorrono quindi a formare il reddito del lavoratore (art.51, comma 5 del TUIR).

Vincenzo D’Andò