Non si deve cessare la PEC dopo la chiusura dell’attività – Diario quotidiano del 13 settembre 2016:

Pubblicato il 13 settembre 2016



1) Credito d’imposta in dichiarazione: se manca il contraddittorio non può essere rettificato
2) Non si deve cessare la PEC dopo la chiusura dell'attività
3) La matrice assegni dei clienti del notaio prova l’evasione fiscale del professionista
4) Niente da fare per il fisco: l’accertamento basato sugli studi di settore vuole prima la fase del contraddittorio
5) Attuazione della direttiva 2014/95/EU in materia di informazioni non finanziarie: osservazioni di Assonime
6) Rivalutazione delle prestazioni economiche per infortunio e malattia professionale
7) Lavoro: Commercialisti, Poletti e Boeri al convegno nazionale
8) Cessione di ramo d’azienda: passaggio dei lavoratori senza consenso
9) Pensioni: sindacati, uscita con tre anni e sette mesi d’anticipo
10) Nuove partite Iva: flessione dell’8,4%
  commercialista-telematico-abbonamento1) Credito d’imposta in dichiarazione: se manca il contraddittorio non può essere rettificato 2) Non si deve cessare la PEC dopo la chiusura dell'attività 3) La matrice assegni dei clienti del notaio prova l’evasione fiscale del professionista 4) Niente da fare per il fisco: l’accertamento basato sugli studi di settore vuole prima la fase del contraddittorio 5) Attuazione della direttiva 2014/95/EU in materia di informazioni non finanziarie: osservazioni di Assonime 6) Rivalutazione delle prestazioni economiche per infortunio e malattia professionale 7) Lavoro: Commercialisti, Poletti e Boeri al convegno nazionale 8) Cessione di ramo d’azienda: passaggio dei lavoratori senza consenso 9) Pensioni: sindacati, uscita con tre anni e sette mesi d’anticipo 10) Nuove partite Iva: flessione dell’8,4% ***   1) Credito d’imposta in dichiarazione: se manca il contraddittorio non può essere rettificato La Corte di cassazione, con la sentenza n. 17829 del 9 settembre 2016, ha stabilito che è illegittima la rettifica di un credito in dichiarazione se il fisco non convoca prima il contribuente nel momento in cui sussistono dei dubbi su aspetti rilevanti della questione. Lo Statuto del contribuente (Legge 212/2000), infatti, obbliga al contraddittorio preventivo a pena di nullità. Nel caso di specie, l’Agenzia delle entrate emetteva un provvedimento con il quale richiedeva delle somme a seguito del disconoscimento parziale di un credito indicato nella dichiarazione. La contribuente presentava ricorso richiamando le previsioni contenute nell’art. 6 comma 5 della Legge 212/2000 (Statuto del contribuente). La Corte di legittimità ha osservato che proprio l’art. 6 citato ha natura procedimentale e, quindi, è immediatamente applicabile anche in relazione a rapporti già insorti a prescindere dall’anno di imposta cui sono riferiti i provvedimenti. Proprio i giudici si sono accertati che la rettifica operata sul credito avesse un aspetto rilevante della dichiarazione. Pertanto, l’Ufficio avrebbe dovuto preventivamente invitare il contribuente a fornire gli opportuni chiarimenti. Cosa che, invece, l’Agenzia delle entrate non ha fatto e, perciò, ha perso il ricorso ****** 2) L’imprenditore non sfugge alla notifica tramite Pec All’imprenditore individuale non serve avere cancellato la propria azienda per evitare di vedersi notificare atti nella propria Pec. La Corte di Cassazione, con la sentenza 17884 del 9 settembre 2016, ha rovesciato la decisione della Corte d’appello che era stata favorevole al debitore (imprenditore individuale). In particolare, la Corte d’appello, aveva accolto il reclamo proposto ex art. 18 L. fall. contro la sentenza dichiarativa del fallimento dell’impresa individuale, per l’omesso perfezionamento della notifica dell’avviso di udienza, fatta nella Pec risultante dal Registro delle imprese, presso la sede dell’impresa, presso la casa comunale e anche presso l’ultima residenza del debitore, ove lo stesso non è stato trovato, e, quindi, per l’illegittimità della notifica nei confronti dell’imprenditore individuale cancellato dal Registro. Ma per il giudice di legittimità questo non è bastato. Anzi, la Suprema corte ritiene legittima la procedura di notificazione pre-fallimentare avvenuta mediante la comunicazione via PEC e, poi, presso la casa comunale, poiché eseguita ai sensi dell’art. 15, comma 3 L. fall., in conformità ai dettami costituzionali. Secondo la Corte, l’irreperibilità é dipesa dalla negligenza dell’imprenditore, cancellandosi dal Registro Imprese per cessata attività, disattivando la propria Pec anche nel periodo dell’anno successivo nel quale può essere dichiarato il fallimento ex art. 10 L. fall. (veda Cass. n. 8092/2016). Non si pongono, quindi, particolari contrasti di tipo costituzionale: La previsione di un termine annuale conduce alla certezza dei rapporti giuridici (Cas. n. 8932/2013). Poi, essendosi trattato di un imprenditore individuale, non ricorre neppure il caso di dovere identificare, dopo la cancellazione dal Registro, il rappresentante legale ai fini dell’operatività dello svolgimento del procedimento prefallimentare (Cass. n. 24968/2013). Ne consegue che nel caso di disattivazione della Pec nel termine annuale di cui all’art. 10 L. fall., l’irreperibilità conseguente dell’imprenditore é a lui direttamente imputabile (Corte Cost. n. 146/2016) ovvero alla sua negligenza e ad una condotta “non conforme agli obblighi di correttezza di un operatore economico”. ****** 3) La matrice assegni dei clienti del notaio prova l’evasione fiscale del professionista La matrice assegni e non solo, anche fotocopie e dichiarazioni verbali dei clienti del notaio provano l’evasione fiscale del professionista. E’, quindi, legittimo l’avviso di accertamento anche se sia stato condotto con l’uso in contemporanea di tre diversi metodi: analitico, induttivo e sintetico. La Corte di cassazione con la sentenza n. 17810 del 9 settembre 2016, ha respinto il ricorso presentato da un notaio che aveva ricevuto una ispezione della Guardia di finanza, dalla quale risultava avere emesso fatture con importi non corrispondenti alle matrici (o fotocopie) degli assegni rinvenuti presso le sedi dei clienti di tale professionista, che a volte dichiaravano di avere pagato al notaio delle prestazioni in contanti, mai fatturate e giustificate da anticipi esclusi da imposizione, senza, invero, alcun riscontro materiale a favore del professionista. Secondo la Corte suprema, le dichiarazioni rese da un terzo, inserite, anche per riassunto, nel pvc e recepite nell’avviso di accertamento, hanno valore indiziario e possono assurgere a fonte di prova presuntiva, concorrendo a formare il convincimento del giudice anche se non rese in contraddittorio con il contribuente, senza necessità di ulteriori indagini da parte dell’Ufficio. D’altronde la normativa ai fini del reddito (D.P.R. 600/1973, art. 39, co. 2, e art. 41 co. 2) e dell’Iva (D.P.R. 633/1972, artt. 54 e 55 co. 1) ammette nel processo tributario gli elementi comunque acquisiti e, dunque, anche di prove atipiche ovvero di dati acquisiti in forme diverse da quelle regolamentate, secondo i canoni caratteristici della prova per presunzioni. ****** 4) Niente da fare per il fisco: l’accertamento basato sugli studi di settore vuole prima la fase del contraddittorio E’ illegittimo l’accertamento basato sugli studi di settore, in assenza del contraddittorio endoprocedimentale. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 17720 del 7 settembre 2016. Eppure sia la CTP sia la CTR della Campania avevano accolto la tesi interpretativa della norma esposta dall’Agenzia delle entrate. In particolare, la CTR della Campania rigettava l’appello proposto dal contribuente confermando la decisione di primo grado che aveva rigettato il ricorso contro l’avviso di accertamento relativo a IRPEF per l’anno 2010. Secondo la CTR l’accertamento era legittimo a causa dell’incongruenza tra reddito e ricavi dichiarati, sicché lo stesso non era stato predisposto solo sulla base degli studi di settore, basandosi sull’antieconomicità della gestione. Il contribuente ha quindi dovuto ricorrere in cassazione esponendo un unico motivo con il quale si prospetta l’errore della CTR nel non avere considerato che, essendo l’accertamento fondato anche sugli studi di settore, era necessario, a pena di nullità, il contraddittorio che, nella specie, era pacificamente mancato. La Cassazione ha subito considerato il ricorso fondato reputando che pur riconoscendosi che l’accertamento induttivo può fondarsi sull’antieconomicità dell’attività svolta dal contribuente anche senza considerare i c.d. studi di settore (Cass. n. 24016/2013; Cass. n. 1839/2014; Cass. n. 6963/2015) e che in tali caso la garanzia dell'art. 12 c.7 L. n. 212/2000 vale unicamente per gli accertamenti con verifica in loco o per quelli concernenti l’IVA (Cass. S.U. n. 24823/2015) la CTR, nell’escludere la necessità del previo contraddittorio rispetto alla vicenda concreta si è limitata ad affermare, per escludere la violazione del principio del contraddittorio, che “il ricorso all’accertamento induttivo operalo dall'ufficio trova la sua legittimità nell’evidente incongruenza del reddito rispetto ai ricavi dichiarati...”, facendone discendere, come conseguenza, che “...l’accertamento era stato predisposto non soltanto sugli studi di settore....attesa l’indiscutibile antieconomicità della gestione”. Così facendo il giudice di appello ha escluso l’illegittimità dell’atto per violazione del contraddittorio senza prendere in diretta considerazione l’accertamento ed il suo contenuto, invece desumendolo dall’evidente incongruità del reddito. In tal modo, il giudice di appello ha omesso di verificare se l’accertamento avesse espressamente indicato come base della richiesta fiscale elementi ulteriori rispetto agli studi di settore che, in tesi, avrebbero potuto giustificare il rispetto del contraddittorio in relazione alla tipologia dei tributi contestati. La Cassazione ha pertanto accolto il ricorso del contribuente, cassando la sentenza impugnata e rinviando anche per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità ad altra sezione della CTR Campania anche al fine della alla liquidazione delle spese del giudizio di legittimità. In tema, si inserisce anche la sentenza della CTR Puglia n. 2747 depositata il 18.12.2015, secondo cui l’accertamento basato sulle risultanze degli studi di settore non è sufficiente ad inchiodare il contribuente. Non bastano, quindi, le gravi incongruenze tra i ricavi dichiarati e quelli desumibili da calcoli matematici. Occorre, invece, motivare l’avviso di accertamento con altre prove decisamente più concrete. Anzi nel caso di specie è stato il contribuente a spiegare che la propria attività di noleggio di beni era andata male, infatti, la società accertata aveva dovuto stipulare dei contratti “peggiorativi” e nuove spese prima non previste per la gestione del tipo di attività esercitata. ****** 5) Attuazione della direttiva 2014/95/EU in materia di informazioni non finanziarie: osservazioni di Assonime Assonime, il 12 settembre 2016, ha pubblicato il documento “Consultazioni 15-2016 - Osservazioni allo schema di decreto legislativo per l’attuazione della direttiva 2014/95/EU in materia di informazioni non finanziarie e informazioni sulla diversità”. Viene fatto riferimento allo schema di decreto legislativo per l’attuazione della direttiva 2014/95/UE del 22 ottobre 2014 posto in consultazione dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, Dipartimento del Tesoro, al fine di acquisire commenti e proposte di modifica. Gli obblighi di natura informativa in ambito non finanziario presuppongono implicitamente l’adozione di modelli di organizzazione aziendale che incorporino tali politiche e siano in grado di raccogliere ed elaborare le informazioni richieste. Appare quindi cruciale che l’attuazione della direttiva 2014/95/UE avvenga con equilibrio e in forma adeguata alle singole realtà d’impresa, privilegiando un approccio di natura premiale. Il quadro normativo in tema di informazioni non finanziarie è tendenzialmente rivolto alle grandi imprese che operano in ambito multinazionale. Un’altra esigenza fondamentale di cui tener conto in sede di trasposizione è quindi quella di porre i nostri operatori economici nelle migliori condizioni per competere con i rispettivi concorrenti europei. Questo comporta che, in sede di attuazione della direttiva, è opportuno usufruire di tutti gli spazi di flessibilità e semplificazione riconosciuti agli Stati membri. Si deve infine considerare come l’esperienza delle imprese che forniscono informazioni non finanziarie in via volontaria è molto avanzata sulla scorta dei più avanzati standard di rendicontazione. La disciplina nazionale deve tener conto di queste prassi diffuse in ambito internazionale, senza introdurre vincoli non necessari. Alcune scelte compiute nello schema di decreto legislativo rispondono in modo positivo alle esigenze sopra evidenziate. In particolare sono da accogliere con favore: la definizione dell’ambito di applicazione coincidente con quella della direttiva; la flessibilità nell’utilizzo degli standard di rendicontazione; la possibilità di omettere informazioni sensibili che possono compromettere la posizione commerciale dell’impresa; la possibilità di redigere una relazione distinta. Vi sono invece altri punti che presentano rilevanti criticità, alla luce delle premesse prima indicate, e sui quali appare necessario un supplemento di riflessione per non porre le nostre imprese in un contesto normativo svantaggioso, anche sotto il profilo degli oneri economici. Il riferimento è in particolare: alle modalità di collocazione delle informazioni; all’imposizione di un’attestazione di conformità delle informazioni affidate in via esclusiva ai revisori legali; alla definizione dei casi di esonero. ****** 6) Rivalutazione delle prestazioni economiche per infortunio e malattia professionale Il Ministero del Lavoro ha emanato quattro Decreti del 29 luglio 2016, concernenti la rivalutazione delle prestazioni economiche per infortunio sul lavoro e malattia professionale, con decorrenza 1° luglio 2016, per i settori: - industria, compreso il settore marittimo, - agricoltura, - medici radiologi e tecnici sanitari di radiologia medica, - autonomi. ****** 7) Lavoro: Commercialisti, Poletti e Boeri al convegno nazionale Il ministro del Lavoro e il presidente dell'Inps a confronto con i vertici della categoria il 15 e 16 settembre a Roma. Due giorni di confronto e tre tavole rotonde sulle tematiche del lavoro. E’ fissato per i prossimi 15 e 16 settembre a Roma, presso l’Acquario romano, l’appuntamento con il 3° convegno nazionale dei commercialisti del lavoro. Reti d’impresa, ruolo del commercialista quale garante di legalità nei rapporti tra imprese e amministrazioni pubbliche e sua attività di promozione delle politiche attive i temi al centro dell’assise. Nel corso dei lavori saranno inoltre illustrati i contenuti della convenzione stipulata tra Consiglio nazionale dei commercialisti e Università di Tor Vergata per la certificazione dei contratti di lavoro. Tra gli ospiti, nella prima delle due giornate, anche il presidente dell’Inps, Tito Boeri e il direttore dell’Ispettorato nazionale del lavoro, Paolo Pennesi. Per il Consiglio nazionale dei commercialisti interverranno il presidente Gerardo Longobardi, il segretario Achille Coppola e il consigliere con delega ai temi del lavoro, Vito Jacono. La partecipazione al convegno - gratuita - dà diritto a dieci crediti formativi. L'iscrizione va effettuata sul sito www.odcec.roma.it alla voce Catalogo corsi in aula. (Consiglio nazionale commercialisti, comunicato del 12 settembre 2016) ****** 8) Cessione di ramo d’azienda: passaggio dei lavoratori senza consenso Per la cessione di un ramo di azienda, per il passaggio dei lavoratori dal cedente al cessionario, senza il loro consenso, deve essere provata l’autonomia funzionale del complesso aziendale trasferito che deve sussistere già al momento dello scorporo. Il ramo deve essere in grado di svolgere lo stesso servizio eseguito prima della cessione, senza continuare a dipendere dal cedente e senza la necessità di integrazioni rilevanti da parte del cessionario. La Corte di Cassazione con la sentenza 17366/2016 ha respinto il ricorso promosso da una società telefonica contro la sentenza di merito che ha annullato il contratto di cessione di una propria divisione aziendale, mediante il quale ha ceduto a un’impresa esterna il ramo addetto alla fornitura dei servizi di back office (reclami, variazioni, subentri), gestione dei rapporti con i clienti e gestione credito. Il Dlgs n.276/03 ha ribadito e sottolineato che costituisce elemento costitutivo della fattispecie della cessione d’azienda l’ autonomia funzionale del ramo d’azienda ceduto, ovvero la capacità di questo, già al momento dello scorporo dal complesso cedente, di provvedere ad uno scopo produttivo con i propri mezzi, funzionali ed organizzativi (Cass. n. 5425/15, n. 25229/15, n. 8759/14, n. 2766/13, n. 22613/13, n. 21711/12). Il fatto che la norma rimetta al cedente e al cessionario di identificare l’articolazione che ne costituisce l’oggetto, non significa che sia consentito di rimettere ai contraenti la qualificazione della porzione dell’azienda ceduta come ramo, così facendo dipendere dall’autonomia privata l’applicazione della speciale disciplina in questione, ma che all’esito della possibile frammentazione di un processo produttivo prima unitario, debbano essere definiti i contenuti e l’insieme dei mezzi oggetto del negozio traslativo, che realizzino nel loro insieme un complesso dotato di autonomia organizzativa e funzionale apprezzabile da un punto di vista oggettivo. Il requisito della preesistenza del ramo e dell’autonomia funzionale nella previsione si integrano quindi reciprocamente, nel senso che il ramo ceduto deve avere la capacità di svolgere autonomamente dal cedente e senza integrazioni di rilievo da parte del cessionario il servizio o la funzione cui esso risultava finalizzato già nell’ambito dell’impresa cedente anteriormente alla cessione. La disposizione legittima quindi anche la cessione di un ramo “dematerializzato” o “leggero” dell’impresa, ovvero nel quale il fattore personale sia preponderante rispetto ai beni, quando però il gruppo di lavoratori trasferiti sia dotato di un particolare know how, e cioè di un comune bagaglio di conoscenze, esperienze e capacità tecniche, tale che proprio in virtù di esso sia possibile fornire lo stesso servizio (Cass. n. 21917/13 e 15690/09). (Consiglio nazionale consulenti del lavoro, nota di commento del 12 settembre 2016 alla sentenza Cassazione n. 17366/2016) ****** 9) Pensioni: sindacati, uscita con tre anni e sette mesi d’anticipo Si uscirà da 63 anni di età, solo 2 anni sperimentazione per l'Ape. L'Ape, l'anticipo pensionistico, potrà essere chiesto dall'anno prossimo a partire dai 63 anni di età e quindi a 3 anni e 7 mesi dal pensionamento di vecchiaia. Lo hanno riferito i sindacati dopo l'incontro con il Governo, spiegando che questa è una "mediazione arrivata oggi". Il periodo di sperimentazione del sistema dovrebbe essere di 2 anni. Per le categorie disagiate, per le quali l'anticipo dovrebbe essere sostanzialmente gratuito, dovrebbe essere fissato un limite dell'importo della pensione a 1.200 euro netti. Potranno quindi uscire dal lavoro nel 2017 coloro che sono nati fino al 1954, una volta compiuti 63 anni. Per chi ha un lavoro l'anticipo sarà pagato con rate di ammortamento sulla pensione mentre, per coloro che sono disoccupati e non hanno ammortizzatori sociali, l'anticipo sarà gratuito (purché l'importo della pensione non sia superiore ai 1200 euro netti). Nell'incontro di oggi con il sottosegretario Nannicini - secondo quanto hanno spiegato i sindacati - si è discusso anche di ricongiunzioni tra i periodi assicurativi in diverse gestioni che dall'anno prossimo non dovrebbero essere più onerose. Dovrebbero allargarsi le maglie, inoltre, per quanto riguarda le attività usuranti facendo rientrare probabilmente categorie come quelle dell'edilizia, maestre d'asilo e degli infermieri. Si è parlato poi dei lavoratori precoci e dell'aumento delle pensioni più basse confermando l'intenzione di intervenire con la somma aggiuntiva, la cosiddetta quattordicesima per coloro che hanno redditi personali complessivi fino a mille euro al mese. (Ansa, nota del 12 settembre 2016) ****** 10) Nuove partite Iva: flessione dell’8,4% Sono stati pubblicati sul sito del Dipartimento delle Finanze i dati relativi all'Osservatorio sulle partite IVA aggiornati al mese di luglio 2016. Nel mese di luglio 2016 sono state aperte 37.512 nuove partite Iva e, in confronto al corrispondente mese dell’anno precedente, si registra una flessione dell’8,4%. La distribuzione per natura giuridica mostra che il 68,4% delle nuove partite Iva è stato aperto dalle persone fisiche; il 25,5% dalle società di capitali, il 5,2% dalle società di persone. La percentuale dei “non residenti” e “altre forme giuridiche” è pari allo 0,9%. Rispetto al mese di luglio 2015 si rileva un calo del 13,6% di aperture per le società di persone, mentre per le società di capitali il calo è stato dell’-8,8% e per le persone fisiche del -7,6%. Riguardo alla ripartizione territoriale, il 42,7% delle nuove aperture è localizzato al Nord, il 23% al Centro ed il 34,2% al Sud ed Isole. Rispetto allo stesso mese dell’anno scorso, la Basilicata presenta un incremento di avviamenti assai consistenti (+129,2%), principalmente concentrato nel settore dell’agricoltura e riferito a soggetti giovani. Significative flessioni si registrano in Valle d’Aosta (-36,5%) e nelle Province Autonome di Trento (-20,3%) e di Bolzano (-19,4%). In base alla classificazione per settore produttivo il commercio continua a registrare il maggior numero di aperture di partite Iva (22,2% del totale), seguito dalle attività professionali (13%) e dall’agricoltura (9,3%). Confrontando i dati con le aperture del mese di luglio 2015, si registrano incrementi nella sanità (+20,5%) e nell’agricoltura (+8%); si segnalano invece cali di avviamento nei servizi informativi (-21,8%), nel commercio (-17,3%, che nonostante il calo resta il settore con un maggior numero totale di aperture) e nei servizi alle imprese (-14,1%). Relativamente alle persone fisiche, la ripartizione per sesso è sostanzialmente stabile: il 62% delle partite Iva è stato aperto da soggetti di sesso maschile. Il 48,4% degli avviamenti è riferito ai giovani fino a 35 anni e circa il 33% a soggetti tra 36 e 50 anni. Rispetto al corrispondente mese dello scorso anno, la distribuzione per classi di età evidenzia un generale calo di aperture e, in particolare, per la classe di età tra i 36-50 anni (-12,7%). Il 18,8% di coloro che a luglio hanno aperto una partita Iva risulta nato all’estero. I soggetti che hanno aderito al regime agevolato forfetario risultano 12.177, pari a circa il 32% del totale delle nuove aperture, con un aumento del 2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. (MEF, comunicato del 12 settembre 2016) Vincenzo D’Andò